DESK E MEDIE
Omelia del 01.01.2026 – Circoncisione del Signore
Un anno nuovo, e il primo giorno con profumo e sapore di pane appena sfornato. Se fosse per tutti così! E potessimo tutti guardare il mondo e dire “Buon anno, mondo”; “buon anno, donna e, uomo”; “buon anno, cielo e terra”. Forse basterebbero poche parole, parole leggere, ma emozionate, quelle evocate dal libro dei Numeri. E ognuno a benedire, dire bene, e non solo i preti.
Pensate che bello aprire e chiudere così: ”Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ma dirlo con il cuore, a tutti, a tutto.
Troppi discorsi e poi ci sono anche i miei e, sai già cosa dicono. Sull’anno che è stato e su quello che verrà, sulla guerra e la pace, perché oggi è anche la giornata mondiale per la pace. E mi ci metto anch’io: se soffrirete il cumulo delle parole, non esitate, non un minuto in più, fermatevi, ritornate, e chiudete con la benedizione.
Oggi è memoria della circoncisione e del nome: ”Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Un antico rito e un nome. Perdonate se io li sposo, se in queste due righe leggo lo sposarsi della coralità alla singolarità.
Per Il figlio di Dio nessuna eccezione, non sfugge, prende il passo di tutti. Anche tu non sfuggire, prendi il passo di tutti. L’antico rito era per raccontare un’alleanza, quella di Dio. Alleanza: tu non sei un isolato, fai parte. Persino nella carne era scritta la coralità. Ma, lasciatemi dire, il sigillo della coralità era già dall’in principio, “creati a immagine e somiglianza di Dio”, presto dimenticato per sangue di fratello con grido che trapassava i cieli. Ebbene la benedizione dell’anno nuovo è per un restauro della coralità a tutti i livelli, la passione a far parte.
Coralità sposata alla singolarità, il tuo nome: “Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Era un nome che diceva salvezza. L’avrebbe onorato per tutti i suoi giorni, passando, beneficando, difendendo, dando la vita. Mi viene spontaneo pensare come oggi sia urgente guardarci da una massificazione. E ci sia riconoscimento di ciascuno nel suo nome, nel suo genere, nella sua cultura, nella sua condizione sociale. Che ciascuno canti con il suo timbro di voce. Ebbene la benedizione dell’anno nuovo è per un restauro della singolarità, di un rispetto che oso chiamare ‘devoto’, per ogni essere vivente, icona di Dio.
E mi si apre come una fessura su pace e fragilità. Pace sposata a fragilità . Il Natale fa memoria di un bambino, della fragilità di un bambino e di ogni fragilità umana. Ce lo ha ricordato Papa Leone nel suo messaggio per la giornata della pace, scrive:
“La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore. Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità”.
Ebbene vorrei che sostassimo brevemente su questa parola “fragilità” cui fa cenno papa Leone nel suo messaggio e che la tornassimo a venerare, perche se la abbandoniamo misconosciuta ai margini del vivere quotidiano, se la cancelliamo, se, ricacciata in esilio, diamo spazio a potenza, a supponenza, a orgoglio, si chiudono le vie della pace e le nostre sono solo parole, parole verniciate di pace.
La parola mi richiama due orizzonti, stretti l’uno all’altro: riconoscere le proprie fragilità e prendersi cura delle fragilità.
Riconoscere che siamo fragili è un segreto prezioso per specchiare nella vita il volto dei miti, quelli cui da–a lode Gesù sul monte: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra”. I fragili – miti e teneri – hanno in effetti in eredita il cuore di tutto il mondo. Si illudono, ma non sono nel cuore del mondo i presuntuosi, sbandierano immagini di potere, ma il cuore se lo guadagnano gli altri, perché chi si riconosce fragile ha occhi e cuore per ogni fragilità, se ne prende cura, non sa che cosa è l’indifferenza. Si prende cura anche della pace, sorellina fragile, che ha bisogno che Dio la illumini ai nostri sguardi e che ciascuno di noi la sostenga, passo dopo passa, giorno dopo giorno, “lungo tutto il migrare dei giorni”.
