DESK E MEDIE
Omelia del 09.08.2023 – undicesima Domenica dopo Pentecoste
Grande l’immediatezza del linguaggio di Gesù: il riferimento agli animali e alle loro caratteristiche rende esplicito il discorso in modo diretto e veloce. Il capitolo intero, questo è il decimo di Matteo, è detto “discorso missionario” dal momento che, scelti i dodici, Gesù parla loro della missione e li invia.
Ai tempi nostri, se avessimo dovuto dare il titolo a questo brano evangelico avremmo scritto “formazione degli apostoli”. Infatti occorreva formare quei semplici pescatori per trasformarli in messaggeri e comunicatori.
Le poche righe che abbiamo ascoltato sono la conclusione di tutta una serie di indicazioni per la missione e mettono in chiaro che non saranno rose e fiori; si dovranno affrontare ostilità, anche violente, oltre ad arresti e processi. C’è però una garanzia di sostegno e di aiuto: anche di fronte ai peggiori pericoli una forza interiore che Dio offrirà, sopperirà alla paura e al dolore.
Ma che cosa aveva detto prima di questa drammatica conclusione? Matteo, che si rivolge soprattutto a lettori ebrei, riporta anzitutto chi sono i destinatari del messaggio di Gesù: sono “le pecore perdute della casa d’Israele”, cioè quei giudei succubi di una classe dirigente malata di potere e di ipocrisia. L’annuncio da proclamare è la presenza del Regno dei cieli, cioè il compimento delle antiche promesse messianiche; il tutto sarà confermato da miracoli potenti. Il dono della pace sarà il saluto ad ogni persona che si apre alla verità del vangelo.
La messa di oggi ha proposto un esempio concreto delle circostanze della missione descritte da Gesù ai suoi. Elia, proprio perché ha dimostrato con la sua azione la potenza della verità sconfiggendo tutti i profeti pagani e la stessa casa regnante, è fatto oggetto di persecuzione e deve fuggire, anzi desidera morire e chiede a Dio di poter morire; ma il Signore gli dà il sostegno per proseguire la via che si concluderà con l’incontro nella grotta con quella “voce di silenzio sottile” cioè con Dio che gli fa capire che non cammina da solo.
Proprio questo evento è un anticipo di quanto accadrà agli apostoli.
A questo punto, dopo aver brevemente illustrato il testo, dobbiamo chiederci come possa applicarsi al nostro oggi la missione apostolica. Se i dodici apostoli dovettero parlare di Gesù agli orecchi sordi dei giudei e a quelli pieni di autosufficienza dei romani, noi adesso in che contesto ci muoviamo? Abbiamo tanti luoghi dove rifugiarci per difenderci dall’assalto dei lupi; sono le nostre chiese e le nostre comunità. Ma sembra che siamo presenti ad annunciare il vangelo per le strade e nei “villaggi” dove si pensa l’umanità del domani: là il tema finanziario spadroneggia e il servizio all’uomo non è obiettivo primario.
Quello che stiamo vivendo non è salvezza; Gesù aveva detto che l’accumulo di potere non salva. Attualmente vediamo impoverirsi il nostro habitat proprio per rincorrere orizzonti tecnologici sempre più costosi per le risorse della terra; il clima che stiamo subendo ne è una dimostrazione. Ma il nostro compito di missionari non è quello di demonizzare il progresso tecnologico: Gesù chiede ai suoi di andare a “guarire” gli uomini; non vuol dire fare miracoli contro le malattie, ma servire le esigenze più profonde del cuore umano, cioè la libertà, la giustizia, il rispetto, la pace, la fede in Dio.
I dodici, forti dello Spirito Santo, hanno veramente inciso nella storia e hanno portato il vangelo nel mondo avviando un processo di diffusione molto ampio. Noi siamo molto più numerosi di quell’iniziale drappello e però lamentiamo continuamente la scarsità di vocazioni missionarie. Il fatto è che questo nostro mondo sembra diventato impermeabile all’annuncio; ci sta forse chiedendo una maggiore convinzione e conversione per arrivare a prendere in considerazione la proposta di vita cristiana?
