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Omelia del 14.06.2026 – terza domenica dopo Pentecoste

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Le letture oggi sembrano per tanti ritagli un canto alla vita.
Mi rimane un rincorrersi di immagini e mi perdo. La vita, che è luce, è acqua, è vento e soffio e spirito. Generati alla vita, o rigenerati, perché di nascere non avremo mai finito:
Né mi basterà meno di una vita
per diventare figlio.
Abito ancora il grembo tenero e oscuro e attendo di venire alla luce.
E dunque venire alla luce, all’acqua, al vento, al soffio, allo spirito. Purtroppo non siamo immuni dallo sfascio del degenerare. Allontanandoci così dalla vita: dalla luce che possiamo offuscare, dall’acqua che possiamo intossicare, dal vento, dal soffio, dallo spirito che possiamo soffocare.
Ma le letture – spero non sia un mio stravedere – sembrano cantare il prevalere, nonostante tutto, della vita, dei colori della vita. E oggi a fare controcanto strofe di poesia dal salmo 103:
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Ebbene mi perdo in questa immensità luminosa, dove il fiorire non è un piccolo angolo, uno scampolo, la bellezza ha vocazione all’immenso: la faccia della terra:
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Una terra amata, una umanità amata, e dunque “magnifica humanitas”.
Mi risuona in cuore – è bellezza – questa parola di Gesù dal brano del vangelo di Giovanni, quasi suono di una impenitente campana, che stenta a spegnere voce nella valle. Riascolto: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”.
“Dio ha tanto amato il mondo”. E già dall’in principio, nella creazione, il segno dell’amore di Dio. Prima delle nostre restrizioni. Parole come alba, perché raccontano l’alba del mondo, e all’inizio sta l’amore. Dunque, se vuoi che ci sia alba, metti in principio l’amore. E forse era questo che aveva sconcertato Nicodemo, capo dei farisei: il Rabbi di Nazaret, diversamente dagli altri rabbi, non faceva discussioni di leggi, non metteva in principio norme e precetti, ma un vento, un nascere da acqua e spirito. Che fa semina nella vita è il vento, principio dei germogli è l’amore.
L’amore – badate bene – che secondo Gesù non ha nulla da spartire – come talvolta accade – con un miscuglio di vuote dichiarazioni o di solenni sermoni. Un amore che traluce dal dare: : “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Da dare… E poi ecco sgusciare nel testo una aggiunta di imperdibile suggestione: “da dare il suo Figlio unigenito”. Perché dono tra i doni, sommo dono, il più prezioso, è una persona, cui puoi dire, occhi inteneriti: “Sei tu il mio dono…”. Inimmaginabile dono ed è – pensate – accaduto, Gesù di Nazaret! Credere in lui vuol dire amare il mondo e dare noi stessi, come il Padre ha dato il Figlio, come il Figlio ha dato se stesso.
Dare ‘al mondo’ mi affascina l’universalità, che dovrebbe abitarci, occhi e cuore. Dovrebbe farci guardare con apprensione e farci tenacemente resistenti contro il mito del suprematismo che sembra dilagare ai nostri giorni, accecando e seducendo. E fa la rovina della terra. Non era stata forse la tentazione di Adamo e Eva? La tentazione di sempre. Se riconosci la tua finitudine, ti apri all’altro, all’immenso; se ti fai Dio, precipiti nella nudità e nella solitudine e con te la terra.
Ritorno così alle immagini luminose della creazione, una raccolta di miti. E mi incanto all’acqua, a una polla d’acqua. Sta scritto: “Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo”.
“Irrigava”: vedo l’acqua, non quella potente e impetuosa dei fiumi, ma l’acqua che irriga, fa umida per crescite la terra, quasi rugiada, che in terra di Palestina, veniva raccolta come dono prezioso. Acqua che fa umida la terra da cui cresce l’umanità.
La pioggia, che irriga silenziosa, non mette fretta. Mi ritorna Nicodemo. Uscì dalla casa, era notte. Una notte di rugiada. E non fu adesione immediata a Gesù , non fu da subito al seguito del Rabbi di Nazaret. Era terra irrigata. Di li a poco ai suoi, che avevano già dato a Gesù destino di morte, avrebbe reagito dicendo che uno non lo si condanna prima di averlo ascoltato. E ritroviamo Nicodemo in un venerdì di un buio che più buio non si può, proprio lui – clamorosamente assenti i discepoli – a deporre Gesù nella tomba, lui con Giuseppe d’Arimatea. E ci portò qualcosa come trenta chili di una mistura di mirra e di aloe
Quella lontana notte nella casa era stata rugiada, pioggia che imbeve la terra, il dono della pioggia silenziosa. Pioggia e rugiada per il mondo, per tutti. Un “tutti” che spalanca alla meraviglia. Alla meraviglia e alla imitazione: essere pioggia e rugiada. Dal monte il rabbi di Nazaret sorprendendo aveva detto: “Siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” .