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Omelia del 01.01.2026 – Circoncisione del Signore
Un anno nuovo, e il primo giorno con profumo e sapore di pane appena sfornato. Se fosse per tutti così! E potessimo tutti guardare il mondo e dire “Buon anno, mondo”; “buon anno, donna e, uomo”; “buon anno, cielo e terra”. Forse basterebbero poche parole, parole leggere, ma emozionate, quelle evocate dal libro dei Numeri. E ognuno a benedire, dire bene, e non solo i preti.
Pensate che bello aprire e chiudere così: ”Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Ma dirlo con il cuore, a tutti, a tutto.
Troppi discorsi e poi ci sono anche i miei e, sai già cosa dicono. Sull’anno che è stato e su quello che verrà, sulla guerra e la pace, perché oggi è anche la giornata mondiale per la pace. E mi ci metto anch’io: se soffrirete il cumulo delle parole, non esitate, non un minuto in più, fermatevi, ritornate, e chiudete con la benedizione.
Oggi è memoria della circoncisione e del nome: ”Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Un antico rito e un nome. Perdonate se io li sposo, se in queste due righe leggo lo sposarsi della coralità alla singolarità.
Per Il figlio di Dio nessuna eccezione, non sfugge, prende il passo di tutti. Anche tu non sfuggire, prendi il passo di tutti. L’antico rito era per raccontare un’alleanza, quella di Dio. Alleanza: tu non sei un isolato, fai parte. Persino nella carne era scritta la coralità. Ma, lasciatemi dire, il sigillo della coralità era già dall’in principio, “creati a immagine e somiglianza di Dio”, presto dimenticato per sangue di fratello con grido che trapassava i cieli. Ebbene la benedizione dell’anno nuovo è per un restauro della coralità a tutti i livelli, la passione a far parte.
Coralità sposata alla singolarità, il tuo nome: “Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. Era un nome che diceva salvezza. L’avrebbe onorato per tutti i suoi giorni, passando, beneficando, difendendo, dando la vita. Mi viene spontaneo pensare come oggi sia urgente guardarci da una massificazione. E ci sia riconoscimento di ciascuno nel suo nome, nel suo genere, nella sua cultura, nella sua condizione sociale. Che ciascuno canti con il suo timbro di voce. Ebbene la benedizione dell’anno nuovo è per un restauro della singolarità, di un rispetto che oso chiamare ‘devoto’, per ogni essere vivente, icona di Dio.
E mi si apre come una fessura su pace e fragilità. Pace sposata a fragilità . Il Natale fa memoria di un bambino, della fragilità di un bambino e di ogni fragilità umana. Ce lo ha ricordato Papa Leone nel suo messaggio per la giornata della pace, scrive:
“La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore. Al riguardo, il mio venerato Predecessore scriveva che «la fragilità umana ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità”.
Ebbene vorrei che sostassimo brevemente su questa parola “fragilità” cui fa cenno papa Leone nel suo messaggio e che la tornassimo a venerare, perche se la abbandoniamo misconosciuta ai margini del vivere quotidiano, se la cancelliamo, se, ricacciata in esilio, diamo spazio a potenza, a supponenza, a orgoglio, si chiudono le vie della pace e le nostre sono solo parole, parole verniciate di pace.
La parola mi richiama due orizzonti, stretti l’uno all’altro: riconoscere le proprie fragilità e prendersi cura delle fragilità.
Riconoscere che siamo fragili è un segreto prezioso per specchiare nella vita il volto dei miti, quelli cui da–a lode Gesù sul monte: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra”. I fragili – miti e teneri – hanno in effetti in eredita il cuore di tutto il mondo. Si illudono, ma non sono nel cuore del mondo i presuntuosi, sbandierano immagini di potere, ma il cuore se lo guadagnano gli altri, perché chi si riconosce fragile ha occhi e cuore per ogni fragilità, se ne prende cura, non sa che cosa è l’indifferenza. Si prende cura anche della pace, sorellina fragile, che ha bisogno che Dio la illumini ai nostri sguardi e che ciascuno di noi la sostenga, passo dopo passa, giorno dopo giorno, “lungo tutto il migrare dei giorni”.