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Omelia del 09.08.2023 – undicesima Domenica dopo Pentecoste
Grande l’immediatezza del linguaggio di Gesù: il riferimento agli animali e alle loro caratteristiche rende esplicito il discorso in modo diretto e veloce. Il capitolo intero, questo è il decimo di Matteo, è detto “discorso missionario” dal momento che, scelti i dodici, Gesù parla loro della missione e li invia.
Ai tempi nostri, se avessimo dovuto dare il titolo a questo brano evangelico avremmo scritto “formazione degli apostoli”. Infatti occorreva formare quei semplici pescatori per trasformarli in messaggeri e comunicatori.
Le poche righe che abbiamo ascoltato sono la conclusione di tutta una serie di indicazioni per la missione e mettono in chiaro che non saranno rose e fiori; si dovranno affrontare ostilità, anche violente, oltre ad arresti e processi. C’è però una garanzia di sostegno e di aiuto: anche di fronte ai peggiori pericoli una forza interiore che Dio offrirà, sopperirà alla paura e al dolore.
Ma che cosa aveva detto prima di questa drammatica conclusione? Matteo, che si rivolge soprattutto a lettori ebrei, riporta anzitutto chi sono i destinatari del messaggio di Gesù: sono “le pecore perdute della casa d’Israele”, cioè quei giudei succubi di una classe dirigente malata di potere e di ipocrisia. L’annuncio da proclamare è la presenza del Regno dei cieli, cioè il compimento delle antiche promesse messianiche; il tutto sarà confermato da miracoli potenti. Il dono della pace sarà il saluto ad ogni persona che si apre alla verità del vangelo.
La messa di oggi ha proposto un esempio concreto delle circostanze della missione descritte da Gesù ai suoi. Elia, proprio perché ha dimostrato con la sua azione la potenza della verità sconfiggendo tutti i profeti pagani e la stessa casa regnante, è fatto oggetto di persecuzione e deve fuggire, anzi desidera morire e chiede a Dio di poter morire; ma il Signore gli dà il sostegno per proseguire la via che si concluderà con l’incontro nella grotta con quella “voce di silenzio sottile” cioè con Dio che gli fa capire che non cammina da solo.
Proprio questo evento è un anticipo di quanto accadrà agli apostoli.
A questo punto, dopo aver brevemente illustrato il testo, dobbiamo chiederci come possa applicarsi al nostro oggi la missione apostolica. Se i dodici apostoli dovettero parlare di Gesù agli orecchi sordi dei giudei e a quelli pieni di autosufficienza dei romani, noi adesso in che contesto ci muoviamo? Abbiamo tanti luoghi dove rifugiarci per difenderci dall’assalto dei lupi; sono le nostre chiese e le nostre comunità. Ma sembra che siamo presenti ad annunciare il vangelo per le strade e nei “villaggi” dove si pensa l’umanità del domani: là il tema finanziario spadroneggia e il servizio all’uomo non è obiettivo primario.
Quello che stiamo vivendo non è salvezza; Gesù aveva detto che l’accumulo di potere non salva. Attualmente vediamo impoverirsi il nostro habitat proprio per rincorrere orizzonti tecnologici sempre più costosi per le risorse della terra; il clima che stiamo subendo ne è una dimostrazione. Ma il nostro compito di missionari non è quello di demonizzare il progresso tecnologico: Gesù chiede ai suoi di andare a “guarire” gli uomini; non vuol dire fare miracoli contro le malattie, ma servire le esigenze più profonde del cuore umano, cioè la libertà, la giustizia, il rispetto, la pace, la fede in Dio.
I dodici, forti dello Spirito Santo, hanno veramente inciso nella storia e hanno portato il vangelo nel mondo avviando un processo di diffusione molto ampio. Noi siamo molto più numerosi di quell’iniziale drappello e però lamentiamo continuamente la scarsità di vocazioni missionarie. Il fatto è che questo nostro mondo sembra diventato impermeabile all’annuncio; ci sta forse chiedendo una maggiore convinzione e conversione per arrivare a prendere in considerazione la proposta di vita cristiana?







