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(Omelia del 06.10.2024 – sesta Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)

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C’è un viticoltore che ha bisogno di gente per la vendemmia; così racconta la parabola di oggi. Mi vengono in mente le polemiche che anche quest’anno si accendono per la questione del lavoro occasionale. Anni fa, i nostri studenti correvano a far vendemmia per farsi un gruzzoletto e pagarsi qualche rata di università; oggi la vendemmia è diventata, passi la parola, multietnica perché fatta soprattutto da gente che viene da ogni dove. Va detto che gli operai di adesso non sono pagati come quelli dell’undicesima ora, cioè abbondantemente, anzi sono talora fortemente sfruttati. Oggi possiamo ben fare una preghiera su questi ultimi occupati nei lavori più scomodi e meno retribuiti; senza per questo fare discorsi di analisi sociale o sindacale. Resta che il brano di oggi si conclude con quella frase forte e anche un po’ colpevolizzante: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.
Per capire il senso del racconto evangelico dobbiamo leggerlo alla luce del contesto in cui è stato pronunciato. C’era stata una serie di confronti, precedentemente: un primo episodio è quello dei bambini che circondano Gesù a dispetto delle sue guardie del corpo le quali vengono sgridate, poi col giovane ricco e la raccomandazione contro il rischio dell’idolo ricchezza; infine c’è la domanda posta da Pietro che tanto ha a che vedere con la nostra parabola e con la lamentela degli operai della prima ora: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” Con molta franchezza e quasi con sfacciataggine, Pietro avanza il diritto ad una ricompensa cospicua e superiore. Pietro è come l’operaio della prima ora che arrivando per ultimo a riscuotere la paga, pensa di meritare ben di più dell’ultimo arrivato che già ha avuto il suo bel denaro.
Più di un significato dietro al comportamento di quel padrone che rappresenta Dio stesso.
Il primo: la salvezza è per tutti, per tutto il popolo e per tutti i popoli; nessuno ha l’esclusiva. Nessuno ha il diritto di affermare che Dio parteggia per qualcuno e mette fuori gioco qualcun altro. È avvilente sentire ancor oggi un capo di stato che dichiara che l’aiuto di Dio farà sì che il nemico sia annientato; e allo stesso modo il nemico risponde chiamando a raccolta tutti i suoi correligionari per annientare il credente in un’altra tradizione religiosa. Orribile! Gesù chiede di mettersi sempre all’ultimo posto perché la giustizia divina premia chi rinuncia alla ricchezza e alla sopraffazione. È un discorso che pochi recepiscono; qualcuno sì, però: abbiamo appena ricordato nel calendario due “grandi piccoli”, cioè Francesco e Teresina. Non sono stati sfiorati dalla sfida di competizione, ma hanno scelto di praticare continuamente quel discernimento suggerito dal profeta: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri”.
Un secondo significato ha dentro lo strano agire del padrone. A volte una grande bontà che sconvolge i criteri di buon senso e di una razionalità riconosciuta viene scambiata per ingiustizia. La traduzione del testo parla di invidia nell’atteggiamento dei lavoratori che contestano il padrone; se volessimo tradurre quella parola più letteralmente, suonerebbe così: “il tuo sguardo malevolo”. Come se dicesse: “perché guardi male la mia generosità?”
Uno sguardo malevolo è il nostro; spesso partiamo con pregiudizio nel guardare l’altro, non vogliamo guardare con sguardo aperto e libero ma applichiamo lenti scure per non accettare la luce che è dentro nell’altro. Malevolenza. Tanto brutto modo di essere perché nega la virtù lodata da Gesù nel samaritano soccorritore cioè la magnanimità.
Un ultimo pensiero: la parabola non dice il seguito, cosa accadde dopo la paga. Normalmente nelle nostre vendemmie, quelle che in questi giorni avvengono un po’ ovunque, al termine della raccolta si fa festa, grande festa che fa passare la stanchezza. Se anche noi lavoriamo la vigna di Dio con piena dedizione, alla fine sarà grande gioia e festa.

