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Omelia del 01.01.2025 – Ottava del Natale del Signore

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Inizio e fine hanno indubbiamente un valore puramente simbolico; infatti, nella realtà, non c’è altro che il continuo scorrere del tempo. Possiamo mettere via un’agenda ed aprirne una nuova, ma non è detto che si verifichi in automatico una svolta positiva. Il cambio dell’anno può però essere un’occasione per un esame del pregresso e per un piano di ripensamento del nuovo.
La liturgia accompagna il passaggio con due inni: il Te Deum e il Veni Creator. Il primo vuole esprimere il grazie e il secondo invoca la forza creativa dello Spirito Santo. Viene spontaneo chiedersi di che cosa dobbiamo dire grazie a Dio con il Te Deum di fine anno; mettiamoci nei panni di chi è schiacciato dal dolore fisico e morale, di chi vive in paesi senza pace, di chi è senza libertà, di chi è costretto a vivere dell’aiuto altrui: bisogna avere una fede che sposta le montagne per dire grazie in quelle condizioni di vita. Siamo a rischio tristezza e disperazione: a meno che riusciamo a rileggere quanto ci ha detto il Natale anche questa volta. Dio non si fa intimidire dalla nostra non accoglienza e viene al nostro fianco sperimentando la condizione del povero; i pastori che nel Vangelo di oggi vengono presentati accanto a Maria che mostra loro il piccolo Gesù, sono i destinatari di un annuncio di speranza, loro che di fatto sono le persone più ai margini della vita pubblica.
Il mio grazie è rivolto allora al Dio solidale verso il nostro malessere. Ma vorrei dire un’altra cosa contenuta nel Te Deum: non c’è soltanto la lode e la gratitudine delle cose belle che ci sono state donate dal cielo, ma c’è anche il nostro grido che invoca salvezza, pietà e misericordia; il che significa che dobbiamo essere consapevoli di quanto siamo stati noi stessi causa del male che opprime la terra. Lo dice il Papa nel messaggio numero 58 del primo giorno del nuovo anno, “giornata mondiale della pace”. Il titolo è molto bello: “Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace”, ma il Signore non può mettere pace se il cuore del mondo è lontano e predilige il conflitto. Si vede con grande evidenza come gli occhi di Francesco sono pieni di lacrime mentre chiama tutti a far giustizia ed imboccare la via della riconciliazione. Sono le stesse lacrime di Gesù su Gerusalemme, versate un giorno e continuamente sgorganti sulle guance delle vittime dell’oggi.
Il Giubileo, così come lo racconta la Bibbia, aveva un sapore straordinario di conversione: rimettere a posto le cose, restituire giustizia a tutti coloro che ne fossero privi, dare riposo ad una terra martoriata dalle troppe guerre e sfruttata in modo indecente delle sue risorse.
L’anno giubilare potrebbe apparire come una specie di scaramantica celebrazione che offre un lasciapassare per un’eternità finalmente felice; aldilà delle indulgenze troppe volte considerate in modo deresponsabilizzante e talora anche speculativo, il giubileo costituisce una grande invenzione del passato che potrebbe oggi suonare come sollecitazione al mondo intero. Le parole di Francesco parlano con coraggiosa fermezza: “Anche oggi, il Giubileo è un evento che ci spinge a ricercare la giustizia liberante di Dio su tutta la terra. Al posto del corno di ariete (in ebraico yobel) che ogni quarantanove anni ne annunciava uno di clemenza e liberazione per tutto il popolo, all’inizio di quest’Anno di Grazia, noi vorremmo metterci in ascolto del «grido disperato di aiuto» che, come la voce del sangue di Abele il giusto, si leva da più parti della terra e che Dio non smette mai di ascoltare. A nostra volta ci sentiamo chiamati a farci voce di tante situazioni di sfruttamento della terra e di oppressione del prossimo. Tali ingiustizie assumono a volte l’aspetto di quelle che S. Giovanni Paolo II definì «strutture di peccato», poiché non sono dovute soltanto all’iniquità di alcuni, ma si sono per così dire consolidate e si reggono su una complicità estesa”.
Il secondo inno del passaggio dell’anno, il Veni Creator, ecco che allora si rivela in tutta la sua importanza: attingere alla sorgente dello Spirito le energie necessarie per spazzare l’aia del mondo da tutte le sue brutture! Attenzione in quantità sarà necessaria perché nel messaggio di oggi sottolineiamo queste parole: “Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo”.

