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Omelia del 08.02.2026 – penultima Domenica dopo l’Epifania

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È la domenica detta “della divina clemenza”. Un attributo divino desunto da quella frase del libro dell’Esodo che potremmo definire la carta d’identità del Dio del popolo di Mosè. È scritto al capitolo 34: “Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e clemente, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà».”
Aldilà della difficoltà dell’immaginare come realistica la scena di Jahvè che passeggia davanti al suo servo Mosè, il vangelo di oggi ci mostra come questa figura divina si attualizza in Gesù, nell’episodio della donna adultera perdonata. Non è il caso di soffermarci sulla paternità giovannea del brano: ci basti ricordare che tutti i commentatori sono ormai concordi nel sostenere che il testo non è di Giovanni ma appartiene di più al linguaggio dei sinottici, in particolare di Luca. Ripassando il racconto, ci troviamo davanti ad un’altra epifania della dimensione divina di Gesù. Egli si trova in continuo conflitto con i capi religiosi del giudaismo i quali vorrebbero trovare un appiglio per poterlo denunciare e fermare e così decidono di sottoporgli la questione dell’adultera. Se Gesù avesse detto di procedere pure alla lapidazione come prevedeva la legge, tutti quelli che avevano intravisto in lui l’amore e la misericordia verso i peccatori sarebbero rimasti delusi; se avesse semplicemente detto di lasciarla andare, avrebbe trasgredito la legge e quindi sarebbe stato subito arrestato.
In più di una circostanza Gesù si è trovato a superare il dettato della legge mosaica, che peraltro conosce benissimo, provocando lo scandalo di scribi e farisei; si rende perfettamente conto di come è stata stravolta l’identità di Jahvè suggerita dal libro dell’Esodo citato sopra. La frase dei quattro attributi di Dio (misericordia, clemenza, mancanza di ira e pienezza di grazia) che Mosè raccoglie mentre trascrive su tavole di pietra le semplici “dieci parole” ovvero i comandamenti, si complica di una miriade di leggi e leggine che imprigionano la vita e la rendono problematica; Gesù lo sente come un impedimento alla libertà e alla giustizia, e attraverso il suo modo di essere e la sua relazione con il Dio che chiama papà, insegna la via maestra della pratica di fede. Allora, per rispondere agli accusatori della povera ragazza, Gesù segue un metodo alternativo. Anzitutto si mette a scrivere nella sabbia del terreno; tante cose sono state dette al riguardo. Credo che possiamo trovare un’interpretazione plausibile partendo dal libro di Geremia (7,13) dove il profeta scrive “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi, quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere”: ecco, quegli scribi protervi e maliziosi sono già classificati, cioè sono nella polvere. In terra si seppelliscono i morti e il gesto del Signore insinua che quegli accusatori sono gente già morta dentro e lontana dalla vita luminosa di Dio. Segue poi la frase diventata proverbiale: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo una pietra contro di lei”. La trappola tesa a Gesù fallisce lo scopo dal momento che i presenti, a partire dai membri più eminenti, detti anziani e probabilmente membri del Sinedrio, abbandonano il campo non potendo dichiararsi privi di peccato. Alla donna, terrorizzata immaginiamo, Gesù non domanda se è pentita ma le indica di fare scelte di vita diverse per una gioia del vivere finora a lei sconosciuta. Potremmo chiederci anche perché non si parli dell’uomo che l’ha posseduta; ma è così in una società maschilista, l’uomo se la cava e non compare.
Vengono in mente luoghi dove ancora oggi si pratica la lapidazione della donna; si tratta generalmente di paesi islamici dove la sharia è praticata nel modo più rigido (come in Afghanistan). Purtroppo la storia accusa le religioni: troppe volte hanno alimentato odio e violenza contro la donna, basti pensare al tempo delle streghe bruciate.
Gesù non condanna, guarisce. Troppe volte pensiamo che il perdono dell’adultera sia una sorta di cancellazione a buon mercato di condotte peccaminose; invece Gesù vuole che si prenda tutti coscienza della necessità di rivedere i criteri di giustizia, il tessuto delle relazioni interpersonali e di reinventare continuamente l’umanizzazione: lo si vede bene nel racconto che mostra gli accusatori andarsene pensosi così come dovremmo fare tutti noi.