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Omelia del 14.06.2026 – terza domenica dopo Pentecoste

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Le letture oggi sembrano per tanti ritagli un canto alla vita.
Mi rimane un rincorrersi di immagini e mi perdo. La vita, che è luce, è acqua, è vento e soffio e spirito. Generati alla vita, o rigenerati, perché di nascere non avremo mai finito:
Né mi basterà meno di una vita
per diventare figlio.
Abito ancora il grembo tenero e oscuro e attendo di venire alla luce.
E dunque venire alla luce, all’acqua, al vento, al soffio, allo spirito. Purtroppo non siamo immuni dallo sfascio del degenerare. Allontanandoci così dalla vita: dalla luce che possiamo offuscare, dall’acqua che possiamo intossicare, dal vento, dal soffio, dallo spirito che possiamo soffocare.
Ma le letture – spero non sia un mio stravedere – sembrano cantare il prevalere, nonostante tutto, della vita, dei colori della vita. E oggi a fare controcanto strofe di poesia dal salmo 103:
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Ebbene mi perdo in questa immensità luminosa, dove il fiorire non è un piccolo angolo, uno scampolo, la bellezza ha vocazione all’immenso: la faccia della terra:
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.
Una terra amata, una umanità amata, e dunque “magnifica humanitas”.
Mi risuona in cuore – è bellezza – questa parola di Gesù dal brano del vangelo di Giovanni, quasi suono di una impenitente campana, che stenta a spegnere voce nella valle. Riascolto: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”.
“Dio ha tanto amato il mondo”. E già dall’in principio, nella creazione, il segno dell’amore di Dio. Prima delle nostre restrizioni. Parole come alba, perché raccontano l’alba del mondo, e all’inizio sta l’amore. Dunque, se vuoi che ci sia alba, metti in principio l’amore. E forse era questo che aveva sconcertato Nicodemo, capo dei farisei: il Rabbi di Nazaret, diversamente dagli altri rabbi, non faceva discussioni di leggi, non metteva in principio norme e precetti, ma un vento, un nascere da acqua e spirito. Che fa semina nella vita è il vento, principio dei germogli è l’amore.
L’amore – badate bene – che secondo Gesù non ha nulla da spartire – come talvolta accade – con un miscuglio di vuote dichiarazioni o di solenni sermoni. Un amore che traluce dal dare: : “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Da dare… E poi ecco sgusciare nel testo una aggiunta di imperdibile suggestione: “da dare il suo Figlio unigenito”. Perché dono tra i doni, sommo dono, il più prezioso, è una persona, cui puoi dire, occhi inteneriti: “Sei tu il mio dono…”. Inimmaginabile dono ed è – pensate – accaduto, Gesù di Nazaret! Credere in lui vuol dire amare il mondo e dare noi stessi, come il Padre ha dato il Figlio, come il Figlio ha dato se stesso.
Dare ‘al mondo’ mi affascina l’universalità, che dovrebbe abitarci, occhi e cuore. Dovrebbe farci guardare con apprensione e farci tenacemente resistenti contro il mito del suprematismo che sembra dilagare ai nostri giorni, accecando e seducendo. E fa la rovina della terra. Non era stata forse la tentazione di Adamo e Eva? La tentazione di sempre. Se riconosci la tua finitudine, ti apri all’altro, all’immenso; se ti fai Dio, precipiti nella nudità e nella solitudine e con te la terra.
Ritorno così alle immagini luminose della creazione, una raccolta di miti. E mi incanto all’acqua, a una polla d’acqua. Sta scritto: “Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava tutto il suolo”.
“Irrigava”: vedo l’acqua, non quella potente e impetuosa dei fiumi, ma l’acqua che irriga, fa umida per crescite la terra, quasi rugiada, che in terra di Palestina, veniva raccolta come dono prezioso. Acqua che fa umida la terra da cui cresce l’umanità.
La pioggia, che irriga silenziosa, non mette fretta. Mi ritorna Nicodemo. Uscì dalla casa, era notte. Una notte di rugiada. E non fu adesione immediata a Gesù , non fu da subito al seguito del Rabbi di Nazaret. Era terra irrigata. Di li a poco ai suoi, che avevano già dato a Gesù destino di morte, avrebbe reagito dicendo che uno non lo si condanna prima di averlo ascoltato. E ritroviamo Nicodemo in un venerdì di un buio che più buio non si può, proprio lui – clamorosamente assenti i discepoli – a deporre Gesù nella tomba, lui con Giuseppe d’Arimatea. E ci portò qualcosa come trenta chili di una mistura di mirra e di aloe
Quella lontana notte nella casa era stata rugiada, pioggia che imbeve la terra, il dono della pioggia silenziosa. Pioggia e rugiada per il mondo, per tutti. Un “tutti” che spalanca alla meraviglia. Alla meraviglia e alla imitazione: essere pioggia e rugiada. Dal monte il rabbi di Nazaret sorprendendo aveva detto: “Siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” .

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