DESK E MEDIE
(Omelia del 11.02.2024 – ultima Domenica dopo l’Epifania)
Una caratteristica delle parabole proprie di Luca è di spiegare la giusta o errata religiosità attraverso la contrapposizione di due personaggi; come già era accaduto con la parabola dei due figli, poi con quella del ricco Epulone e del povero Lazzaro, adesso è la volta di un fariseo e del suo opposto, il pubblicano.
La qualifica del primo, un fariseo, la dice lunga sulla tipologia dell’uomo. Fariseo, letteralmente “separato”, è membro di un gruppo che segnala la propria superiorità e pretende ossequio della gente. Uno così cosa può dire a Dio nella preghiera? Solo conferma che è appagato del proprio stato e ne è grato; soprattutto ringrazia di non essere come gli altri, dove gli altri sono peccatori detestabili e odiati. Il secondo fa un brutto lavoro: riscuote le tasse per i romani magari facendoci la cresta; è arrivato però a capire che non può andare avanti così e la sua preghiera è l’attestazione di un’indegnità e il bisogno di un perdono riabilitante.
Da una parte abbiamo una fede esibita e strombazzata; dall’altra la coscienza di non potercela fare da solo ad uscire dal mondo corrotto e nemico del popolo. Per capire meglio ciò che Gesù insegna nella parabola, è bene considerare il contesto nel quale la racconta. Aveva appena finito di parlare dell’efficacia di una preghiera insistita e quasi fastidiosa per la sua ripetitività; ne è esempio la figura della povera vedova che importuna il giudice perché le dia retta, attenzione che alla fine dopo molte richieste riesce ad ottenere. Gesù dice che il Padre non è affatto insensibile e accoglie chi grida il proprio bisogno e il proprio dolore esistenziale, ma alla fine conclude ponendo un terribile interrogativo: “ma quando verrò alla fine, si troverà ancora la fede?”. Ed ecco che allora viene esemplificato il come si debba pregare e quale sia la condizione che rende il gesto della preghiera coerente con le attese di Dio: l’umiltà! Diceva p. Silvano Fausti: “la fede è l’architrave della porta d’ingresso nel Regno. Gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e l’umiltà: senza la prima muore di asfissia, senza la seconda cresce la presunzione; per questo dopo aver dichiarato la necessità della preghiera, si parla ora sulla sua qualità di fondo l’umiltà”.
Vale la pena di riflettere su un’espressione usata da Luca per descrivere il modo di pregare del fariseo: “stando in piedi, pregava così tra sé”. Detto così sembrerebbe che il fariseo stia pregando nel suo intimo, cioè senza esprimersi ad alta voce, come in una sorta di preghiera mentale. Il testo greco invece utilizza un’espressione diversa, che si potrebbe tradurre più esattamente così: “il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso sé stesso”. Il fariseo è nella condizione interiore di coloro che quando pregano fanno un monologo, ossia una preghiera che non ha Dio come interlocutore, il che è uno dei maggiori rischi dell’esperienza della preghiera. Nella preghiera-monologo si cela un inganno: si può pensare di aver pregato, e si può persino esserne convinti, mentre in realtà uno ha solo parlato con sé stesso. L’espressione va dunque intesa così: il fariseo, stando in piedi, pregava parlando con sé stesso.
Tutti i personaggi che incontriamo nel vangelo di Luca sono riconducibili a queste due figure; automaticamente noi cristiani ci mettiamo contro il fariseo eppure il nostro comportamento molto spesso è proprio come il suo, poiché ci riteniamo giusti e giudichiamo tutti gli altri. È come se ci fosse offerta una figura, quella del fariseo appunto, in cui rispecchiarci per accorgerci di quanto gli assomigliamo e quanto bisogna cambiare modo di stare davanti a Dio.
Non dobbiamo spingere il significato della parabola fino a dire che tutti i farisei sono così e che tutti i pubblicani si pentono; talvolta rischiamo di creare simboli statici mentre la realtà è diversa e variegata.
Aggiungo una raccomandazione che rivolgo a me per primo: il Papa vuole che l’anno 2024 sia una preparazione al Giubileo attraverso l’impegno sulla preghiera. Diamo più tempo per scoprirla e viverla con fede/umiltà. Ci aiuteranno anche gli incontri di riflessione che vediamo nella locandina della nostra Quaresima.
