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Omelia del 16.03.2025 – seconda Domenica di Quaresima

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Di questo incontro vorrei forse solo far respirare l’aria, sarebbe già tanto ed è già una pretesa.
Come fai a raccontare un incontro, di quelli che tu chiami imperdibili, speciali, come musica? Se poi è l’incontro tra Gesù e una donna a un pozzo? Il suono, il profumo, lo scintillio. Come fai? Ci prova Giovanni. Ma che cosa poteva riferire lui, se poi era uno dei dodici che erano andati in città a far provvista di cibo? In assenza di altri, e chi se non Gesù o la donna potevano aver raccontato, in un’ora di confidenze, a qualcuno ciò che era passato tra loro due? E Giovanni cuce ritagli, lascia anche spazi bianchi, fa ricorso a parole, le trova e non le trova, sempre povere a dire di Gesù e la donna, arrivati da strade diverse a un pozzo, niente appuntamento èd è altro che appuntamento! Pensate a un incontro della vostra vita, niente appuntamento ed è altro che appuntamento!
Giovanni ci prova. E lo fa dopo aver raccontato di un incontro, quello con Nicodemo, in casa e nel buio della notte. Qui invece siamo all’aria aperta, un pozzo, piena luce, mezzogiorno.
A Nicodemo aveva detto del vento, che non sai di dove viene e dove va . Se n’era andato perplesso nella notte, il vento sembrava sul momento arrendersi alla muraglia delle tradizioni di un capo dei Giudei, più tardi trovò fessure, poi fu scollinamento.
Il racconto del pozzo ha immediatezza di passi, senti vento ad ogni riga, dentro il gorgheggiare dell’acqua. Quasi a eco le parole dei profeti: “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”. Assistiamo a un germogliare nel deserto: è grazie all’acqua, grazie a Gesù, pozzo dei pozzi, libero da pietre.
Il vento scompiglia il racconto. E da subito, con quell’intestardirsi di Gesù ad allungare la strada per passare per terra ostile, la Samaria, terra di eretici. il vento scompiglia. Poi Giovanni lo dice affaticato, dice che ha sete. Anche lui fragile, come noi, uno di noi, uno che ha bisogno. Si sgretolano immagini di onnipotenza. E tu non ti scandalizzare della tua fragilità.
Ma poi a scompigliare pensieri è quel suo chiedere da bere a una donna: mai e poi mai l’avrebbe fatto un rabbino! Per di più con una di un popolo ostile. E nasce un parlarsi, che ha la freschezza dell’acqua, come se si rivelassero l’un l’altro. Qui il dialogo si fa racconto di sé, l’uno all’altro, squarci di vita, in primo piano la persona con un dire spontaneo. Sfiorando allusioni, ritagli di ironia. Parlano di acqua e di sete, e lui sembra trovar gusto ad alludere con immagini ad altro. E che cosa è sete? E di che cosa hai sete? E che cosa è acqua? E poi “acqua viva”? Una sua arte è dilatare curiosità e desiderio, non imbrigliarli. Lei sembra sorpresa: quel rabbi straniero le è meno straniero di tanti suoi rabbi, le svela parti di sé che erano come tracce nascoste, nascoste anche ai suoi occhi. Esce la storia malata dei suoi cinque mariti, e lui non ci ritorna: è fuori dal sistema, quello delle condanne. Alla fine – azzardo – mi lascia il sospetto che lui glielo abbia chiesto proprio per il contrario di quello poi è accaduto: commenti a non finire sulla vita sregolata della donna. Lui sembra invece portare alla luce una storia di fragilità, per dire al mondo che si può rinascere da qualsiasi vita sbagliata, lui a insegnare che non è arte partire dal male, è arte partire dalla sete di bene, e che grazia è incontrare non uno che ti predica, ma uno che si racconta.
Certo per lei è un profeta. E forse per placare l’emozione tenta un passaggio sul ‘dove adorare Dio’, ed è ancora sorpresa. Ci sono padri che dicono un monte, e ce ne sono altri che dicono un altro, lui scompiglia, lui sta con il Padre che è di tutti. Dice: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. Ed è come stare all’aperto, dove non ci son occupazioni o appropriazioni – o non dovrebbero essercene – il cielo di tutti. Che meraviglia! E ancor più quando le dice che il Messia è lui. E chi se lo sarebbe sognato un Messia così?
E che danno accade quando Gesù lo si riporta in un sistema, nella rigidità delle codificazioni; e noi stretti come in un binario senza fantasia.
Ho abusato del verbo ‘scompigliare’. E allora finisco dicendo che scompigliato o, se volete, estasiato – dopo tutto estasi vuol dire essere fuori – quel mezzogiorno fu anche lui, il rabbi di Nazaret, anche lui a rincorrere i corsi dell’acqua nel cuore di quella donna: l’acqua viva delle sue parole, l’acqua che ha segreto di far fiorire il deserto, i nostri deserti. All’inizio – ricordiamolo – è un brivido leggero che accarezza la terra, piccolo gonfiore, ha bisogno di incoraggiamento. Accade la risposta della donna, della terra, che fa sogno ed estasi negli occhi di Dio. E lui a dire ai discepoli, un po’ restii a lasciarsi scompigliare: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».

