DESK E MEDIE
Omelia del 12.10.2025 – settima Domenica dopo il martirio di Giovanni
Era stata per Gesù una giornata di parabole. Diciamolo – poi l’abbiamo dimenticato – era il suo genere letterario preferito. Forse anche perchè le parabole sono racconto per immagini e le immagini bussano agli occhi anche dei piccoli e se uno non le accoglie, e non vibra, è come avesse un’anima asfaltata.
Quel giorno fu come un torrente di parabole, prima a cielo aperto, poi in casa . Prima da una barca, pulpito nel lago, a un braccio dal litorale; pensate che splendore: cielo e lago e racconti. Raccontò di un seminatore un po’ fuori testa nel seminare, raccontò di grano e zizzania, di un granello di senapa e, ancora, di un grumo di lievito. Poi rientrò in casa e furono le parabole che oggi abbiamo ascoltate, parabole della casa: i discepoli e pure le pareti sospese a sentire racconti di tesori nascosti, di perle scoperte, di reti ricolme di pesci
Era passata la giornata, uscì di casa, fece tappa a Nazaret.
Noi rimaniamo nella casa, con le parabole. Poche pennellate e sgusciano quadri di vita, desideri dell’anima, subbugli del cuore. Forse sono tante le cose che accomunano il contadino, il mercante, i pescatori. Io vorrei indugiare su un aspetto che mi ha colpito che è fessura dell’anima. Forse, con un eccesso di disinvoltura, potrei dire che li accomuna il fatto di essere gente sveglia, attenta. curiosa, intraprendente.
Che bello pensare che attenzione, sorpresa, invenzione dovrebbero fare casa in coloro che hanno come orizzonte il vangelo, il regno di Dio. Penso al contadino che apre solchi nella terra e a un leggero intoppo non fa come non fosse, non continua imperterrito: che cosa avrà mai sfiorato la vanga? Il tesoro farà sorpresa dopo; al momento è attenzione a un minimo tocco di una vanga. Penso al mercante che di perle ne ha viste una moltitudine, ma ha custodito la capacità di sorprendersi al fascino di una perla straordinaria, lui della razza di coloro che vanno in cerca. Penso ai pescatori, che gettano reti nella notte, confidando in ciò che non vedono, poi la sorpresa di una rete in cui fanno convocazione di sussulti pesci di ogni genere; anche i pescatori a cercare ciò che ancora non si vede, in un mare all’apparenza vuoto.
Ci è chiesta questa sapienza, il convincimento che non andiamo nel vuoto: un pensiero, questo, che mi si è riacceso in cuore un giorno di novembre in un monastero, d’improvviso avvolto da nebbie. E mi sembrò invito a stare con occhi in attesa:
A noi tocca in sorte
andare
con passo lento e leggero in un abbraccio
di nebbie avvolgenti
e trattenere sospeso
il respiro.
Al di là del biancore puoi per grazia sfiorare
l’albero del cipresso
che beve il cielo,
la fontana oggi muta,
il masso di pietra
o forse un viso.
Forse anche il tuo, Signore.
E come andare con passo arrogante fendendo la nebbia
senza sospetto
quasi fosse la terra muta
e senza viventi,
e non terra sacra?
E la voce a dire:
come un giorno a Mosè oltre il deserto:
“Togliti i calzari”.
Perdonate se oggi mi fermo su questo ritaglio delle parabole – so di trascurarne altri più importanti. Ma è come se ancora sentissi nell’aria – è un agguato di sempre – il pericolo di vivere a volte come in un frullatore che va per inerzia, e tutto come fosse scontato, e giornate senza stupore. La noia della ripetizione: una vanga senza sorpresa di tesoro, perle senza brivido di accensioni e reti senza guizzi di pesci. Un andare ovvio; a prevalere una opaca disattenzione o il sonno dell’attenzione. Al cuore mi si accende una poesia, “Disattenzione”, di Wislawa Szymborska. Vi ricordo i primi versi:
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze, ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
E’ l’attenzione che ci ridesta, e ridesta le cose, anche le cose di Dio, le cose degne di essere sognate. E accadono sorprese, se ancora non ti sei così appesantito da fermarti, se a scolorirti non è la frenesia dell’apparenza, del successo, del potere, del denaro.
Sei ancora vivo. Ti rimane il coraggio di vendere, ti bussa al cuore la gioia. Del contadino del vangelo è scritto: “Poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. La gioia per un gesto che ad alcuni sarà parso di follia.
Vendere e comprare. E a raggiungermi domande. Che cosa io vendo per comprare? Per comprare in grazia, in amore, in umanità? Vendo la mia indifferenza, la mia meschinità, i miei orizzonti chiusi, la mia arroganza e quant’altro? Potrebbe essere la domanda di ogni sera: “Oggi che cosa ho venduto e che cosa ho comprato? A che cosa ho tolto tempo per dare tempo? A che cosa, a chi ho dato tempo e cuore? Dove è veramente il mio cuore? E come fare chiarezza? Nel vangelo di Matteo, discorso del monte, ho letto: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”
Che cos’è il tesoro nascosto? Che cosa la perla? Per Gesù il tesoro e la perla sono le vere immagini del “regno di Dio”.
Ho divagato nel commento. Prenda luce ora una immagine. Ce l’ha regalata Gesù, sul finire del racconto delle parabole della casa: «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Dona Signore, dona a tutti noi, piccoli e grandi, la luce che fa lago negli occhi dello scriba del vangelo. Che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.