 

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Omelia del 08.02.2026 – penultima Domenica dopo l’Epifania

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È la domenica detta “della divina clemenza”. Un attributo divino desunto da quella frase del libro dell’Esodo che potremmo definire la carta d’identità del Dio del popolo di Mosè. È scritto al capitolo 34: “Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e clemente, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà».”
Aldilà della difficoltà dell’immaginare come realistica la scena di Jahvè che passeggia davanti al suo servo Mosè, il vangelo di oggi ci mostra come questa figura divina si attualizza in Gesù, nell’episodio della donna adultera perdonata. Non è il caso di soffermarci sulla paternità giovannea del brano: ci basti ricordare che tutti i commentatori sono ormai concordi nel sostenere che il testo non è di Giovanni ma appartiene di più al linguaggio dei sinottici, in particolare di Luca. Ripassando il racconto, ci troviamo davanti ad un’altra epifania della dimensione divina di Gesù. Egli si trova in continuo conflitto con i capi religiosi del giudaismo i quali vorrebbero trovare un appiglio per poterlo denunciare e fermare e così decidono di sottoporgli la questione dell’adultera. Se Gesù avesse detto di procedere pure alla lapidazione come prevedeva la legge, tutti quelli che avevano intravisto in lui l’amore e la misericordia verso i peccatori sarebbero rimasti delusi; se avesse semplicemente detto di lasciarla andare, avrebbe trasgredito la legge e quindi sarebbe stato subito arrestato.
In più di una circostanza Gesù si è trovato a superare il dettato della legge mosaica, che peraltro conosce benissimo, provocando lo scandalo di scribi e farisei; si rende perfettamente conto di come è stata stravolta l’identità di Jahvè suggerita dal libro dell’Esodo citato sopra. La frase dei quattro attributi di Dio (misericordia, clemenza, mancanza di ira e pienezza di grazia) che Mosè raccoglie mentre trascrive su tavole di pietra le semplici “dieci parole” ovvero i comandamenti, si complica di una miriade di leggi e leggine che imprigionano la vita e la rendono problematica; Gesù lo sente come un impedimento alla libertà e alla giustizia, e attraverso il suo modo di essere e la sua relazione con il Dio che chiama papà, insegna la via maestra della pratica di fede. Allora, per rispondere agli accusatori della povera ragazza, Gesù segue un metodo alternativo. Anzitutto si mette a scrivere nella sabbia del terreno; tante cose sono state dette al riguardo. Credo che possiamo trovare un’interpretazione plausibile partendo dal libro di Geremia (7,13) dove il profeta scrive “O speranza di Israele, Signore, quanti ti abbandonano resteranno confusi, quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere”: ecco, quegli scribi protervi e maliziosi sono già classificati, cioè sono nella polvere. In terra si seppelliscono i morti e il gesto del Signore insinua che quegli accusatori sono gente già morta dentro e lontana dalla vita luminosa di Dio. Segue poi la frase diventata proverbiale: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo una pietra contro di lei”. La trappola tesa a Gesù fallisce lo scopo dal momento che i presenti, a partire dai membri più eminenti, detti anziani e probabilmente membri del Sinedrio, abbandonano il campo non potendo dichiararsi privi di peccato. Alla donna, terrorizzata immaginiamo, Gesù non domanda se è pentita ma le indica di fare scelte di vita diverse per una gioia del vivere finora a lei sconosciuta. Potremmo chiederci anche perché non si parli dell’uomo che l’ha posseduta; ma è così in una società maschilista, l’uomo se la cava e non compare.
Vengono in mente luoghi dove ancora oggi si pratica la lapidazione della donna; si tratta generalmente di paesi islamici dove la sharia è praticata nel modo più rigido (come in Afghanistan). Purtroppo la storia accusa le religioni: troppe volte hanno alimentato odio e violenza contro la donna, basti pensare al tempo delle streghe bruciate.
Gesù non condanna, guarisce. Troppe volte pensiamo che il perdono dell’adultera sia una sorta di cancellazione a buon mercato di condotte peccaminose; invece Gesù vuole che si prenda tutti coscienza della necessità di rivedere i criteri di giustizia, il tessuto delle relazioni interpersonali e di reinventare continuamente l’umanizzazione: lo si vede bene nel racconto che mostra gli accusatori andarsene pensosi così come dovremmo fare tutti noi.

 

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