DESK E MEDIE
Omelia del 23.11.2025 – seconda Domenica di Avvento
Spaesamento. Anche se abbiamo fatto l’abitudine, un attimo di spaesamento ci coglie quando Luca, esperto narratore – dopo aver srotolato in stretta successione nomi e nomi dei grandi del tempo, quelli lontani e quelli vicini, e, tra i più vicini, i capi religiosi – sposta bruscamente la telecamera, li lascia al buio e accende. Fa notizia: “La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
Spaesamento, ma poi subito la domanda: chi fa la storia del mondo? E non tocca forse anche a noi di spegnere e accendere? E di accorgerci che il grano sta crescendo silenziosamente altrove?
E non potrebbe forse creare qualche suggestione anche il fatto che Gesù, il Rabbi di Nazaret, abbia sentito la necessità di uno che preparasse la strada, di uno che, come fa il contadino, sarchia la terra in inverno, prepara le zolle a un avvento, un avvento di seme? E che cosa potrebbe essere oggi, in una stagione come la nostra, preparare terreno, abbassare colli, riempire burroni, raddrizzare strade in vigilia di un Dio che viene nell’oggi?
Ma da dove veniva Giovanni? Forse può stupire che Luca, a fronte della ostentata grandezza dei grandi, racchiuda tutto in un quasi niente di parole, racimolo potente per la sua incisività. Eccolo: “La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”.
Nel deserto, ma dove? Ma come? Ma con chi? Nel deserto. Più di una volta ci capitò di sottolineare come il verbo ‘venne’
Al cuore mi sono ritornate le parole che ebbe don Mimmo, l’Arcivescovo di Napoli, lo scorso luglio a Montecassino raccontando di San Benedetto::
“Ha capito” disse “qualcosa che ci riguarda ancora oggi:
che in un mondo che corre e si perde,
servono uomini e donne che facciano silenzio su tutto il resto, e ascoltino solo ciò che conta davvero.
Perché a volte, per tornare a Dio,
non bisogna fare mille passi avanti,
ma uno indietro:
tornare a quella voce che ci chiama “figli”.
A quel luogo interiore dove il tempo è ancora sacro,
la parola è ancora promessa,
e la sapienza è ancora un dono che si riceve in ginocchio.
Benedetto fu uomo di ascolto.
La sua Regola inizia con una parola semplice: “Ascolta, o figlio”.
Non dice: “Obbedisci”, non dice: “Costruisci”, non dice: “Agisci subito”. Dice: Ascolta.
Perché ogni conversione vera comincia da lì:
dal silenzio che fa spazio all’altro,
dalla pazienza che impara i tempi di Dio,
dalla fiducia che si lascia istruire.
deserto.
in greco coincida nel nostro contesto con ‘accadde’. Il vero
accadimento, non nel frastuono delle città del potere. Giovanni inizia dal deserto e invita al
Alla nostra domanda sul luogo delle vere preparazioni, degli autentici inizi, Luca sembra rispondere: ”il deserto”. Il deserto dove Giovanni è raggiunto dalla Parola, il deserto dove
accorrono le folle, si rivela cosi come luogo per un autentico ricominciare.
E Benedetto, prima di essere guida, fu figlio.
Figlio della Scrittura, figlio del suo tempo, figlio della Chiesa.
E così diventò padre, e generò un mondo nuovo nel grembo della storia”.
Generare un mondo nuovo.
Spesso ci si chiede che cosa fare. E’ la domanda che risuona a ondate lungo le sponde del
Giordano, è sulle labbra di tutti, folle, pubblicani, soldati. Domanda legittima, che però può nascondere un abbaglio. Non si tratta in primis di aggiungere qualcosa o di inventare chissà che
cosa. Forse alle folle, ai pubblicani e ai soldati era sfuggito che il Battista li aveva preceduti e aveva già detto loro che cosa fare per sfuggire a tempi di paure. Aveva detto loro: “ Fate dunque frutti
degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”.
Voi mi capite, non è chiesto solo un fare, ma fare frutti che abbiano il segno della conversione,
cioè di un cambio di mentalità come allude la parola. Una inversione di marcia.