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Omelia del 12.10.2025 – settima Domenica dopo il martirio di Giovanni
Era stata per Gesù una giornata di parabole. Diciamolo – poi l’abbiamo dimenticato – era il suo genere letterario preferito. Forse anche perchè le parabole sono racconto per immagini e le immagini bussano agli occhi anche dei piccoli e se uno non le accoglie, e non vibra, è come avesse un’anima asfaltata.
Quel giorno fu come un torrente di parabole, prima a cielo aperto, poi in casa . Prima da una barca, pulpito nel lago, a un braccio dal litorale; pensate che splendore: cielo e lago e racconti. Raccontò di un seminatore un po’ fuori testa nel seminare, raccontò di grano e zizzania, di un granello di senapa e, ancora, di un grumo di lievito. Poi rientrò in casa e furono le parabole che oggi abbiamo ascoltate, parabole della casa: i discepoli e pure le pareti sospese a sentire racconti di tesori nascosti, di perle scoperte, di reti ricolme di pesci
Era passata la giornata, uscì di casa, fece tappa a Nazaret.
Noi rimaniamo nella casa, con le parabole. Poche pennellate e sgusciano quadri di vita, desideri dell’anima, subbugli del cuore. Forse sono tante le cose che accomunano il contadino, il mercante, i pescatori. Io vorrei indugiare su un aspetto che mi ha colpito che è fessura dell’anima. Forse, con un eccesso di disinvoltura, potrei dire che li accomuna il fatto di essere gente sveglia, attenta. curiosa, intraprendente.
Che bello pensare che attenzione, sorpresa, invenzione dovrebbero fare casa in coloro che hanno come orizzonte il vangelo, il regno di Dio. Penso al contadino che apre solchi nella terra e a un leggero intoppo non fa come non fosse, non continua imperterrito: che cosa avrà mai sfiorato la vanga? Il tesoro farà sorpresa dopo; al momento è attenzione a un minimo tocco di una vanga. Penso al mercante che di perle ne ha viste una moltitudine, ma ha custodito la capacità di sorprendersi al fascino di una perla straordinaria, lui della razza di coloro che vanno in cerca. Penso ai pescatori, che gettano reti nella notte, confidando in ciò che non vedono, poi la sorpresa di una rete in cui fanno convocazione di sussulti pesci di ogni genere; anche i pescatori a cercare ciò che ancora non si vede, in un mare all’apparenza vuoto.
Ci è chiesta questa sapienza, il convincimento che non andiamo nel vuoto: un pensiero, questo, che mi si è riacceso in cuore un giorno di novembre in un monastero, d’improvviso avvolto da nebbie. E mi sembrò invito a stare con occhi in attesa:
A noi tocca in sorte
andare
con passo lento e leggero in un abbraccio
di nebbie avvolgenti
e trattenere sospeso
il respiro.
Al di là del biancore puoi per grazia sfiorare
l’albero del cipresso
che beve il cielo,
la fontana oggi muta,
il masso di pietra
o forse un viso.
Forse anche il tuo, Signore.
E come andare con passo arrogante fendendo la nebbia
senza sospetto
quasi fosse la terra muta
e senza viventi,
e non terra sacra?
E la voce a dire:
come un giorno a Mosè oltre il deserto:
“Togliti i calzari”.
Perdonate se oggi mi fermo su questo ritaglio delle parabole – so di trascurarne altri più importanti. Ma è come se ancora sentissi nell’aria – è un agguato di sempre – il pericolo di vivere a volte come in un frullatore che va per inerzia, e tutto come fosse scontato, e giornate senza stupore. La noia della ripetizione: una vanga senza sorpresa di tesoro, perle senza brivido di accensioni e reti senza guizzi di pesci. Un andare ovvio; a prevalere una opaca disattenzione o il sonno dell’attenzione. Al cuore mi si accende una poesia, “Disattenzione”, di Wislawa Szymborska. Vi ricordo i primi versi:
Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.
Ho svolto attività quotidiane,
come se ciò fosse tutto il dovuto.
Inspirazione, espirazione, un passo dopo l’altro, incombenze, ma senza un pensiero che andasse più in là
dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.
Il mondo avrebbe potuto essere preso per un mondo folle,
e io l’ho preso solo per uso ordinario.
E’ l’attenzione che ci ridesta, e ridesta le cose, anche le cose di Dio, le cose degne di essere sognate. E accadono sorprese, se ancora non ti sei così appesantito da fermarti, se a scolorirti non è la frenesia dell’apparenza, del successo, del potere, del denaro.
Sei ancora vivo. Ti rimane il coraggio di vendere, ti bussa al cuore la gioia. Del contadino del vangelo è scritto: “Poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”. La gioia per un gesto che ad alcuni sarà parso di follia.
Vendere e comprare. E a raggiungermi domande. Che cosa io vendo per comprare? Per comprare in grazia, in amore, in umanità? Vendo la mia indifferenza, la mia meschinità, i miei orizzonti chiusi, la mia arroganza e quant’altro? Potrebbe essere la domanda di ogni sera: “Oggi che cosa ho venduto e che cosa ho comprato? A che cosa ho tolto tempo per dare tempo? A che cosa, a chi ho dato tempo e cuore? Dove è veramente il mio cuore? E come fare chiarezza? Nel vangelo di Matteo, discorso del monte, ho letto: “Là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”
Che cos’è il tesoro nascosto? Che cosa la perla? Per Gesù il tesoro e la perla sono le vere immagini del “regno di Dio”.
Ho divagato nel commento. Prenda luce ora una immagine. Ce l’ha regalata Gesù, sul finire del racconto delle parabole della casa: «Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Dona Signore, dona a tutti noi, piccoli e grandi, la luce che fa lago negli occhi dello scriba del vangelo. Che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche.







