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Omelia del 13.07.2025 – quinta Domenica dopo Pentecoste

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La parola ritorna continuamente; si parla di salvezza nei discorsi dei vangeli, come in quello di oggi. Se ne parla nelle preghiere come quando iniziamo con la frase “o Dio, vieni a salvarmi”. Se ne parla a proposito della figura messianica detta appunto “il Salvatore”. Vorrei capire che cosa ci viene in mente, in generale, nell’incontrare la parola salvezza. A che cosa pensiamo: forse alla vita eterna? Forse ad una situazione di malattia o a un disastro economico? Forse al pericolo di gravi disordini di ogni tipo? O forse all’accerchiamento da parte di persone malevoli?
Può essere che l’interrogativo che vi ho posto non sia nemmeno preso in considerazione dal momento che ai tempi nostri il tema della salvezza in senso esistenziale non è così frequentato; ma ammettiamo che comunque la cosa ci interessi e mettiamoci dalla parte dell’interlocutore di Gesù: “Maestro, sono pochi quelli che si salvano?”. La chiave per interpretare il significato di salvezza sta nella risposta di Gesù che però evita di dire il numero dei salvati, ma si sofferma a dire chi è il salvato.
Consideriamo come in generale il mondo religioso parla di salvezza per poi confrontarlo con la prospettiva indicata da Gesù. In generale, pur con sfaccettature diverse a seconda della tradizione religiosa, salvezza è la liberazione da una condizione negativa (il peccato, la sofferenza, l’ignoranza o la morte) e l’ottenimento di uno stato positivo (l’illuminazione, la vita eterna, la comunione con Dio, la liberazione spirituale). Dietro a tutto questo sta un fatto fondamentale: la possibilità di decidere per una vita che va verso l’autodistruzione o, invece, per un modo di essere che desidera la piena realizzazione. Come abbiamo visto nelle letture delle ultime domeniche, con la storia di Adamo e di Caino, e oggi con la vicenda di Sodoma, l’umanità si presenta più incline al farsi del male che a salvarsi da esso.
Si pone dunque il problema di come uscirne, di come trovare liberazione. La via da imboccare sembra difficile quasi impedita a noi; serve aiuto perché “passare per la porta stretta” come suggerisce Gesù non è proprio così agevole: bisogna sapersi abbassare, cioè fare dell’umiltà e della coscienza di fragilità la base per ripartire. Ci vuole qualcuno che interceda per noi; lo ha fatto Abramo con i sodomiti spendendosi per scongiurarne la punizione con ripetuti tentativi. Ma per loro la liberazione richiesta da Abramo non arriva: Il Signore alla fine era disposto a perdonare, ma le città erano chiuse in un male totalizzante senza neppure pochi innocenti da cui partire. La misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allargherà: se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome di Dio che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme.
Eppure questo ancora non basta, la misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca e Gerusalemme cadrà sotto l’assedio del nemico. E allora bisognerà che Dio stesso diventi quell’unico giusto, e sarà il Giusto definitivo e l’Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che “non sanno quello che fanno”.
Con il perdono offerto dal Dio crocifisso, la salvezza, intesa come risurrezione spirituale dell’uomo è disponibile; tutto sta a praticarla.
L’insegnamento di Gesù chiede di ritornare dentro noi stessi e scoprire l’appello di Dio alla libertà personale. Non vi è nessun motivo oggettivo che possa escludere a priori una persona dalla partecipazione al Regno di Dio: l’appello di Dio arriva al cuore del nostro essere e la risposta che da noi può nascere è il cammino di giustizia.
Se la parabola mostra che gli operatori di iniquità sono allontanati e cacciati fuori, vuol dire, per converso, che Gesù vuole «operatori di giustizia». Poco importa vantare la gloriosa appartenenza ai figli di Abramo. È decisivo per tutti – Giudei o Gentili –vivere la fede di Abramo e compiere le sue opere. Non importa vantarsi di avere Gesù come Maestro e per noi di frequentare chiese e sacramenti, perché se manca la sequela vera e propria, quotidiana e in ogni ambiente, la porta della vita compiuta rimane chiusa.
La conclusione del discorso di Gesù, “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”, descrive una folla che non necessariamente ha ascendenze abramitiche. Chi sono costoro che vengono d’ogni dove? Sono tutti le persone di buona volontà che, anche se ignari di Bibbia e Catechismo, sono continuamente alla ricerca della verità e della giustizia e vivono in ascolto della propria coscienza, cioè la voce che Dio ha donato ad ogni sua creatura e che porta a cogliere, amare e rispettare quei valori universali che ritroviamo in ogni civiltà.