A volte ci vengono declamate, come geniali strepitose miracolose, straregie che, se indagate dal di
dentro, svelano la vecchia radice che ammorba la terra; la mentalità che soggiace non muta,
tengono la stessa direzione.
Da dove le scelte? E Ia domanda non tocca solo i grandi scenari della storia, tocca anche le storie piccole, la mia storia: io faccio frutti, faccio scelte, che hanno il timbro di una mentalità nuova, non allineata a quella preminente del dominio, dall’egoismo, del successo, della manipolazione,
dell’indifferenza, della disumanità? Hanno il segno della conversione? Sono frutto dello Spirito? Ce ne ha lasciato un elenco Paolo nella lettera ai Galati, a memoria. Come possibilità di generare un mondo nuovo: “Il frutto dello Spirito” scrive Paolo “è amore, gioia, pace, magnanimità,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge” (5,22-23)..
A noi tocca virare la prua, il vento gonfierà le vele.
E’ possibile. Vorrei chiudere con un ritaglio di una preghiera. E’ di Madeleine Delbrêl una mistica della strada, morta il 13 ottobre 1964 a Ivry-sur-Seine:
“Poiché le parole non sono
fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per prenderci e correre il mondo in noi,
lascia, o Signore, che di quella lezione di felicità,
di quel fuoco di gioia che accendesti un giorno sul monte,
alcune scintille ci tocchino, ci mordano, c’investano, ci invadano.
Fa’ che da essi penetrati come “faville nelle stoppie”
noi corriamo le strade di città accompagnando l’onda delle folle
contagiosi di beatitudine, contagiosi di gioia.
Perché ne abbiamo veramente abbastanza
di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie:
essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più.
Fa’ esplodere nel loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio. Nella ressa confusa senza volto fa che passi la nostra gioia raccolta,
più risonante che le grida degli strilloni dei giornali,
più invadente che la tristezza stagnante della massa”.
A noi tocca virare la prua, il vento gonfierà le vele
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Omelia del 23.11.2025 – seconda Domenica di Avvento
Spaesamento. Anche se abbiamo fatto l’abitudine, un attimo di spaesamento ci coglie quando Luca, esperto narratore – dopo aver srotolato in stretta successione nomi e nomi dei grandi del tempo, quelli lontani e quelli vicini, e, tra i più vicini, i capi religiosi – sposta bruscamente la telecamera, li lascia al buio e accende. Fa notizia: “La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”.
Spaesamento, ma poi subito la domanda: chi fa la storia del mondo? E non tocca forse anche a noi di spegnere e accendere? E di accorgerci che il grano sta crescendo silenziosamente altrove?
E non potrebbe forse creare qualche suggestione anche il fatto che Gesù, il Rabbi di Nazaret, abbia sentito la necessità di uno che preparasse la strada, di uno che, come fa il contadino, sarchia la terra in inverno, prepara le zolle a un avvento, un avvento di seme? E che cosa potrebbe essere oggi, in una stagione come la nostra, preparare terreno, abbassare colli, riempire burroni, raddrizzare strade in vigilia di un Dio che viene nell’oggi?
Ma da dove veniva Giovanni? Forse può stupire che Luca, a fronte della ostentata grandezza dei grandi, racchiuda tutto in un quasi niente di parole, racimolo potente per la sua incisività. Eccolo: “La parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”.
Nel deserto, ma dove? Ma come? Ma con chi? Nel deserto. Più di una volta ci capitò di sottolineare come il verbo ‘venne’
Al cuore mi sono ritornate le parole che ebbe don Mimmo, l’Arcivescovo di Napoli, lo scorso luglio a Montecassino raccontando di San Benedetto::
“Ha capito” disse “qualcosa che ci riguarda ancora oggi:
che in un mondo che corre e si perde,
servono uomini e donne che facciano silenzio su tutto il resto, e ascoltino solo ciò che conta davvero.
Perché a volte, per tornare a Dio,
non bisogna fare mille passi avanti,
ma uno indietro:
tornare a quella voce che ci chiama “figli”.
