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(Omelia del 21.05.2023 – Settima Domenica di Pasqua)

 

Ultima domenica della Pasqua; e la liturgia si affretta a dire due cose: anzitutto che la presenza fisica di Gesù, la sua percettibilità materiale finisce e la seconda affermazione è quella di una presenza diffusa molto più grande di quella consentita dalla fisicità.
Il tratto di strada fatto insieme ai due discepoli verso il paese di Emmaus è l’icona della possibilità di un continuare ad esserci senza il limite del tempo e dello spazio. Gesù aveva dato ai suoi un appuntamento in Galilea fissato al termine della sua personale pasqua fatta di morte e risurrezione; il luogo prescelto era un monte, sicuramente il Tabor: là aveva proclamato le beatitudini, cioè il modo in cui vivere la nuova stagione, là aveva svelato a tre di loro la sua vera identità trasfigurandosi in un bagliore di luce avendo a fianco Mosè ed Elia, ed ora là andrà a dire a quegli uomini poco sicuri nella loro fede: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. La via di Emmaus, per quei due uomini distrutti dalla delusione, una via percorsa chissà quante volte senza grandi dispiaceri o grandi entusiasmi, diventa questa volta una via santa e fortunata. I delusi sono cercati da qualcuno che fa la stessa via e che alla fine si rivela come colui che loro avevano dato per perso e sconfitto e che invece è ben vivo e vero.
Il racconto di Luca è bellissimo: una pagina così vicina alla nostra esperienza umana da far dire ad un grande scrittore come Jean Guitton, voluto dal papa Paolo VI come unico laico osservatore ai lavori del Concilio Vaticano II: “Se dovessi lasciare l’intero Evangelo per una sola scena che tutto lo raccolga, non avrei alcuna esitazione e sceglierei la pagina dei discepoli di Emmaus”. Cosa c’è di così speciale?
Quello che stavano vivendo quei due uomini era il dramma delle speranze svanite e delle attese cancellate; è la condizione di chi non sa più, per dirla con una frase efficace, “a che santo votarsi”. Si immaginavano un futuro, se non proprio glorioso, almeno sereno: niente, tutto finito. Mi chiedo se anche noi abbiamo provato una tale esperienza. Certamente: pensiamo ad esempio a questo primo ventennio del secolo; doveva essere l’era della felicità diffusa e della pace universale ed invece si continua a vedere morte e devastazione. Accanto alle meravigliose novità che la scienza ha prodotto c’è sempre chi tenta di piegarle per metterle a servizio di nefandezze assolute. Il racconto di Emmaus fa ritornare la fiducia. È consolante pensare che qualcuno si accompagna sulla strada dei disperati e si fa partecipe del loro dolore offrendo al tempo stesso un rilancio della speranza. Gesù ha spiegato che la visione negativa degli esiti della sua vicenda è incompleta e che la sua vita è piena e risorta, per essere nostra compagnia per sempre. Sappiamo bene che Gesù non vuole comunicare un irenismo superficiale; non dice che la crudeltà subita non si ripeterà più, bensì consegna a chi lo vorrà seguire una forza rinnovata per mantenere la rotta anche nelle peggiori oscurità.
Il misterioso accompagnatore sulla strada di Emmaus ha compiuto alcuni gesti indimenticabili: lo stare accanto, anzitutto, ai due sofferenti, l’aprire gli occhi sulle scritture e sulla realtà, il pane spezzato e benedetto; su queste basi deve ricomporsi la vita dei discepoli. Forse non crediamo abbastanza al venirci incontro di Gesù anche oggi; dovremmo invece pensare che proprio la breve durata della sua presenza fisica fra gli apostoli lascia il posto ad un esserci che va oltre il nostro limite; quel pane spezzato ogni domenica, conservato all’adorazione in tutti i tabernacoli, è Lui che continua a rintuzzare il nostro tornare indietro scoraggiati e vinti, il nostro abbandonare il campo col pensiero che nulla si possa fare per guarirlo.
Il ritorno a Gerusalemme, luogo del disastro, è un cammino gioioso: c’è una casa, una stanza in particolare, in quella città dove si può ricominciare. È il cenacolo. Non ci sono solo gli undici apostoli; c’è Maria e ci sono anche altre donne e questo è già una presa di distanze dalle regole discriminatorie della tradizione giudaica. Quella stanza riunisce, convoca, soddisfa l’esigenza di comunità; anzi il cenacolo non distingue luogo e persone, come la parola chiesa.

