DESK E MEDIE
Omelia del 09.02.2025 – quinta Domenica dopo l’Epifania
Da poco Gesù aveva finito quel discorso tenuto mentre stava sul monte; lassù aveva dato le indicazioni per una vita nuova. Ora sceso dal monte mostra che la sua parola è anche opera non solo voce. Prima il lebbroso: viene guarito uno che, nella sua devastazione fisica, rappresenta il simbolo dei cuori distrutti. Il secondo gesto miracoloso è quello ascoltato ora. Proviamo ad immedesimarci nella situazione. Siamo a Cafarnao, un grosso centro abbastanza trafficato e popoloso; ci sono i soldati occupanti, i romani e sono gentaglia pagana che obbedisce al dio della forza e della brutalità. Immagino gli sguardi che Gesù gira attorno per scoprire i pensieri di quell’umanità indaffarata, così come farebbe anche adesso per le nostre strade del centro storico. Dietro il volto di commerci e affari, lui scorge tutte le paure dell’uomo, paure che si colgono in quell’agitarsi.
Accade che gli si fa incontro una persona potente ma in difficoltà; uno che ha scoperto il limite del suo potere. È un passo importante, la scoperta della non autosufficienza. Il primo livello della fede è la coscienza del nostro limite, della nostra impotenza. Cessa il delirio di onnipotenza e ogni illusione così invece di abbattersi nella delusione, ci si rivolge al Signore con tutto il nostro limite e bisogno. Ma attenzione: non è una domanda quella che il centurione presenta; è un racconto, il dire il proprio star male, il disagio, dolore e smarrimento. Il suo dire è spiegare ciò che accade e metterlo ai piedi di Gesù; è come un affidare a qualcuno ciò che non riesci più trattenere. Paradossalmente egli non chiede, ma racconta a Gesù quello che sta vivendo; c’è la sofferenza di un servo, di una persona che malgrado il ruolo inferiore gli deve stare particolarmente a cuore. Ci rivediamo in questa scena? Quante cose ci stanno a cuore? Quante cose anche penose attraversano le nostre giornate? Dovremmo imparare a raccontarle così a Gesù come ha fatto il soldato romano. Dire a Gesù la nostra sofferenza o la sofferenza che incontriamo sul nostro cammino, specie nel volto dei fratelli che incrociamo. La preghiera è innanzitutto questa consegna delle cose. Prima ancora di essere una richiesta è una sorta di affidamento. Perché questo avvenga occorre che ci sia la fede. Per il centurione, che pur veniva da tutt’altra tradizione, la fede è presente e probabilmente era nata in lui da ciò che aveva udito e visto in Gesù.
Un elemento indispensabile deve sostanziare la nostra fede: è sapere che di fronte alle nostre domande il Signore non si nega, anzi è pronto. Così quando pensiamo di essere abbandonati alla più nera desolazione, scopriamo una sorprendente consolazione. Desolato è colui che si ritiene privo di appoggi, abbandonato alla sua impotente solitudine. Consolato è chi invece è “con” qualcuno; sente un prossimo che si accompagna a lui, che si prende cura in prima persona e senza deleghe, che fa sentire il calore di una partecipazione profonda alla sua condizione.
Ovvio che non sempre segue il miracolo a sanare le nostre desolazioni. Ma la lettura della vita del Signore dice con estrema chiarezza la sua totale dedizione alla nostra causa; il suo è anche il tentativo di insegnarci la necessità di impegnarsi a fondo per sovvertire tutta la disumanità e gli inferni che dilagano nel mondo.
L’affermazione finale del brano è molto forte; il soldato romano prima di tutto riconosce a Gesù una statura superiore con quelle parole “non sono degno” e poi aggiunge che gli crede sulla parola. Il vangelo lancia così un messaggio forte, dirompente: la credibilità di Gesù messia è riconosciuta meglio al di fuori dei confini angusti d’Israele; i detentori della verità, i dottori del tempio con la loro magnifica cultura religiosa non vedono chiaro quello che Dio fa e dice in Gesù.
Le parole del soldato romano sono quelle che noi diciamo ad ogni messa prima della comunione: dopo aver messo ai piedi della croce tutte le nostre difficoltà, dopo aver fatto memoria di quella vita offerta, possiamo accostarci pur nell’indegnità. Oggi la nostra dovrà essere una comunione particolarmente meditata e accorta.