A quel luogo interiore dove il tempo è ancora sacro,
la parola è ancora promessa,
e la sapienza è ancora un dono che si riceve in ginocchio.
Benedetto fu uomo di ascolto.
La sua Regola inizia con una parola semplice: “Ascolta, o figlio”.
Non dice: “Obbedisci”, non dice: “Costruisci”, non dice: “Agisci subito”. Dice: Ascolta.
Perché ogni conversione vera comincia da lì:
dal silenzio che fa spazio all’altro,
dalla pazienza che impara i tempi di Dio,
dalla fiducia che si lascia istruire.
deserto.
in greco coincida nel nostro contesto con ‘accadde’. Il vero
accadimento, non nel frastuono delle città del potere. Giovanni inizia dal deserto e invita al
Alla nostra domanda sul luogo delle vere preparazioni, degli autentici inizi, Luca sembra rispondere: ”il deserto”. Il deserto dove Giovanni è raggiunto dalla Parola, il deserto dove
accorrono le folle, si rivela cosi come luogo per un autentico ricominciare.
E Benedetto, prima di essere guida, fu figlio.
Figlio della Scrittura, figlio del suo tempo, figlio della Chiesa.
E così diventò padre, e generò un mondo nuovo nel grembo della storia”.
Generare un mondo nuovo.
Spesso ci si chiede che cosa fare. E’ la domanda che risuona a ondate lungo le sponde del
Giordano, è sulle labbra di tutti, folle, pubblicani, soldati. Domanda legittima, che però può nascondere un abbaglio. Non si tratta in primis di aggiungere qualcosa o di inventare chissà che
cosa. Forse alle folle, ai pubblicani e ai soldati era sfuggito che il Battista li aveva preceduti e aveva già detto loro che cosa fare per sfuggire a tempi di paure. Aveva detto loro: “ Fate dunque frutti
degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”.
Voi mi capite, non è chiesto solo un fare, ma fare frutti che abbiano il segno della conversione,
cioè di un cambio di mentalità come allude la parola. Una inversione di marcia.
A volte ci vengono declamate, come geniali strepitose miracolose, straregie che, se indagate dal di
dentro, svelano la vecchia radice che ammorba la terra; la mentalità che soggiace non muta,
tengono la stessa direzione.
Da dove le scelte? E Ia domanda non tocca solo i grandi scenari della storia, tocca anche le storie piccole, la mia storia: io faccio frutti, faccio scelte, che hanno il timbro di una mentalità nuova, non allineata a quella preminente del dominio, dall’egoismo, del successo, della manipolazione,
dell’indifferenza, della disumanità? Hanno il segno della conversione? Sono frutto dello Spirito? Ce ne ha lasciato un elenco Paolo nella lettera ai Galati, a memoria. Come possibilità di generare un mondo nuovo: “Il frutto dello Spirito” scrive Paolo “è amore, gioia, pace, magnanimità,
benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge” (5,22-23)..
A noi tocca virare la prua, il vento gonfierà le vele.
E’ possibile. Vorrei chiudere con un ritaglio di una preghiera. E’ di Madeleine Delbrêl una mistica della strada, morta il 13 ottobre 1964 a Ivry-sur-Seine:
“Poiché le parole non sono
fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per prenderci e correre il mondo in noi,
lascia, o Signore, che di quella lezione di felicità,
di quel fuoco di gioia che accendesti un giorno sul monte,
alcune scintille ci tocchino, ci mordano, c’investano, ci invadano.
Fa’ che da essi penetrati come “faville nelle stoppie”
noi corriamo le strade di città accompagnando l’onda delle folle
contagiosi di beatitudine, contagiosi di gioia.
Perché ne abbiamo veramente abbastanza
di tutti i banditori di cattive notizie, di tristi notizie:
essi fan talmente rumore che la tua parola non risuona più.
Fa’ esplodere nel loro frastuono il nostro silenzio che palpita del tuo messaggio. Nella ressa confusa senza volto fa che passi la nostra gioia raccolta,
più risonante che le grida degli strilloni dei giornali,
più invadente che la tristezza stagnante della massa”.
A noi tocca virare la prua, il vento gonfierà le vele