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Omelia del 01.01.2025 – Ottava del Natale del Signore

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Inizio e fine hanno indubbiamente un valore puramente simbolico; infatti, nella realtà, non c’è altro che il continuo scorrere del tempo. Possiamo mettere via un’agenda ed aprirne una nuova, ma non è detto che si verifichi in automatico una svolta positiva. Il cambio dell’anno può però essere un’occasione per un esame del pregresso e per un piano di ripensamento del nuovo.
La liturgia accompagna il passaggio con due inni: il Te Deum e il Veni Creator. Il primo vuole esprimere il grazie e il secondo invoca la forza creativa dello Spirito Santo. Viene spontaneo chiedersi di che cosa dobbiamo dire grazie a Dio con il Te Deum di fine anno; mettiamoci nei panni di chi è schiacciato dal dolore fisico e morale, di chi vive in paesi senza pace, di chi è senza libertà, di chi è costretto a vivere dell’aiuto altrui: bisogna avere una fede che sposta le montagne per dire grazie in quelle condizioni di vita. Siamo a rischio tristezza e disperazione: a meno che riusciamo a rileggere quanto ci ha detto il Natale anche questa volta. Dio non si fa intimidire dalla nostra non accoglienza e viene al nostro fianco sperimentando la condizione del povero; i pastori che nel Vangelo di oggi vengono presentati accanto a Maria che mostra loro il piccolo Gesù, sono i destinatari di un annuncio di speranza, loro che di fatto sono le persone più ai margini della vita pubblica.
Il mio grazie è rivolto allora al Dio solidale verso il nostro malessere. Ma vorrei dire un’altra cosa contenuta nel Te Deum: non c’è soltanto la lode e la gratitudine delle cose belle che ci sono state donate dal cielo, ma c’è anche il nostro grido che invoca salvezza, pietà e misericordia; il che significa che dobbiamo essere consapevoli di quanto siamo stati noi stessi causa del male che opprime la terra. Lo dice il Papa nel messaggio numero 58 del primo giorno del nuovo anno, “giornata mondiale della pace”. Il titolo è molto bello: “Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace”, ma il Signore non può mettere pace se il cuore del mondo è lontano e predilige il conflitto. Si vede con grande evidenza come gli occhi di Francesco sono pieni di lacrime mentre chiama tutti a far giustizia ed imboccare la via della riconciliazione. Sono le stesse lacrime di Gesù su Gerusalemme, versate un giorno e continuamente sgorganti sulle guance delle vittime dell’oggi.
Il Giubileo, così come lo racconta la Bibbia, aveva un sapore straordinario di conversione: rimettere a posto le cose, restituire giustizia a tutti coloro che ne fossero privi, dare riposo ad una terra martoriata dalle troppe guerre e sfruttata in modo indecente delle sue risorse.
L’anno giubilare potrebbe apparire come una specie di scaramantica celebrazione che offre un lasciapassare per un’eternità finalmente felice; aldilà delle indulgenze troppe volte considerate in modo deresponsabilizzante e talora anche speculativo, il giubileo costituisce una grande invenzione del passato che potrebbe oggi suonare come sollecitazione al mondo intero. Le parole di Francesco parlano con coraggiosa fermezza: “Anche oggi, il Giubileo è un evento che ci spinge a ricercare la giustizia liberante di Dio su tutta la terra. Al posto del corno di ariete (in ebraico yobel) che ogni quarantanove anni ne annunciava uno di clemenza e liberazione per tutto il popolo, all’inizio di quest’Anno di Grazia, noi vorremmo metterci in ascolto del «grido disperato di aiuto» che, come la voce del sangue di Abele il giusto, si leva da più parti della terra e che Dio non smette mai di ascoltare. A nostra volta ci sentiamo chiamati a farci voce di tante situazioni di sfruttamento della terra e di oppressione del prossimo. Tali ingiustizie assumono a volte l’aspetto di quelle che S. Giovanni Paolo II definì «strutture di peccato», poiché non sono dovute soltanto all’iniquità di alcuni, ma si sono per così dire consolidate e si reggono su una complicità estesa”.
Il secondo inno del passaggio dell’anno, il Veni Creator, ecco che allora si rivela in tutta la sua importanza: attingere alla sorgente dello Spirito le energie necessarie per spazzare l’aia del mondo da tutte le sue brutture! Attenzione in quantità sarà necessaria perché nel messaggio di oggi sottolineiamo queste parole: “Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo”.

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