DESK E MEDIE
Omelia del 22.06.2025 – Corpus Domini
Gesù si rende perfettamente conto di come stanno le cose per la gente, specialmente per quella che lo segue avvertendo un richiamo forte e al tempo stesso un bisogno di risposte ai problemi emergenti. Sa che sono in cammino ed in ascolto dall’intera giornata e sa che la stanchezza li assale. Ai discepoli che vorrebbero concludere la giornata perché a loro volta stanchi ed affamati, dice di provvedere a dar loro da mangiare; tutte quelle persone non possono essere rimandate a casa così. Il pane sotto gli occhi stralunati di tutti arriva a ciascuno e non finisce.
Il racconto assomiglia tanto al rito della messa: parola e pane, che poi significano senso dell’esistenza e supporto all’azione coerente in comunione di vita con Gesù.
Il gesto del pane donato, cioè della vita restituita, sarà l’oggetto della testimonianza che possiamo offrire al mondo da quel momento in poi.
Il tempo che stiamo vivendo è pieno di uomini e donne schiacciati da un male assurdo e potente: molti fra loro gridano pietà al cielo, ma persino il cielo sembra impotente e incapace di dare il pane della pace. I grandi della terra annaspano e sembra che credano soltanto alla forza distruttiva delle armi. Come possiamo in un contesto del genere proporre il vangelo e l’eucarestia.
Il nostro arcivescovo, parlando in Duomo alla città, diceva giovedì scorso: “Anche quando si constata l’indifferenza nei confronti della nostra presenza e del nostro annuncio, quando sperimentiamo un sospetto pregiudiziale e persino una specie di disprezzo nei confronti della Chiesa e di chi vive in essa, dobbiamo continuare a essere ostinati nella speranza; anche quando siamo costretti a constatare che le nostre risorse non bastano a risolvere i problemi, la nostra compassione non basta a consolare, le nostre parole non bastano a convincere della vocazione di tutti alla vita buona e fraterna. Che faremo di fronte alla gente sfinita da ritmi frenetici, da condizioni di vita insidiate dalla miseria e dalla complicazione; alla gente mortificata dalla frustrazione delle proprie attese; alla gente costretta a una triste solitudine; di fronte alla gente esposta alla precarietà per un lavoro che affatica e non basta a vivere, per una città che pretende e non offre ospitalità?”.
Non posso non ribadire questi temi dolorosi e tristi, anche se vorremmo non ascoltare e non vedere più.
In questo giorno del Corpus Domini vedo che quel corpo che ci viene dato è un corpo ucciso e massacrato, ma anche risorto coi segni dei chiodi e delle ferite: come si piange davanti ai corpi straziati dalle bombe micidiali mentre cercano il pane, così dovremmo piangere ogni volta che riceviamo l’eucarestia.
Un ulteriore pensiero; rivado con la mente ai tempi dell’istituzione di questa festa per la prima volta a Liegi in Belgio nel 1247 e poco dopo in tutta la Chiesa anche a seguito del miracolo di Bolsena (1263). In quell’epoca la celebrazione delle messe era quasi un affare dei preti o dei frati; la gente non capiva la lingua latina e non poteva nemmeno accedere alle scritture. La festa del pane consacrato con processione e adorazione fu un richiamo alla grandezza del momento sacramentale della messa e una denuncia contro ogni indifferenza, ogni conflitto, religioso, ogni esaltazione della logica delle armi.
Ecco M. Teresa di Calcutta: “Gesù è diventato per gli uomini il Pane della Vita per comunicarci la vita. Notte e giorno, Lui è lì. Se volete che l’amore cresca in voi, tornate all’Eucaristia, tornate a quell’Adorazione”. E papa Francesco disse all’Angelus:”La festa del Corpus Domini ci chiede di convertirci alla fede nella Provvidenza, di saper condividere il poco che siamo e che abbiamo, e non chiuderci mai in noi stessi”.