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Omelia del 16.03.2025 – seconda Domenica di Quaresima

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Di questo incontro vorrei forse solo far respirare l’aria, sarebbe già tanto ed è già una pretesa.
Come fai a raccontare un incontro, di quelli che tu chiami imperdibili, speciali, come musica? Se poi è l’incontro tra Gesù e una donna a un pozzo? Il suono, il profumo, lo scintillio. Come fai? Ci prova Giovanni. Ma che cosa poteva riferire lui, se poi era uno dei dodici che erano andati in città a far provvista di cibo? In assenza di altri, e chi se non Gesù o la donna potevano aver raccontato, in un’ora di confidenze, a qualcuno ciò che era passato tra loro due? E Giovanni cuce ritagli, lascia anche spazi bianchi, fa ricorso a parole, le trova e non le trova, sempre povere a dire di Gesù e la donna, arrivati da strade diverse a un pozzo, niente appuntamento èd è altro che appuntamento! Pensate a un incontro della vostra vita, niente appuntamento ed è altro che appuntamento!
Giovanni ci prova. E lo fa dopo aver raccontato di un incontro, quello con Nicodemo, in casa e nel buio della notte. Qui invece siamo all’aria aperta, un pozzo, piena luce, mezzogiorno.
A Nicodemo aveva detto del vento, che non sai di dove viene e dove va . Se n’era andato perplesso nella notte, il vento sembrava sul momento arrendersi alla muraglia delle tradizioni di un capo dei Giudei, più tardi trovò fessure, poi fu scollinamento.
Il racconto del pozzo ha immediatezza di passi, senti vento ad ogni riga, dentro il gorgheggiare dell’acqua. Quasi a eco le parole dei profeti: “Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa”. Assistiamo a un germogliare nel deserto: è grazie all’acqua, grazie a Gesù, pozzo dei pozzi, libero da pietre.
Il vento scompiglia il racconto. E da subito, con quell’intestardirsi di Gesù ad allungare la strada per passare per terra ostile, la Samaria, terra di eretici. il vento scompiglia. Poi Giovanni lo dice affaticato, dice che ha sete. Anche lui fragile, come noi, uno di noi, uno che ha bisogno. Si sgretolano immagini di onnipotenza. E tu non ti scandalizzare della tua fragilità.
Ma poi a scompigliare pensieri è quel suo chiedere da bere a una donna: mai e poi mai l’avrebbe fatto un rabbino! Per di più con una di un popolo ostile. E nasce un parlarsi, che ha la freschezza dell’acqua, come se si rivelassero l’un l’altro. Qui il dialogo si fa racconto di sé, l’uno all’altro, squarci di vita, in primo piano la persona con un dire spontaneo. Sfiorando allusioni, ritagli di ironia. Parlano di acqua e di sete, e lui sembra trovar gusto ad alludere con immagini ad altro. E che cosa è sete? E di che cosa hai sete? E che cosa è acqua? E poi “acqua viva”? Una sua arte è dilatare curiosità e desiderio, non imbrigliarli. Lei sembra sorpresa: quel rabbi straniero le è meno straniero di tanti suoi rabbi, le svela parti di sé che erano come tracce nascoste, nascoste anche ai suoi occhi. Esce la storia malata dei suoi cinque mariti, e lui non ci ritorna: è fuori dal sistema, quello delle condanne. Alla fine – azzardo – mi lascia il sospetto che lui glielo abbia chiesto proprio per il contrario di quello poi è accaduto: commenti a non finire sulla vita sregolata della donna. Lui sembra invece portare alla luce una storia di fragilità, per dire al mondo che si può rinascere da qualsiasi vita sbagliata, lui a insegnare che non è arte partire dal male, è arte partire dalla sete di bene, e che grazia è incontrare non uno che ti predica, ma uno che si racconta.
Certo per lei è un profeta. E forse per placare l’emozione tenta un passaggio sul ‘dove adorare Dio’, ed è ancora sorpresa. Ci sono padri che dicono un monte, e ce ne sono altri che dicono un altro, lui scompiglia, lui sta con il Padre che è di tutti. Dice: “Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità”. Ed è come stare all’aperto, dove non ci son occupazioni o appropriazioni – o non dovrebbero essercene – il cielo di tutti. Che meraviglia! E ancor più quando le dice che il Messia è lui. E chi se lo sarebbe sognato un Messia così?
E che danno accade quando Gesù lo si riporta in un sistema, nella rigidità delle codificazioni; e noi stretti come in un binario senza fantasia.
Ho abusato del verbo ‘scompigliare’. E allora finisco dicendo che scompigliato o, se volete, estasiato – dopo tutto estasi vuol dire essere fuori – quel mezzogiorno fu anche lui, il rabbi di Nazaret, anche lui a rincorrere i corsi dell’acqua nel cuore di quella donna: l’acqua viva delle sue parole, l’acqua che ha segreto di far fiorire il deserto, i nostri deserti. All’inizio – ricordiamolo – è un brivido leggero che accarezza la terra, piccolo gonfiore, ha bisogno di incoraggiamento. Accade la risposta della donna, della terra, che fa sogno ed estasi negli occhi di Dio. E lui a dire ai discepoli, un po’ restii a lasciarsi scompigliare: «Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura».

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