DESK E MEDIE
(Omelia del 10.11.2024 – Cristo Re dell’universo. Solennità)
Quando ogni anno arriva questa festa ci si sente un po’ in contraddizione: è l’ultima domenica per l’anno liturgico mancano però quasi due mesi alla ricorrenza civile e quindi non si ha la sensazione di un passaggio vero e proprio; inoltre si parla di un monarca che è tutt’altra cosa dalle monarchie che ancora sopravvivono ai nostri giorni.
Re, nell’immaginario comune, è una figura che evoca scenari sontuosi e una forma di autorità di timbro paternalistico estremo. Cristo Re ci viene incontro con siderale distanza da ciò che siamo abituati a considerare capi regnanti nella storia. Il trono è la croce, la corona un ramo di spine, lo scettro una cannetta di legno, il mantello una tunica insanguinata.
Il Re Gesù ha chiamato le cose per nome e ha consegnato a noi una costituzione per il suo regno insuperabile e insuperata. Non come hanno fatto i capi di oggi: mi piace citare un’espressione di Valpiana fondatore del “Movimento non violento”, quando dice che la guerra ha ucciso anche le parole e quindi la verità. “L’invasione viene chiamata liberazione, la vendetta viene chiamata giustizia, l’attacco viene chiamato difesa, la trattativa viene chiamata resa, la vittoria viene chiamata pace”. Questa è la regalità ai tempi nostri.
Parlare della regalità di Gesù Cristo oggi appare allora anacronistico e utopico, ma porta con sé un significato profondo e attuale. La festa di Cristo Re, che si celebra in questa ultima domenica dell’anno liturgico, è un’occasione per riflettere su cosa significhi veramente il “regno” di Gesù e quale sia il suo messaggio per il mondo di oggi.
Gesù, nel Vangelo, ha chiarito che il suo regno “non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). La sua è una regalità spirituale e universale, fondata sull’amore, la giustizia, la pace e il servizio agli altri, specialmente ai più deboli e vulnerabili. Questa regalità sfida quindi i modelli di potere terreno e invita a un cambiamento radicale di prospettiva. È qui il motivo della decisione di Pio XI datata 1925 di istituire questa festa: era un no deciso all’utilizzo della fede cristiana a scopo politico, un no ad asservire il vangelo dietro a figure di dittatori e politicanti (pensiamo anche ad un presidente neoeletto negli USA che dice come Dio abbia impedito il suo assassinio perché chiamato a salvare il paese). L’istituzione della festa fu anche una risposta agli attacchi contro la Chiesa nella cultura e nella politica, e poi la reazione al grande turbamento suscitato dal delitto Matteotti, ucciso perché pronto a documentare corruzione e malaffare dei capi della nazione. Quella nuova festa voleva orgogliosamente affermare la sovranità spirituale di Cristo Gesù. Ora i tempi non sono gli stessi, benché ancora oggi la Chiesa nelle sue istituzioni è spesso sotto attacco (anche a causa dei suoi errori) e la politica continua ad essere inquinata da corruzione e scandali. Che senso ha dire ai nostri giorni che Gesù è Re? Vuol dire adorare il Signore che cammina al nostro fianco, vuol dire compiere le azioni comprese nell’arco che va dalla giustizia all’amore e costruiscono il vero Regno!
Oggi dunque parlare di Cristo Re significa interrogarsi su valori che vanno controcorrente rispetto a molti degli idoli moderni, come il successo, la ricchezza e l’individualismo. Gesù Re è colui che serve e ama, che si sacrifica per gli altri e che non cerca il proprio interesse. Questo messaggio, pur essendo antico, è molto valido in un mondo che spesso cerca il potere a spese dell’integrità e della giustizia. Lo scorso mese d’aprile, il Dicastero vaticano per la dottrina della fede ha pubblicato un documento intitolato “Dignitas infinita” dove l’aggettivo infinita intende che la dignità è esente da limiti quantitativi nel tempo e nello spazio: è in ogni uomo, in tutti gli uomini; da sempre e per sempre; ovunque. La dignità riguarda l’uomo in quanto uomo, al di là di ogni apparenza esteriore sul piano fisico, psichico e/o sociale o oltre ogni caratteristica concreta. Proprio questa dignità dell’uomo è contraddetta dai regni mondani e tanto spesso calpestata.
Per i cristiani, la regalità di Cristo è la chiamata a testimoniare una visione del mondo dove la dignità, la solidarietà e il rispetto per gli altri abbiano la priorità. È un appello a riconoscere che c’è una “signoria” diversa, che va oltre ogni autorità terrena e che chiama ognuno a seguire il modello di Gesù, nel servizio e nell’amore verso il prossimo.