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Omelia del 09.02.2025 – quinta Domenica dopo l’Epifania
Da poco Gesù aveva finito quel discorso tenuto mentre stava sul monte; lassù aveva dato le indicazioni per una vita nuova. Ora sceso dal monte mostra che la sua parola è anche opera non solo voce. Prima il lebbroso: viene guarito uno che, nella sua devastazione fisica, rappresenta il simbolo dei cuori distrutti. Il secondo gesto miracoloso è quello ascoltato ora. Proviamo ad immedesimarci nella situazione. Siamo a Cafarnao, un grosso centro abbastanza trafficato e popoloso; ci sono i soldati occupanti, i romani e sono gentaglia pagana che obbedisce al dio della forza e della brutalità. Immagino gli sguardi che Gesù gira attorno per scoprire i pensieri di quell’umanità indaffarata, così come farebbe anche adesso per le nostre strade del centro storico. Dietro il volto di commerci e affari, lui scorge tutte le paure dell’uomo, paure che si colgono in quell’agitarsi.
Accade che gli si fa incontro una persona potente ma in difficoltà; uno che ha scoperto il limite del suo potere. È un passo importante, la scoperta della non autosufficienza. Il primo livello della fede è la coscienza del nostro limite, della nostra impotenza. Cessa il delirio di onnipotenza e ogni illusione così invece di abbattersi nella delusione, ci si rivolge al Signore con tutto il nostro limite e bisogno. Ma attenzione: non è una domanda quella che il centurione presenta; è un racconto, il dire il proprio star male, il disagio, dolore e smarrimento. Il suo dire è spiegare ciò che accade e metterlo ai piedi di Gesù; è come un affidare a qualcuno ciò che non riesci più trattenere. Paradossalmente egli non chiede, ma racconta a Gesù quello che sta vivendo; c’è la sofferenza di un servo, di una persona che malgrado il ruolo inferiore gli deve stare particolarmente a cuore. Ci rivediamo in questa scena? Quante cose ci stanno a cuore? Quante cose anche penose attraversano le nostre giornate? Dovremmo imparare a raccontarle così a Gesù come ha fatto il soldato romano. Dire a Gesù la nostra sofferenza o la sofferenza che incontriamo sul nostro cammino, specie nel volto dei fratelli che incrociamo. La preghiera è innanzitutto questa consegna delle cose. Prima ancora di essere una richiesta è una sorta di affidamento. Perché questo avvenga occorre che ci sia la fede. Per il centurione, che pur veniva da tutt’altra tradizione, la fede è presente e probabilmente era nata in lui da ciò che aveva udito e visto in Gesù.
Un elemento indispensabile deve sostanziare la nostra fede: è sapere che di fronte alle nostre domande il Signore non si nega, anzi è pronto. Così quando pensiamo di essere abbandonati alla più nera desolazione, scopriamo una sorprendente consolazione. Desolato è colui che si ritiene privo di appoggi, abbandonato alla sua impotente solitudine. Consolato è chi invece è “con” qualcuno; sente un prossimo che si accompagna a lui, che si prende cura in prima persona e senza deleghe, che fa sentire il calore di una partecipazione profonda alla sua condizione.
Ovvio che non sempre segue il miracolo a sanare le nostre desolazioni. Ma la lettura della vita del Signore dice con estrema chiarezza la sua totale dedizione alla nostra causa; il suo è anche il tentativo di insegnarci la necessità di impegnarsi a fondo per sovvertire tutta la disumanità e gli inferni che dilagano nel mondo.
L’affermazione finale del brano è molto forte; il soldato romano prima di tutto riconosce a Gesù una statura superiore con quelle parole “non sono degno” e poi aggiunge che gli crede sulla parola. Il vangelo lancia così un messaggio forte, dirompente: la credibilità di Gesù messia è riconosciuta meglio al di fuori dei confini angusti d’Israele; i detentori della verità, i dottori del tempio con la loro magnifica cultura religiosa non vedono chiaro quello che Dio fa e dice in Gesù.
Le parole del soldato romano sono quelle che noi diciamo ad ogni messa prima della comunione: dopo aver messo ai piedi della croce tutte le nostre difficoltà, dopo aver fatto memoria di quella vita offerta, possiamo accostarci pur nell’indegnità. Oggi la nostra dovrà essere una comunione particolarmente meditata e accorta.







