DESK E MEDIE

Omelia del 28.06.2026 – quinta Domenica dopo Pentecoste

Letture >

 

Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina, sosteneva Nietzsche e aggiungeva che è importante star seduti il meno possibile; non fidarsi di nessun pensiero che non sia nato all’aperto, in movimento e all’aria aperta, in cui anche i muscoli non facciano una festa.
La messa di oggi presenta letture in cui il tema dell’andare, del muoversi, è presente in modo sottolineato e suggestivo.
Si comincia addirittura dal padre di Abramo che raduna la sua gente e lascia la città di Ur per dirigersi verso Harran: un viaggio lungo che prevedeva di risalire tutto il corso dell’Eufrate da sud a nord. Il motivo non lo conosciamo; forse la perdita di un figlio e la necessità di modificare i propri obiettivi. Certo che alla luce di quanto anche noi oggi stiamo vivendo in questa Milano abbastanza caotica, rumorosa e talora irrespirabile, che ci spinge a scappare o a immaginare di farlo, possiamo capire come per Terach padre di Abramo la città di Ur, la più grande città dell’epoca, il bisogno di partire fosse assillante; tanto più che la tradizione parla di quella famiglia come di allevatori seminomadi.
L’aspetto religioso, potremmo domandarci, come si connette alla scelta del viaggio? Ci si muove anche per un’ispirazione religiosa? Molto difficile trovare risposte certe. Nel caso dei racconti biblici il gruppo di Abramo si muove avendo sicuramente una visione che prevede l’esistenza di un dio o di divinità ma al tempo stesso tale fede si precisa proprio durante il viaggio come una relazione speciale. Abramo avverte una voce che gli parla di un futuro inimmaginabile, ma da credere assolutamente; sarà grande progenitore lui che è senza figli.
Penso a tante persone che mi parlano dei loro itinerari in questi tempi: c’è gente che fa il cammino di Santiago perché vuole rafforzare una tensione verso la fede; altri si mettono sui tanti itinerari proposti dal mondo fattosi sempre più piccolo perché sentono il bisogno di scoprire qualcosa che li rassicuri. Altra gente infine fa meramente del turismo oppure mette alla prova il proprio corpo per compiacersi delle performance ottenute. Credo che anche il semplice camminare qui, in queste strade, possa suggerire molto: incontro volti raramente sereni e spesso tristi, vedo anziani in difficoltà e giovani spaesati, trovo lavoratori che hanno il marchio delle nuove schiavitù; ebbene tutto questo fa emergere riflessione, domande su possibili correzioni rotta, infine preghiera intensa.
Gesù, anche lui, è sempre in movimento; lui sa dove andare e perché; anche lui può dirsi un cercatore ma solo di cuori da rafforzare e risanare. Non cammina per camminare. Dai suoi incontri si genera la sequela. Sequela è parola ambigua: da una parte dice di un affastellarsi di cose mentre sotto altro aspetto ci indica l’andare sulle orme di qualcuno che merita di essere seguito.
Altro discorso riguarda la salita di Gesù a Gerusalemme: è un percorso che abita in lui da sempre, una strada che gli è nota; Gesù sa. Gli inciampi del cammino li conosce prima di incontrarli e gli provengono dal mondo chiuso e geloso della tradizione giudaica, e dai rappresentanti più qualificati di essa a quei tempi; ma non solo: anche i suoi più fedeli discepoli si oppongono al suo modo di intendere la missione. Ecco infatti che chi vuole andare con lui ad un certo momento accampa qualche impedimento. Quante volte lo abbiamo sperimentato su noi stessi. E’ il muoversi umano di tutti i tempi, fatto di passi incerti, di improvvisi rallentamenti, di dietrofront, di sentieri fasulli.
A volte si va in cerca di gloria, di successo, di fama o di denaro; non è la “via” di Gesù. Povertà, distacco e umiltà devono guidare i passi del discepolo. Il grande Simon Pietro e il combattente Giuda avevano in mente vittorie terrene, posti d’onore; Pietro ha dovuto piangerci sopra: il canto del gallo, preannunciato dal Maestro, gli fa prender coscienza che era quella la sequela richiesta. Giuda, a sua volta, non ha superato la tentazione di una concezione mondana e affaristica del Regno. Povertà e distacco predica il Papa ai preti. Papa Francesco ebbe a dire, proprio a Milano, “il vangelo non vi chiede di occupare spazi, ma di avviare processi”. Sono le condizioni per essere esempi in un mondo che ha scelto come scopo di vita l’esatto contrario.