 

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(Omelia del 06.10.2024 – sesta Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)

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C’è un viticoltore che ha bisogno di gente per la vendemmia; così racconta la parabola di oggi. Mi vengono in mente le polemiche che anche quest’anno si accendono per la questione del lavoro occasionale. Anni fa, i nostri studenti correvano a far vendemmia per farsi un gruzzoletto e pagarsi qualche rata di università; oggi la vendemmia è diventata, passi la parola, multietnica perché fatta soprattutto da gente che viene da ogni dove. Va detto che gli operai di adesso non sono pagati come quelli dell’undicesima ora, cioè abbondantemente, anzi sono talora fortemente sfruttati. Oggi possiamo ben fare una preghiera su questi ultimi occupati nei lavori più scomodi e meno retribuiti; senza per questo fare discorsi di analisi sociale o sindacale. Resta che il brano di oggi si conclude con quella frase forte e anche un po’ colpevolizzante: “Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”.
Per capire il senso del racconto evangelico dobbiamo leggerlo alla luce del contesto in cui è stato pronunciato. C’era stata una serie di confronti, precedentemente: un primo episodio è quello dei bambini che circondano Gesù a dispetto delle sue guardie del corpo le quali vengono sgridate, poi col giovane ricco e la raccomandazione contro il rischio dell’idolo ricchezza; infine c’è la domanda posta da Pietro che tanto ha a che vedere con la nostra parabola e con la lamentela degli operai della prima ora: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?” Con molta franchezza e quasi con sfacciataggine, Pietro avanza il diritto ad una ricompensa cospicua e superiore. Pietro è come l’operaio della prima ora che arrivando per ultimo a riscuotere la paga, pensa di meritare ben di più dell’ultimo arrivato che già ha avuto il suo bel denaro.
Più di un significato dietro al comportamento di quel padrone che rappresenta Dio stesso.
Il primo: la salvezza è per tutti, per tutto il popolo e per tutti i popoli; nessuno ha l’esclusiva. Nessuno ha il diritto di affermare che Dio parteggia per qualcuno e mette fuori gioco qualcun altro. È avvilente sentire ancor oggi un capo di stato che dichiara che l’aiuto di Dio farà sì che il nemico sia annientato; e allo stesso modo il nemico risponde chiamando a raccolta tutti i suoi correligionari per annientare il credente in un’altra tradizione religiosa. Orribile! Gesù chiede di mettersi sempre all’ultimo posto perché la giustizia divina premia chi rinuncia alla ricchezza e alla sopraffazione. È un discorso che pochi recepiscono; qualcuno sì, però: abbiamo appena ricordato nel calendario due “grandi piccoli”, cioè Francesco e Teresina. Non sono stati sfiorati dalla sfida di competizione, ma hanno scelto di praticare continuamente quel discernimento suggerito dal profeta: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri”.
Un secondo significato ha dentro lo strano agire del padrone. A volte una grande bontà che sconvolge i criteri di buon senso e di una razionalità riconosciuta viene scambiata per ingiustizia. La traduzione del testo parla di invidia nell’atteggiamento dei lavoratori che contestano il padrone; se volessimo tradurre quella parola più letteralmente, suonerebbe così: “il tuo sguardo malevolo”. Come se dicesse: “perché guardi male la mia generosità?”
Uno sguardo malevolo è il nostro; spesso partiamo con pregiudizio nel guardare l’altro, non vogliamo guardare con sguardo aperto e libero ma applichiamo lenti scure per non accettare la luce che è dentro nell’altro. Malevolenza. Tanto brutto modo di essere perché nega la virtù lodata da Gesù nel samaritano soccorritore cioè la magnanimità.
Un ultimo pensiero: la parabola non dice il seguito, cosa accadde dopo la paga. Normalmente nelle nostre vendemmie, quelle che in questi giorni avvengono un po’ ovunque, al termine della raccolta si fa festa, grande festa che fa passare la stanchezza. Se anche noi lavoriamo la vigna di Dio con piena dedizione, alla fine sarà grande gioia e festa.

 

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