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(Omelia del 11.02.2024 – ultima Domenica dopo l’Epifania)
Una caratteristica delle parabole proprie di Luca è di spiegare la giusta o errata religiosità attraverso la contrapposizione di due personaggi; come già era accaduto con la parabola dei due figli, poi con quella del ricco Epulone e del povero Lazzaro, adesso è la volta di un fariseo e del suo opposto, il pubblicano.
La qualifica del primo, un fariseo, la dice lunga sulla tipologia dell’uomo. Fariseo, letteralmente “separato”, è membro di un gruppo che segnala la propria superiorità e pretende ossequio della gente. Uno così cosa può dire a Dio nella preghiera? Solo conferma che è appagato del proprio stato e ne è grato; soprattutto ringrazia di non essere come gli altri, dove gli altri sono peccatori detestabili e odiati. Il secondo fa un brutto lavoro: riscuote le tasse per i romani magari facendoci la cresta; è arrivato però a capire che non può andare avanti così e la sua preghiera è l’attestazione di un’indegnità e il bisogno di un perdono riabilitante.
Da una parte abbiamo una fede esibita e strombazzata; dall’altra la coscienza di non potercela fare da solo ad uscire dal mondo corrotto e nemico del popolo. Per capire meglio ciò che Gesù insegna nella parabola, è bene considerare il contesto nel quale la racconta. Aveva appena finito di parlare dell’efficacia di una preghiera insistita e quasi fastidiosa per la sua ripetitività; ne è esempio la figura della povera vedova che importuna il giudice perché le dia retta, attenzione che alla fine dopo molte richieste riesce ad ottenere. Gesù dice che il Padre non è affatto insensibile e accoglie chi grida il proprio bisogno e il proprio dolore esistenziale, ma alla fine conclude ponendo un terribile interrogativo: “ma quando verrò alla fine, si troverà ancora la fede?”. Ed ecco che allora viene esemplificato il come si debba pregare e quale sia la condizione che rende il gesto della preghiera coerente con le attese di Dio: l’umiltà! Diceva p. Silvano Fausti: “la fede è l’architrave della porta d’ingresso nel Regno. Gli stipiti che la sostengono sono la preghiera e l’umiltà: senza la prima muore di asfissia, senza la seconda cresce la presunzione; per questo dopo aver dichiarato la necessità della preghiera, si parla ora sulla sua qualità di fondo l’umiltà”.
Vale la pena di riflettere su un’espressione usata da Luca per descrivere il modo di pregare del fariseo: “stando in piedi, pregava così tra sé”. Detto così sembrerebbe che il fariseo stia pregando nel suo intimo, cioè senza esprimersi ad alta voce, come in una sorta di preghiera mentale. Il testo greco invece utilizza un’espressione diversa, che si potrebbe tradurre più esattamente così: “il fariseo stando in piedi pregava rivolto verso sé stesso”. Il fariseo è nella condizione interiore di coloro che quando pregano fanno un monologo, ossia una preghiera che non ha Dio come interlocutore, il che è uno dei maggiori rischi dell’esperienza della preghiera. Nella preghiera-monologo si cela un inganno: si può pensare di aver pregato, e si può persino esserne convinti, mentre in realtà uno ha solo parlato con sé stesso. L’espressione va dunque intesa così: il fariseo, stando in piedi, pregava parlando con sé stesso.
Tutti i personaggi che incontriamo nel vangelo di Luca sono riconducibili a queste due figure; automaticamente noi cristiani ci mettiamo contro il fariseo eppure il nostro comportamento molto spesso è proprio come il suo, poiché ci riteniamo giusti e giudichiamo tutti gli altri. È come se ci fosse offerta una figura, quella del fariseo appunto, in cui rispecchiarci per accorgerci di quanto gli assomigliamo e quanto bisogna cambiare modo di stare davanti a Dio.
Non dobbiamo spingere il significato della parabola fino a dire che tutti i farisei sono così e che tutti i pubblicani si pentono; talvolta rischiamo di creare simboli statici mentre la realtà è diversa e variegata.
Aggiungo una raccomandazione che rivolgo a me per primo: il Papa vuole che l’anno 2024 sia una preparazione al Giubileo attraverso l’impegno sulla preghiera. Diamo più tempo per scoprirla e viverla con fede/umiltà. Ci aiuteranno anche gli incontri di riflessione che vediamo nella locandina della nostra Quaresima.







