DESK E MEDIE
Omelia del 23.02.2025 – penultima Domenica dopo l’Epifania
Dicevamo che le due domeniche prima della Quaresima, oggi la prima delle due, hanno un ruolo riassuntivo a conclusione del tempo detto dell’Incarnazione del Signore.
Alla fin fine ciò che la liturgia ci sollecita ad accogliere è questo: il bambino adorato dai saggi orientali, forse matematici o astronomi o re, in verità è Dio che ha preso panni umani e viene a chiamare gente in difficoltà. Popoli rovinati dalla distrazione del potere, gente affranta dalla violenza di un non senso generato dalla potestà degli imperi.
Mi verrebbe da dire: stiamo rivivendo quella stagione? Ci siamo dimenticati che Lui si è manifestato e ci ha offerto la guarigione? Temo di sì: come allora, ancor oggi si assiste, a varie latitudini, ad un uso improprio della religione che Gesù aveva denunciato contro il sacerdozio del suo tempo; mi viene in mente quella immagine blasfema dei Pastori di varie confessioni cristiane attorno al tavolo del neopresidente americano, evocazione del cenacolo o anche della pentecoste; e poi ancora penso a quale efferatezza, prima verbale poi operativa, del presidente israeliano che si arroga il ruolo di esecutore della vendetta divina contro chi ha ferito il suo popolo; e avanti di questo passo.
Voglio provare a farmi una visita guidata al vangelo di oggi, icona straordinaria della sintesi di tutte le epifanie incontrate nelle scorse domeniche; facciamo tappa al banco delle imposte di Cafarnao, agenzia delle entrate di allora, dove sta Levi Matteo e ci scegliamo una guida sicura e speciale, il cui nome è Michelangelo Merisi detto Caravaggio. È in quel quadro custodito nella chiesa di san Luigi dei Francesi a Roma, che possiamo riconoscere come intende operare il Signore con noi; un raggio luminoso accompagna l’ingresso di Gesù nel luogo dove Levi ed altri sono intenti ai loro loschi traffici. La luce non viene dalla finestra, nella quale invece dei vetri ci sono come dei fogli di carta recanti i simboli degli evangelisti; la luce arriva da sopra il capo di Gesù. A quell’uomo così lontano dalla giustizia, malgrado la notevole conoscenza della legge e dei profeti come si capisce dalle numerose citazioni nel vangelo che poi scriverà, viene rivolta una sola parola: “seguimi”. Il grandioso pittore sembra voler dire che quella chiamata alla sequela è rivolta a lui stesso e a tutti noi. L’invito prescinde dalla condizione del chiamato; anzi proprio perché egli è tanto lontano dal bene vero, è fatto oggetto di un gesto non punitivo ma riabilitante.
Il titolo di questa domenica, la divina clemenza, è ben illustrato dunque nella vocazione di Levi. Ciò che succede dopo è emblematico: Levi apre le porte di casa e riceve Gesù attorniato da gente poco raccomandabile, mentre fuori i religiosi e quelli per bene scuotono il capo e criticano rabbiosamente. Ma Gesù replica che non sono i sani ad aver bisogno di cura ma i malati. Bisogna stare al fianco di chi non riesce a risolvere il marcio che ha dentro: sono deboli, come ammalati e vanno perdonati e restituiti alla fiducia. Così mentre Matteo si alza e va, gli altri, quelli che si ritengono bravi e giusti rimangono bloccati nei loro asfittici schemi. Curare il malandrino, l’immorale, l’indifferente, l’egocentrico, e tutti quelli che hanno mancato l’appuntamento con le beatitudini evangeliche, questo è il segnale della clemenza divina.
All’inizio della Messa oggi abbiamo letto Daniele: scrive al momento dell’occupazione ellenista, fatta di persecuzione e imposizioni di altri credi, con pochi resistenti e molti che hanno tirato i remi in barca; racconta le vicende dell’esilio babilonese. Anche allora il fuoco della ribellione era di pochi e molti avevano sposato opportunisticamente le nuove tendenze e il nuovo modo di essere. Accade anche per noi lo stesso fenomeno di acquiescenza e la stessa inerzia di fronte allo sbando nel quale siamo immersi?
È verso costoro però che si rivolge il Dio che restituisce la libertà e offre il perdono; a tutti i tradimenti, agli abbandoni della fede, all’assunzione della logica del mero interesse egoistico, il Signore risponde con la “clemenza” anche se possiamo immaginare il suo paziente dolore.
Quel “seguimi” sarà una forte scossa per noi?
