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Omelia del 13.09.2026 – terza Domenica dopo il martirio di Giovanni
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Per capire l’importanza di queste poche righe di Vangelo dobbiamo cercare di vedere a quale momento del cammino del Signore si riferiscono. Ormai Gesù aveva dato tanti insegnamenti e aveva compiuto tanti gesti prodigiosi, l’ultimo dei quali, poche ore prima, era stata la distribuzione del pane “moltiplicato”. Finalmente trova un momento di tranquillità dopo l’assedio delle folle in continua ricerca di miracoli. Luca non descrive il luogo, ma sappiamo da Matteo che ci troviamo nella zona più settentrionale della Palestina, a Cesarea, città ai piedi del monte Hermon presso le sorgenti del Giordano. Qui Gesù riesce a trovare un po’ di isolamento per pregare, e proprio durante la preghiera, io credo che abbia preparato la domanda da fare ai discepoli sulla propria missione, quella che a breve si concluderà con la persecuzione e la croce. Ai suoi non intende fare un esame di catechismo, ma chiede una presa di coscienza e una maturazione della fede in lui.
Per la prima volta, nella risposta di Pietro, troviamo la dichiarazione netta e precisa dell’identità messianica di Gesù. “Tu sei il Cristo”, egli afferma; parola greca che traduce l’ebraico messia: è l’uomo che Dio ha “unto”, cioè consacrato, per portare salvezza agli uomini. Ma la percezione dell’idea messianica, a quei tempi, non certo univoca: cosa pensava veramente Pietro dicendo che Gesù è Messia? All’epoca erano presenti diverse posizioni. C’era che vedeva nel cristo il vendicatore dei soprusi subiti dai romani; c’era chi lo immaginava come un potente capace di far rivivere la grandezza di certi tempi passati; qualcuno, ad esempio i cosiddetti anawim, che letteralmente significa “curvi” perché sotto il peso delle povertà ma anche inginocchiati davanti alla grandezza divina, poveri del Signore, lo pensavano come il volto misericordioso di Dio.
Purtroppo l’idea di un messia politico era notevolmente diffusa; tutta la tradizione profetica, come si vede anche nella prima lettura di questa messa, pensava i tempi messianici come una sorta di età dell’oro, tempo di benessere e di pace, tempo di giustizia e di equità. Anche ai nostri giorni fra gli ebrei, quelli che hanno uno spirito bellicoso e integralista, c’è chi pensa al grande Israele come al compimento dell’era messianica.
Gesù smentisce queste attese e parla di sé come di un messia rifiutato e messo a morte; non sappiamo cosa abbiamo capito gli apostoli ma resta il fatto che rifiutano di pensare a un Gesù crocifisso e senza contare l’incomprensibilità per loro della parola risurrezione.
La lettera di Paolo, ora ascoltata, mostra quale capovolgimento di pensiero e di vita occorra ad un fariseo assai osservante come lui era per accettare Gesù che ha una ben diversa idea del messia.
Sappiamo che il vangelo non è un libro scritto per essere lasciato in uno scaffale insieme a tanti altri testi. È come se Gesù uscisse da quelle pagine per interpellare il cuore di tutti noi anche ora.
Possiamo leggere le parole di Gesù come se le avesse pronunciate adesso nel nostro oggi, e verremmo interrogati da quel “ma voi chi dite che io sia”! Magari, al momento della comunione, quando riceviamo l’Eucarestia, nel segreto del nostro cuore, cerchiamo di dare risposta.
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Omelia del 13.09.2026 – terza Domenica dopo il martirio di Giovanni
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Per capire l’importanza di queste poche righe di Vangelo dobbiamo cercare di vedere a quale momento del cammino del Signore si riferiscono. Ormai Gesù aveva dato tanti insegnamenti e aveva compiuto tanti gesti prodigiosi, l’ultimo dei quali, poche ore prima, era stata la distribuzione del pane “moltiplicato”. Finalmente trova un momento di tranquillità dopo l’assedio delle folle in continua ricerca di miracoli. Luca non descrive il luogo, ma sappiamo da Matteo che ci troviamo nella zona più settentrionale della Palestina, a Cesarea, città ai piedi del monte Hermon presso le sorgenti del Giordano. Qui Gesù riesce a trovare un po’ di isolamento per pregare, e proprio durante la preghiera, io credo che abbia preparato la domanda da fare ai discepoli sulla propria missione, quella che a breve si concluderà con la persecuzione e la croce. Ai suoi non intende fare un esame di catechismo, ma chiede una presa di coscienza e una maturazione della fede in lui.
Per la prima volta, nella risposta di Pietro, troviamo la dichiarazione netta e precisa dell’identità messianica di Gesù. “Tu sei il Cristo”, egli afferma; parola greca che traduce l’ebraico messia: è l’uomo che Dio ha “unto”, cioè consacrato, per portare salvezza agli uomini. Ma la percezione dell’idea messianica, a quei tempi, non certo univoca: cosa pensava veramente Pietro dicendo che Gesù è Messia? All’epoca erano presenti diverse posizioni. C’era che vedeva nel cristo il vendicatore dei soprusi subiti dai romani; c’era chi lo immaginava come un potente capace di far rivivere la grandezza di certi tempi passati; qualcuno, ad esempio i cosiddetti anawim, che letteralmente significa “curvi” perché sotto il peso delle povertà ma anche inginocchiati davanti alla grandezza divina, poveri del Signore, lo pensavano come il volto misericordioso di Dio.
Purtroppo l’idea di un messia politico era notevolmente diffusa; tutta la tradizione profetica, come si vede anche nella prima lettura di questa messa, pensava i tempi messianici come una sorta di età dell’oro, tempo di benessere e di pace, tempo di giustizia e di equità. Anche ai nostri giorni fra gli ebrei, quelli che hanno uno spirito bellicoso e integralista, c’è chi pensa al grande Israele come al compimento dell’era messianica.
Gesù smentisce queste attese e parla di sé come di un messia rifiutato e messo a morte; non sappiamo cosa abbiamo capito gli apostoli ma resta il fatto che rifiutano di pensare a un Gesù crocifisso e senza contare l’incomprensibilità per loro della parola risurrezione.
La lettera di Paolo, ora ascoltata, mostra quale capovolgimento di pensiero e di vita occorra ad un fariseo assai osservante come lui era per accettare Gesù che ha una ben diversa idea del messia.
Sappiamo che il vangelo non è un libro scritto per essere lasciato in uno scaffale insieme a tanti altri testi. È come se Gesù uscisse da quelle pagine per interpellare il cuore di tutti noi anche ora.
Possiamo leggere le parole di Gesù come se le avesse pronunciate adesso nel nostro oggi, e verremmo interrogati da quel “ma voi chi dite che io sia”! Magari, al momento della comunione, quando riceviamo l’Eucarestia, nel segreto del nostro cuore, cerchiamo di dare risposta.