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Omelia del 22.06.2025 – Corpus Domini
Gesù si rende perfettamente conto di come stanno le cose per la gente, specialmente per quella che lo segue avvertendo un richiamo forte e al tempo stesso un bisogno di risposte ai problemi emergenti. Sa che sono in cammino ed in ascolto dall’intera giornata e sa che la stanchezza li assale. Ai discepoli che vorrebbero concludere la giornata perché a loro volta stanchi ed affamati, dice di provvedere a dar loro da mangiare; tutte quelle persone non possono essere rimandate a casa così. Il pane sotto gli occhi stralunati di tutti arriva a ciascuno e non finisce.
Il racconto assomiglia tanto al rito della messa: parola e pane, che poi significano senso dell’esistenza e supporto all’azione coerente in comunione di vita con Gesù.
Il gesto del pane donato, cioè della vita restituita, sarà l’oggetto della testimonianza che possiamo offrire al mondo da quel momento in poi.
Il tempo che stiamo vivendo è pieno di uomini e donne schiacciati da un male assurdo e potente: molti fra loro gridano pietà al cielo, ma persino il cielo sembra impotente e incapace di dare il pane della pace. I grandi della terra annaspano e sembra che credano soltanto alla forza distruttiva delle armi. Come possiamo in un contesto del genere proporre il vangelo e l’eucarestia.
Il nostro arcivescovo, parlando in Duomo alla città, diceva giovedì scorso: “Anche quando si constata l’indifferenza nei confronti della nostra presenza e del nostro annuncio, quando sperimentiamo un sospetto pregiudiziale e persino una specie di disprezzo nei confronti della Chiesa e di chi vive in essa, dobbiamo continuare a essere ostinati nella speranza; anche quando siamo costretti a constatare che le nostre risorse non bastano a risolvere i problemi, la nostra compassione non basta a consolare, le nostre parole non bastano a convincere della vocazione di tutti alla vita buona e fraterna. Che faremo di fronte alla gente sfinita da ritmi frenetici, da condizioni di vita insidiate dalla miseria e dalla complicazione; alla gente mortificata dalla frustrazione delle proprie attese; alla gente costretta a una triste solitudine; di fronte alla gente esposta alla precarietà per un lavoro che affatica e non basta a vivere, per una città che pretende e non offre ospitalità?”.
Non posso non ribadire questi temi dolorosi e tristi, anche se vorremmo non ascoltare e non vedere più.
In questo giorno del Corpus Domini vedo che quel corpo che ci viene dato è un corpo ucciso e massacrato, ma anche risorto coi segni dei chiodi e delle ferite: come si piange davanti ai corpi straziati dalle bombe micidiali mentre cercano il pane, così dovremmo piangere ogni volta che riceviamo l’eucarestia.
Un ulteriore pensiero; rivado con la mente ai tempi dell’istituzione di questa festa per la prima volta a Liegi in Belgio nel 1247 e poco dopo in tutta la Chiesa anche a seguito del miracolo di Bolsena (1263). In quell’epoca la celebrazione delle messe era quasi un affare dei preti o dei frati; la gente non capiva la lingua latina e non poteva nemmeno accedere alle scritture. La festa del pane consacrato con processione e adorazione fu un richiamo alla grandezza del momento sacramentale della messa e una denuncia contro ogni indifferenza, ogni conflitto, religioso, ogni esaltazione della logica delle armi.
Ecco M. Teresa di Calcutta: “Gesù è diventato per gli uomini il Pane della Vita per comunicarci la vita. Notte e giorno, Lui è lì. Se volete che l’amore cresca in voi, tornate all’Eucaristia, tornate a quell’Adorazione”. E papa Francesco disse all’Angelus:”La festa del Corpus Domini ci chiede di convertirci alla fede nella Provvidenza, di saper condividere il poco che siamo e che abbiamo, e non chiuderci mai in noi stessi”.