MOBILE
Omelia del 23.02.2025 – penultima Domenica dopo l’Epifania
Dicevamo che le due domeniche prima della Quaresima, oggi la prima delle due, hanno un ruolo riassuntivo a conclusione del tempo detto dell’Incarnazione del Signore.
Alla fin fine ciò che la liturgia ci sollecita ad accogliere è questo: il bambino adorato dai saggi orientali, forse matematici o astronomi o re, in verità è Dio che ha preso panni umani e viene a chiamare gente in difficoltà. Popoli rovinati dalla distrazione del potere, gente affranta dalla violenza di un non senso generato dalla potestà degli imperi.
Mi verrebbe da dire: stiamo rivivendo quella stagione? Ci siamo dimenticati che Lui si è manifestato e ci ha offerto la guarigione? Temo di sì: come allora, ancor oggi si assiste, a varie latitudini, ad un uso improprio della religione che Gesù aveva denunciato contro il sacerdozio del suo tempo; mi viene in mente quella immagine blasfema dei Pastori di varie confessioni cristiane attorno al tavolo del neopresidente americano, evocazione del cenacolo o anche della pentecoste; e poi ancora penso a quale efferatezza, prima verbale poi operativa, del presidente israeliano che si arroga il ruolo di esecutore della vendetta divina contro chi ha ferito il suo popolo; e avanti di questo passo.
Voglio provare a farmi una visita guidata al vangelo di oggi, icona straordinaria della sintesi di tutte le epifanie incontrate nelle scorse domeniche; facciamo tappa al banco delle imposte di Cafarnao, agenzia delle entrate di allora, dove sta Levi Matteo e ci scegliamo una guida sicura e speciale, il cui nome è Michelangelo Merisi detto Caravaggio. È in quel quadro custodito nella chiesa di san Luigi dei Francesi a Roma, che possiamo riconoscere come intende operare il Signore con noi; un raggio luminoso accompagna l’ingresso di Gesù nel luogo dove Levi ed altri sono intenti ai loro loschi traffici. La luce non viene dalla finestra, nella quale invece dei vetri ci sono come dei fogli di carta recanti i simboli degli evangelisti; la luce arriva da sopra il capo di Gesù. A quell’uomo così lontano dalla giustizia, malgrado la notevole conoscenza della legge e dei profeti come si capisce dalle numerose citazioni nel vangelo che poi scriverà, viene rivolta una sola parola: “seguimi”. Il grandioso pittore sembra voler dire che quella chiamata alla sequela è rivolta a lui stesso e a tutti noi. L’invito prescinde dalla condizione del chiamato; anzi proprio perché egli è tanto lontano dal bene vero, è fatto oggetto di un gesto non punitivo ma riabilitante.
Il titolo di questa domenica, la divina clemenza, è ben illustrato dunque nella vocazione di Levi. Ciò che succede dopo è emblematico: Levi apre le porte di casa e riceve Gesù attorniato da gente poco raccomandabile, mentre fuori i religiosi e quelli per bene scuotono il capo e criticano rabbiosamente. Ma Gesù replica che non sono i sani ad aver bisogno di cura ma i malati. Bisogna stare al fianco di chi non riesce a risolvere il marcio che ha dentro: sono deboli, come ammalati e vanno perdonati e restituiti alla fiducia. Così mentre Matteo si alza e va, gli altri, quelli che si ritengono bravi e giusti rimangono bloccati nei loro asfittici schemi. Curare il malandrino, l’immorale, l’indifferente, l’egocentrico, e tutti quelli che hanno mancato l’appuntamento con le beatitudini evangeliche, questo è il segnale della clemenza divina.
All’inizio della Messa oggi abbiamo letto Daniele: scrive al momento dell’occupazione ellenista, fatta di persecuzione e imposizioni di altri credi, con pochi resistenti e molti che hanno tirato i remi in barca; racconta le vicende dell’esilio babilonese. Anche allora il fuoco della ribellione era di pochi e molti avevano sposato opportunisticamente le nuove tendenze e il nuovo modo di essere. Accade anche per noi lo stesso fenomeno di acquiescenza e la stessa inerzia di fronte allo sbando nel quale siamo immersi?
È verso costoro però che si rivolge il Dio che restituisce la libertà e offre il perdono; a tutti i tradimenti, agli abbandoni della fede, all’assunzione della logica del mero interesse egoistico, il Signore risponde con la “clemenza” anche se possiamo immaginare il suo paziente dolore.
Quel “seguimi” sarà una forte scossa per noi?