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Omelia del 13.07.2025 – quinta Domenica dopo Pentecoste

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La parola ritorna continuamente; si parla di salvezza nei discorsi dei vangeli, come in quello di oggi. Se ne parla nelle preghiere come quando iniziamo con la frase “o Dio, vieni a salvarmi”. Se ne parla a proposito della figura messianica detta appunto “il Salvatore”. Vorrei capire che cosa ci viene in mente, in generale, nell’incontrare la parola salvezza. A che cosa pensiamo: forse alla vita eterna? Forse ad una situazione di malattia o a un disastro economico? Forse al pericolo di gravi disordini di ogni tipo? O forse all’accerchiamento da parte di persone malevoli?
Può essere che l’interrogativo che vi ho posto non sia nemmeno preso in considerazione dal momento che ai tempi nostri il tema della salvezza in senso esistenziale non è così frequentato; ma ammettiamo che comunque la cosa ci interessi e mettiamoci dalla parte dell’interlocutore di Gesù: “Maestro, sono pochi quelli che si salvano?”. La chiave per interpretare il significato di salvezza sta nella risposta di Gesù che però evita di dire il numero dei salvati, ma si sofferma a dire chi è il salvato.
Consideriamo come in generale il mondo religioso parla di salvezza per poi confrontarlo con la prospettiva indicata da Gesù. In generale, pur con sfaccettature diverse a seconda della tradizione religiosa, salvezza è la liberazione da una condizione negativa (il peccato, la sofferenza, l’ignoranza o la morte) e l’ottenimento di uno stato positivo (l’illuminazione, la vita eterna, la comunione con Dio, la liberazione spirituale). Dietro a tutto questo sta un fatto fondamentale: la possibilità di decidere per una vita che va verso l’autodistruzione o, invece, per un modo di essere che desidera la piena realizzazione. Come abbiamo visto nelle letture delle ultime domeniche, con la storia di Adamo e di Caino, e oggi con la vicenda di Sodoma, l’umanità si presenta più incline al farsi del male che a salvarsi da esso.
Si pone dunque il problema di come uscirne, di come trovare liberazione. La via da imboccare sembra difficile quasi impedita a noi; serve aiuto perché “passare per la porta stretta” come suggerisce Gesù non è proprio così agevole: bisogna sapersi abbassare, cioè fare dell’umiltà e della coscienza di fragilità la base per ripartire. Ci vuole qualcuno che interceda per noi; lo ha fatto Abramo con i sodomiti spendendosi per scongiurarne la punizione con ripetuti tentativi. Ma per loro la liberazione richiesta da Abramo non arriva: Il Signore alla fine era disposto a perdonare, ma le città erano chiuse in un male totalizzante senza neppure pochi innocenti da cui partire. La misericordia di Dio nella storia del suo popolo si allargherà: se per salvare Sodoma servivano dieci giusti, il profeta Geremia dirà, a nome di Dio che basta un solo giusto per salvare Gerusalemme.
Eppure questo ancora non basta, la misericordia di Dio non trova la risposta di bene che cerca e Gerusalemme cadrà sotto l’assedio del nemico. E allora bisognerà che Dio stesso diventi quell’unico giusto, e sarà il Giusto definitivo e l’Innocente, che porterà la salvezza al mondo intero morendo sulla croce, perdonando e intercedendo per coloro che “non sanno quello che fanno”.
Con il perdono offerto dal Dio crocifisso, la salvezza, intesa come risurrezione spirituale dell’uomo è disponibile; tutto sta a praticarla.
L’insegnamento di Gesù chiede di ritornare dentro noi stessi e scoprire l’appello di Dio alla libertà personale. Non vi è nessun motivo oggettivo che possa escludere a priori una persona dalla partecipazione al Regno di Dio: l’appello di Dio arriva al cuore del nostro essere e la risposta che da noi può nascere è il cammino di giustizia.
Se la parabola mostra che gli operatori di iniquità sono allontanati e cacciati fuori, vuol dire, per converso, che Gesù vuole «operatori di giustizia». Poco importa vantare la gloriosa appartenenza ai figli di Abramo. È decisivo per tutti – Giudei o Gentili –vivere la fede di Abramo e compiere le sue opere. Non importa vantarsi di avere Gesù come Maestro e per noi di frequentare chiese e sacramenti, perché se manca la sequela vera e propria, quotidiana e in ogni ambiente, la porta della vita compiuta rimane chiusa.
La conclusione del discorso di Gesù, “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”, descrive una folla che non necessariamente ha ascendenze abramitiche. Chi sono costoro che vengono d’ogni dove? Sono tutti le persone di buona volontà che, anche se ignari di Bibbia e Catechismo, sono continuamente alla ricerca della verità e della giustizia e vivono in ascolto della propria coscienza, cioè la voce che Dio ha donato ad ogni sua creatura e che porta a cogliere, amare e rispettare quei valori universali che ritroviamo in ogni civiltà.

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