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04.01.2026 – Domenica dopo il Natale del Signore

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Non è ancora l’Epifania e oggi già troviamo un Gesù adulto. Ci parrebbe normale seguire un itinerario cronologico; come quando si studia la storia. La liturgia non lo fa. Intende invece portare avanti la descrizione dell’identità di quel bimbo che è nato a Betlemme; lo fa chiedendo a Gesù stesso di presentarsi e riferisce l’episodio della sinagoga di Nazareth dove Gesù prende la parola e si dichiara messia. Mentre nella notte di Natale abbiamo ascoltato Giovanni che ci consegnava la sua ricostruzione dell’accaduto dicendo che, all’inizio di tutto, era il Verbo e che ora assume fisionomia umana, in questa pagina di Luca si vede all’opera il verbo fatto carne per auto-presentarsi.
Secondo le abitudini ebraiche, il sabato si va in sinagoga e un rabbino avvia l’assemblea; poi invita qualcuno a leggere e commentare. In quella sinagoga Gesù aveva fatto la sua formazione nelle adunanze del sabato, ma adesso è venuto il momento per lui di prendere la parola; di lui, per voci arrivate da Cafarnao, si diceva un gran bene, ma qui fa qualcosa che crea problemi. Bisogna analizzare il contesto: Nazareth è un borgo di gente abbastanza primitiva; viveva ancora nelle grotte, ed erano conosciuti per essere un coacervo di
nazionalisti, cioè di persone attaccate a ideali religiosi di supremazia di Israele e di violenta avversione contro i dominatori romani. Luca riferisce che Gesù sarà presente quattro volte almeno nelle sinagoghe sempre suscitando reazioni rancorose. Il suo comportamento non segue le abitudini cristallizzate dalla tradizione liturgica: prende il libro di Isaia e cerca lui il brano da leggere, non quello indicato nel calendario; sarebbe come se da noi nella messa il celebrante scegliesse una lettura diversa da quella proposta dal lezionario. Il testo inizia con le parole “lo Spirito del Signore è sopra di me”: l’investitura messianica! Il profeta indica quali sono i destinatari della sua opera: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi e per tutti un anno di grazia; tuttavia salta la frase che proclama “il giorno di vendetta del nostro Dio”: Gesù non è d’accordo di assumersi il compito della vendetta sui dominatori.
Gesù già compie una prima infrazione cercando un testo che non era quello liturgico; adesso ne compie anche un’altra: omette la lettura di una parte del testo. Ovvio che l’atmosfera sia carica di tensione.
Gli abitanti di Nazareth, nazionalisti esacerbati, aspettavano il momento della ribellione e della vendetta, ma le scelte di Gesù li deludono.
Gesù annuncia: “Oggi si è compiuta la scrittura che voi avete ascoltato”. Dunque il bimbo nato a Betlemme è il messia, ma sui generis, perché include tutti nella grazia e nella misericordia di Dio, amici e nemici.
Oggi abbiamo iniziato con la lettura che parla della sapienza; il popolo d’Israele ha una profonda coscienza di essere stato privilegiato da Dio poiché gli è stata consegnata la Sapienza che è la stessa del suo Signore. Essa è preesistente al mondo, anzi accompagna il Signore nell’architettare la terra nella sua bellezza. Orgoglio di questa gente che si sente depositaria della chiave del mistero della realtà esistente. Non deve però essere un motivo di superiorità; il Verbo nasce uomo ebreo ma è venuto per il mondo, non per una limitata porzione di terra e di persone.
La comparsa in sinagoga finisce con la cacciata: intollerabile il messaggio di questo messia.
È un messia rifiutato perché rompe gli schemi dei particolarismi politico-religiosi; l’uso della tradizione religiosa per scopi estranei al suo nascere ritorna continuamente nella storia; ne siamo attoniti testimoni ancora oggi. Nel messaggio per la giornata del primo giorno dell’anno, interviene con forza sul tema papa Leone contro la prepotenza dei potenti, condannando il riarmo, la logica di paura e dominio tra i popoli, e la giustificazione religiosa della violenza. invitando invece a una pace basata su amore, giustizia, mitezza e diplomazia, chiedendo un risveglio delle coscienze contro la mentalità di guerra e nazionalismo che favorisce il potere a scapito della pace. Queste parole ci chiamano in quanto cristiani a metterci in prima linea (farsi avanti, diceva mons. Delpini) in alternativa alla deriva bellicista che sta distruggendo il mondo.

