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(Omelia del 26.02.2023 – prima Domenica di Quaresima)

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Deserto fa rima con Quaresima; strano ma vero. Se infatti il deserto è il luogo in cui tutto quanto vorremmo ci viene a mancare, la Quaresima è il tempo in cui ci è chiesto di dire che cosa vogliamo che sia la nostra vita.
Si legge nel libro del Deuteronomio questa frase forte: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore”. In altre parole il deserto è il momento della verità su che cosa c’è nel cuore di ognuno.
Il richiamo alla verità di noi stessi è raccomandato nella citazione biblica con quell’iniziale “Ricordati”.
Anche nel rito delle Ceneri si è richiesti di ricordare che cosa siamo: “Ricorda che sei polvere”; dove il verbo ricordare non è tanto esercizio di memoria per avere un elenco di fatti ma presa di coscienza, fare della consapevolezza la base per una piena trasparenza e verità.
Fame, sete e idolatria sono il racconto dei quarant’anni di peregrinazioni nel deserto; in sostanza: quando i bisogni primari sono mortificati, si ricorre alla magia; le pietre possono diventare pane con un colpo di bacchetta magica anziché con la fatica e il lavoro quotidiano e con il desiderio di guardare lontano fidandosi di quella parola di Dio che nutre la vera fame dell’uomo.
Deserto è anche elemento simbolico di una condizione del nostro oggi; non intendo riferirmi all’assenza di precipitazioni che dissecca le terre, cosa di cui tutti si lamentano ma che nessuno osa affrontare in modo serio. Deserto, intendo, è allontanamento dalla voglia di progettare un’alternativa al disastro dei numerosi conflitti; iniziavamo la Quaresima un anno fa ed era il 5 di marzo e da una settimana era scoppiata la guerra: siamo ancora allo stesso punto a un anno di distanza. Ciò che spinge a combattersi è la pretesa di dominare sugli altri e tutte le scelte delle grandi potenze vanno in quella direzione. Gesù ha sempre rifiutato, e lo vediamo proprio al suo inizio di ministero pubblico a confronto con satana, di interpretare un messianismo politico; il potere sugli altri nelle sue parole è sostituito dal verbo servire che si traduce in amore, misericordia e pace.
Altre due parole accompagnano l’apertura del tempo quaresimale: digiuno e riconciliazione, parole suggerite dalle due letture che precedono il vangelo. Il vero digiuno non fa clamore e chiasso verso il cielo, ma opera giustizia e solidarietà. Non stancarsi mai di fare il bene anche quando è più difficile.
Riconciliazione: è lasciare che si faccia strada in noi la visione dei nostri limiti, della nostra povertà, del bisogno di tornare alla luce; nuovi e più giusti rapporti con gli altri esprimeranno il cammino di riconciliazione che va offerto largamente in particolare nei luoghi educativi. Riconciliazione è accettare che la nostra convivenza sia regolata da norme accettate e condivise tanto in contrasto con la sempre più invasiva mentalità che l’unica vera regola è fare quello che si vuole o che ti salta in mente.
Gesù per tutti i tre anni di predicazione della buona notizia, ha dovuto misurarsi con innumerevoli contrasti; non furono soltanto le tre grandi prove di satana nel deserto.
È lo stesso testo evangelico che più volte ripete le frasi rivolte a Gesù per “metterlo alla prova”. Egli ne uscì sempre smascherando l’inimicizia e la cattiveria. Anche noi, suoi discepoli, ci sentiamo oggi provocati e messi alla prova da eventi usati per farci ricredere e allontanare dalla fedeltà al vangelo: la prova per noi si verifica quando i valori che ci guidano vengono fortemente contestati e messi in crisi; a quel punto siamo chiamati a “dare prova”.

 

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Deserto fa rima con Quaresima; strano ma vero. Se infatti il deserto è il luogo in cui tutto quanto vorremmo ci viene a mancare, la Quaresima è il tempo in cui ci è chiesto di dire che cosa vogliamo che sia la nostra vita.
Si legge nel libro del Deuteronomio questa frase forte: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore”. In altre parole il deserto è il momento della verità su che cosa c’è nel cuore di ognuno.
Il richiamo alla verità di noi stessi è raccomandato nella citazione biblica con quell’iniziale “Ricordati”.
Anche nel rito delle Ceneri si è richiesti di ricordare che cosa siamo: “Ricorda che sei polvere”; dove il verbo ricordare non è tanto esercizio di memoria per avere un elenco di fatti ma presa di coscienza, fare della consapevolezza la base per una piena trasparenza e verità.
Fame, sete e idolatria sono il racconto dei quarant’anni di peregrinazioni nel deserto; in sostanza: quando i bisogni primari sono mortificati, si ricorre alla magia; le pietre possono diventare pane con un colpo di bacchetta magica anziché con la fatica e il lavoro quotidiano e con il desiderio di guardare lontano fidandosi di quella parola di Dio che nutre la vera fame dell’uomo.
Deserto è anche elemento simbolico di una condizione del nostro oggi; non intendo riferirmi all’assenza di precipitazioni che dissecca le terre, cosa di cui tutti si lamentano ma che nessuno osa affrontare in modo serio. Deserto, intendo, è allontanamento dalla voglia di progettare un’alternativa al disastro dei numerosi conflitti; iniziavamo la Quaresima un anno fa ed era il 5 di marzo e da una settimana era scoppiata la guerra: siamo ancora allo stesso punto a un anno di distanza. Ciò che spinge a combattersi è la pretesa di dominare sugli altri e tutte le scelte delle grandi potenze vanno in quella direzione. Gesù ha sempre rifiutato, e lo vediamo proprio al suo inizio di ministero pubblico a confronto con satana, di interpretare un messianismo politico; il potere sugli altri nelle sue parole è sostituito dal verbo servire che si traduce in amore, misericordia e pace.
Altre due parole accompagnano l’apertura del tempo quaresimale: digiuno e riconciliazione, parole suggerite dalle due letture che precedono il vangelo. Il vero digiuno non fa clamore e chiasso verso il cielo, ma opera giustizia e solidarietà. Non stancarsi mai di fare il bene anche quando è più difficile.
Riconciliazione: è lasciare che si faccia strada in noi la visione dei nostri limiti, della nostra povertà, del bisogno di tornare alla luce; nuovi e più giusti rapporti con gli altri esprimeranno il cammino di riconciliazione che va offerto largamente in particolare nei luoghi educativi. Riconciliazione è accettare che la nostra convivenza sia regolata da norme accettate e condivise tanto in contrasto con la sempre più invasiva mentalità che l’unica vera regola è fare quello che si vuole o che ti salta in mente.
Gesù per tutti i tre anni di predicazione della buona notizia, ha dovuto misurarsi con innumerevoli contrasti; non furono soltanto le tre grandi prove di satana nel deserto.
È lo stesso testo evangelico che più volte ripete le frasi rivolte a Gesù per “metterlo alla prova”. Egli ne uscì sempre smascherando l’inimicizia e la cattiveria. Anche noi, suoi discepoli, ci sentiamo oggi provocati e messi alla prova da eventi usati per farci ricredere e allontanare dalla fedeltà al vangelo: la prova per noi si verifica quando i valori che ci guidano vengono fortemente contestati e messi in crisi; a quel punto siamo chiamati a “dare prova”.

 

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