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(Omelia del 10.11.2024 – Cristo Re dell’universo. Solennità)
Quando ogni anno arriva questa festa ci si sente un po’ in contraddizione: è l’ultima domenica per l’anno liturgico mancano però quasi due mesi alla ricorrenza civile e quindi non si ha la sensazione di un passaggio vero e proprio; inoltre si parla di un monarca che è tutt’altra cosa dalle monarchie che ancora sopravvivono ai nostri giorni.
Re, nell’immaginario comune, è una figura che evoca scenari sontuosi e una forma di autorità di timbro paternalistico estremo. Cristo Re ci viene incontro con siderale distanza da ciò che siamo abituati a considerare capi regnanti nella storia. Il trono è la croce, la corona un ramo di spine, lo scettro una cannetta di legno, il mantello una tunica insanguinata.
Il Re Gesù ha chiamato le cose per nome e ha consegnato a noi una costituzione per il suo regno insuperabile e insuperata. Non come hanno fatto i capi di oggi: mi piace citare un’espressione di Valpiana fondatore del “Movimento non violento”, quando dice che la guerra ha ucciso anche le parole e quindi la verità. “L’invasione viene chiamata liberazione, la vendetta viene chiamata giustizia, l’attacco viene chiamato difesa, la trattativa viene chiamata resa, la vittoria viene chiamata pace”. Questa è la regalità ai tempi nostri.
Parlare della regalità di Gesù Cristo oggi appare allora anacronistico e utopico, ma porta con sé un significato profondo e attuale. La festa di Cristo Re, che si celebra in questa ultima domenica dell’anno liturgico, è un’occasione per riflettere su cosa significhi veramente il “regno” di Gesù e quale sia il suo messaggio per il mondo di oggi.
Gesù, nel Vangelo, ha chiarito che il suo regno “non è di questo mondo” (Giovanni 18:36). La sua è una regalità spirituale e universale, fondata sull’amore, la giustizia, la pace e il servizio agli altri, specialmente ai più deboli e vulnerabili. Questa regalità sfida quindi i modelli di potere terreno e invita a un cambiamento radicale di prospettiva. È qui il motivo della decisione di Pio XI datata 1925 di istituire questa festa: era un no deciso all’utilizzo della fede cristiana a scopo politico, un no ad asservire il vangelo dietro a figure di dittatori e politicanti (pensiamo anche ad un presidente neoeletto negli USA che dice come Dio abbia impedito il suo assassinio perché chiamato a salvare il paese). L’istituzione della festa fu anche una risposta agli attacchi contro la Chiesa nella cultura e nella politica, e poi la reazione al grande turbamento suscitato dal delitto Matteotti, ucciso perché pronto a documentare corruzione e malaffare dei capi della nazione. Quella nuova festa voleva orgogliosamente affermare la sovranità spirituale di Cristo Gesù. Ora i tempi non sono gli stessi, benché ancora oggi la Chiesa nelle sue istituzioni è spesso sotto attacco (anche a causa dei suoi errori) e la politica continua ad essere inquinata da corruzione e scandali. Che senso ha dire ai nostri giorni che Gesù è Re? Vuol dire adorare il Signore che cammina al nostro fianco, vuol dire compiere le azioni comprese nell’arco che va dalla giustizia all’amore e costruiscono il vero Regno!
Oggi dunque parlare di Cristo Re significa interrogarsi su valori che vanno controcorrente rispetto a molti degli idoli moderni, come il successo, la ricchezza e l’individualismo. Gesù Re è colui che serve e ama, che si sacrifica per gli altri e che non cerca il proprio interesse. Questo messaggio, pur essendo antico, è molto valido in un mondo che spesso cerca il potere a spese dell’integrità e della giustizia. Lo scorso mese d’aprile, il Dicastero vaticano per la dottrina della fede ha pubblicato un documento intitolato “Dignitas infinita” dove l’aggettivo infinita intende che la dignità è esente da limiti quantitativi nel tempo e nello spazio: è in ogni uomo, in tutti gli uomini; da sempre e per sempre; ovunque. La dignità riguarda l’uomo in quanto uomo, al di là di ogni apparenza esteriore sul piano fisico, psichico e/o sociale o oltre ogni caratteristica concreta. Proprio questa dignità dell’uomo è contraddetta dai regni mondani e tanto spesso calpestata.
Per i cristiani, la regalità di Cristo è la chiamata a testimoniare una visione del mondo dove la dignità, la solidarietà e il rispetto per gli altri abbiano la priorità. È un appello a riconoscere che c’è una “signoria” diversa, che va oltre ogni autorità terrena e che chiama ognuno a seguire il modello di Gesù, nel servizio e nell’amore verso il prossimo.