 

 

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(Omelia del 21.05.2023 – Settima Domenica di Pasqua)

 

Ultima domenica della Pasqua; e la liturgia si affretta a dire due cose: anzitutto che la presenza fisica di Gesù, la sua percettibilità materiale finisce e la seconda affermazione è quella di una presenza diffusa molto più grande di quella consentita dalla fisicità.
Il tratto di strada fatto insieme ai due discepoli verso il paese di Emmaus è l’icona della possibilità di un continuare ad esserci senza il limite del tempo e dello spazio. Gesù aveva dato ai suoi un appuntamento in Galilea fissato al termine della sua personale pasqua fatta di morte e risurrezione; il luogo prescelto era un monte, sicuramente il Tabor: là aveva proclamato le beatitudini, cioè il modo in cui vivere la nuova stagione, là aveva svelato a tre di loro la sua vera identità trasfigurandosi in un bagliore di luce avendo a fianco Mosè ed Elia, ed ora là andrà a dire a quegli uomini poco sicuri nella loro fede: “io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. La via di Emmaus, per quei due uomini distrutti dalla delusione, una via percorsa chissà quante volte senza grandi dispiaceri o grandi entusiasmi, diventa questa volta una via santa e fortunata. I delusi sono cercati da qualcuno che fa la stessa via e che alla fine si rivela come colui che loro avevano dato per perso e sconfitto e che invece è ben vivo e vero.
Il racconto di Luca è bellissimo: una pagina così vicina alla nostra esperienza umana da far dire ad un grande scrittore come Jean Guitton, voluto dal papa Paolo VI come unico laico osservatore ai lavori del Concilio Vaticano II: “Se dovessi lasciare l’intero Evangelo per una sola scena che tutto lo raccolga, non avrei alcuna esitazione e sceglierei la pagina dei discepoli di Emmaus”. Cosa c’è di così speciale?
Quello che stavano vivendo quei due uomini era il dramma delle speranze svanite e delle attese cancellate; è la condizione di chi non sa più, per dirla con una frase efficace, “a che santo votarsi”. Si immaginavano un futuro, se non proprio glorioso, almeno sereno: niente, tutto finito. Mi chiedo se anche noi abbiamo provato una tale esperienza. Certamente: pensiamo ad esempio a questo primo ventennio del secolo; doveva essere l’era della felicità diffusa e della pace universale ed invece si continua a vedere morte e devastazione. Accanto alle meravigliose novità che la scienza ha prodotto c’è sempre chi tenta di piegarle per metterle a servizio di nefandezze assolute. Il racconto di Emmaus fa ritornare la fiducia. È consolante pensare che qualcuno si accompagna sulla strada dei disperati e si fa partecipe del loro dolore offrendo al tempo stesso un rilancio della speranza. Gesù ha spiegato che la visione negativa degli esiti della sua vicenda è incompleta e che la sua vita è piena e risorta, per essere nostra compagnia per sempre. Sappiamo bene che Gesù non vuole comunicare un irenismo superficiale; non dice che la crudeltà subita non si ripeterà più, bensì consegna a chi lo vorrà seguire una forza rinnovata per mantenere la rotta anche nelle peggiori oscurità.
Il misterioso accompagnatore sulla strada di Emmaus ha compiuto alcuni gesti indimenticabili: lo stare accanto, anzitutto, ai due sofferenti, l’aprire gli occhi sulle scritture e sulla realtà, il pane spezzato e benedetto; su queste basi deve ricomporsi la vita dei discepoli. Forse non crediamo abbastanza al venirci incontro di Gesù anche oggi; dovremmo invece pensare che proprio la breve durata della sua presenza fisica fra gli apostoli lascia il posto ad un esserci che va oltre il nostro limite; quel pane spezzato ogni domenica, conservato all’adorazione in tutti i tabernacoli, è Lui che continua a rintuzzare il nostro tornare indietro scoraggiati e vinti, il nostro abbandonare il campo col pensiero che nulla si possa fare per guarirlo.
Il ritorno a Gerusalemme, luogo del disastro, è un cammino gioioso: c’è una casa, una stanza in particolare, in quella città dove si può ricominciare. È il cenacolo. Non ci sono solo gli undici apostoli; c’è Maria e ci sono anche altre donne e questo è già una presa di distanze dalle regole discriminatorie della tradizione giudaica. Quella stanza riunisce, convoca, soddisfa l’esigenza di comunità; anzi il cenacolo non distingue luogo e persone, come la parola chiesa.

 

 

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