MOBILE

Omelia del 28.06.2026 – quinta Domenica dopo Pentecoste

Letture >

 

Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina, sosteneva Nietzsche e aggiungeva che è importante star seduti il meno possibile; non fidarsi di nessun pensiero che non sia nato all’aperto, in movimento e all’aria aperta, in cui anche i muscoli non facciano una festa.
La messa di oggi presenta letture in cui il tema dell’andare, del muoversi, è presente in modo sottolineato e suggestivo.
Si comincia addirittura dal padre di Abramo che raduna la sua gente e lascia la città di Ur per dirigersi verso Harran: un viaggio lungo che prevedeva di risalire tutto il corso dell’Eufrate da sud a nord. Il motivo non lo conosciamo; forse la perdita di un figlio e la necessità di modificare i propri obiettivi. Certo che alla luce di quanto anche noi oggi stiamo vivendo in questa Milano abbastanza caotica, rumorosa e talora irrespirabile, che ci spinge a scappare o a immaginare di farlo, possiamo capire come per Terach padre di Abramo la città di Ur, la più grande città dell’epoca, il bisogno di partire fosse assillante; tanto più che la tradizione parla di quella famiglia come di allevatori seminomadi.
L’aspetto religioso, potremmo domandarci, come si connette alla scelta del viaggio? Ci si muove anche per un’ispirazione religiosa? Molto difficile trovare risposte certe. Nel caso dei racconti biblici il gruppo di Abramo si muove avendo sicuramente una visione che prevede l’esistenza di un dio o di divinità ma al tempo stesso tale fede si precisa proprio durante il viaggio come una relazione speciale. Abramo avverte una voce che gli parla di un futuro inimmaginabile, ma da credere assolutamente; sarà grande progenitore lui che è senza figli.
Penso a tante persone che mi parlano dei loro itinerari in questi tempi: c’è gente che fa il cammino di Santiago perché vuole rafforzare una tensione verso la fede; altri si mettono sui tanti itinerari proposti dal mondo fattosi sempre più piccolo perché sentono il bisogno di scoprire qualcosa che li rassicuri. Altra gente infine fa meramente del turismo oppure mette alla prova il proprio corpo per compiacersi delle performance ottenute. Credo che anche il semplice camminare qui, in queste strade, possa suggerire molto: incontro volti raramente sereni e spesso tristi, vedo anziani in difficoltà e giovani spaesati, trovo lavoratori che hanno il marchio delle nuove schiavitù; ebbene tutto questo fa emergere riflessione, domande su possibili correzioni rotta, infine preghiera intensa.
Gesù, anche lui, è sempre in movimento; lui sa dove andare e perché; anche lui può dirsi un cercatore ma solo di cuori da rafforzare e risanare. Non cammina per camminare. Dai suoi incontri si genera la sequela. Sequela è parola ambigua: da una parte dice di un affastellarsi di cose mentre sotto altro aspetto ci indica l’andare sulle orme di qualcuno che merita di essere seguito.
Altro discorso riguarda la salita di Gesù a Gerusalemme: è un percorso che abita in lui da sempre, una strada che gli è nota; Gesù sa. Gli inciampi del cammino li conosce prima di incontrarli e gli provengono dal mondo chiuso e geloso della tradizione giudaica, e dai rappresentanti più qualificati di essa a quei tempi; ma non solo: anche i suoi più fedeli discepoli si oppongono al suo modo di intendere la missione. Ecco infatti che chi vuole andare con lui ad un certo momento accampa qualche impedimento. Quante volte lo abbiamo sperimentato su noi stessi. E’ il muoversi umano di tutti i tempi, fatto di passi incerti, di improvvisi rallentamenti, di dietrofront, di sentieri fasulli.
A volte si va in cerca di gloria, di successo, di fama o di denaro; non è la “via” di Gesù. Povertà, distacco e umiltà devono guidare i passi del discepolo. Il grande Simon Pietro e il combattente Giuda avevano in mente vittorie terrene, posti d’onore; Pietro ha dovuto piangerci sopra: il canto del gallo, preannunciato dal Maestro, gli fa prender coscienza che era quella la sequela richiesta. Giuda, a sua volta, non ha superato la tentazione di una concezione mondana e affaristica del Regno. Povertà e distacco predica il Papa ai preti. Papa Francesco ebbe a dire, proprio a Milano, “il vangelo non vi chiede di occupare spazi, ma di avviare processi”. Sono le condizioni per essere esempi in un mondo che ha scelto come scopo di vita l’esatto contrario.

Vai alla pagina dell'autore

tutte le pubblicazioni