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Non è ancora l’Epifania e oggi già troviamo un Gesù adulto. Ci parrebbe normale seguire un itinerario cronologico; come quando si studia la storia. La liturgia non lo fa. Intende invece portare avanti la descrizione dell’identità di quel bimbo che è nato a Betlemme; lo fa chiedendo a Gesù stesso di presentarsi e riferisce l’episodio della sinagoga di Nazareth dove Gesù prende la parola e si dichiara messia. Mentre nella notte di Natale abbiamo ascoltato Giovanni che ci consegnava la sua ricostruzione dell’accaduto dicendo che, all’inizio di tutto, era il Verbo e che ora assume fisionomia umana, in questa pagina di Luca si vede all’opera il verbo fatto carne per auto-presentarsi.
Secondo le abitudini ebraiche, il sabato si va in sinagoga e un rabbino avvia l’assemblea; poi invita qualcuno a leggere e commentare. In quella sinagoga Gesù aveva fatto la sua formazione nelle adunanze del sabato, ma adesso è venuto il momento per lui di prendere la parola; di lui, per voci arrivate da Cafarnao, si diceva un gran bene, ma qui fa qualcosa che crea problemi. Bisogna analizzare il contesto: Nazareth è un borgo di gente abbastanza primitiva; viveva ancora nelle grotte, ed erano conosciuti per essere un coacervo di
nazionalisti, cioè di persone attaccate a ideali religiosi di supremazia di Israele e di violenta avversione contro i dominatori romani. Luca riferisce che Gesù sarà presente quattro volte almeno nelle sinagoghe sempre suscitando reazioni rancorose. Il suo comportamento non segue le abitudini cristallizzate dalla tradizione liturgica: prende il libro di Isaia e cerca lui il brano da leggere, non quello indicato nel calendario; sarebbe come se da noi nella messa il celebrante scegliesse una lettura diversa da quella proposta dal lezionario. Il testo inizia con le parole “lo Spirito del Signore è sopra di me”: l’investitura messianica! Il profeta indica quali sono i destinatari della sua opera: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi e per tutti un anno di grazia; tuttavia salta la frase che proclama “il giorno di vendetta del nostro Dio”: Gesù non è d’accordo di assumersi il compito della vendetta sui dominatori.
Gesù già compie una prima infrazione cercando un testo che non era quello liturgico; adesso ne compie anche un’altra: omette la lettura di una parte del testo. Ovvio che l’atmosfera sia carica di tensione.
Gli abitanti di Nazareth, nazionalisti esacerbati, aspettavano il momento della ribellione e della vendetta, ma le scelte di Gesù li deludono.
Gesù annuncia: “Oggi si è compiuta la scrittura che voi avete ascoltato”. Dunque il bimbo nato a Betlemme è il messia, ma sui generis, perché include tutti nella grazia e nella misericordia di Dio, amici e nemici.
Oggi abbiamo iniziato con la lettura che parla della sapienza; il popolo d’Israele ha una profonda coscienza di essere stato privilegiato da Dio poiché gli è stata consegnata la Sapienza che è la stessa del suo Signore. Essa è preesistente al mondo, anzi accompagna il Signore nell’architettare la terra nella sua bellezza. Orgoglio di questa gente che si sente depositaria della chiave del mistero della realtà esistente. Non deve però essere un motivo di superiorità; il Verbo nasce uomo ebreo ma è venuto per il mondo, non per una limitata porzione di terra e di persone.
La comparsa in sinagoga finisce con la cacciata: intollerabile il messaggio di questo messia.
È un messia rifiutato perché rompe gli schemi dei particolarismi politico-religiosi; l’uso della tradizione religiosa per scopi estranei al suo nascere ritorna continuamente nella storia; ne siamo attoniti testimoni ancora oggi. Nel messaggio per la giornata del primo giorno dell’anno, interviene con forza sul tema papa Leone contro la prepotenza dei potenti, condannando il riarmo, la logica di paura e dominio tra i popoli, e la giustificazione religiosa della violenza. invitando invece a una pace basata su amore, giustizia, mitezza e diplomazia, chiedendo un risveglio delle coscienze contro la mentalità di guerra e nazionalismo che favorisce il potere a scapito della pace. Queste parole ci chiamano in quanto cristiani a metterci in prima linea (farsi avanti, diceva mons. Delpini) in alternativa alla deriva bellicista che sta distruggendo il mondo.

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