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(Omelia del 25.08.2024 – Domenica prima del martirio di san Giovanni il Precursore)

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Continua il cosiddetto discorso sulla missione di Gesù ai discepoli; lo avevamo accostato in parte due domeniche fa. Si parlava dei destinatari della missione, dei mezzi da usare, della pace da premettere ad ogni incontro pur nella possibilità che non venga accettata.
Il brano di oggi si sofferma piuttosto sulla situazione morale e spirituale in cui il discepolo verrà a trovarsi durante la missione, situazione che si preannuncia preoccupante.
Le frasi dette da Gesù, brevi ed incisive, possono creare sorpresa, anzi smarrimento. Parole come “non sono venuto a portare la pace ma la spada”, oppure “chi ama i genitori più di me non è degno di me”, o ancora “non abbiate paura di chi vi può togliere la vita”, appaiono immediatamente insensate e irricevibili! Non sentite anche voi una certa contrarietà verso parole che sembrano minimizzare o relativizzare tutto ciò che invece noi sentiamo importante e significativo, come l’amore per i famigliari o come la stessa pace. Gesù mette i suoi discepoli di fronte ad un futuro che potrebbe essere tetro e angosciante; eppure aveva detto che il suo cruccio era la nostra gioia; il primo segno con un festoso miracolo alle nozze di Cana?
Certo è che, così come tante vicende raccontano, il discepolo che aderisce in modo radicale al vangelo è spesso messo in disparte proprio da chi gli è più vicino; in questo senso la parola di Gesù diventa una spada. Non è che essere pienamente evangelici equivalga ad essere offensivi o cattivi verso chi non lo è. Questo sarebbe integralismo: io ho la verità e quindi ho diritto al giudizio anche a voce alta; la proclamazione di ciò che ritieni vero e che ami va fatta sempre nel rispetto degli altri anche se fossero di opposta visione. Il problema è che chi non condivide la tua visione si allontana e ti isola.
Il pericolo più vero per il discepolo dunque va dalla sua ininfluenza alla persecuzione attiva; basterebbe guardare i rapporti annuali dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre, un’associazione che ospitiamo nei locali di San Babila) per rendersene conto, rapporti che documentano ogni volta ondate di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all’omicidio, che colpiscono cattolici e protestanti in varie località.
Ripetutamente il Maestro invita a non temere, malgrado tutto. Però i nostri interrogativi suscitati dall’ascolto del messaggio rimangono; vogliamo cercare di capire a chi fa riferimento Gesù quando invita alla missione e su quali basi fonda la fiducia e la non paura. In più abbiamo una prima lettura che ci parla della terribile strage della famiglia di Giuda Maccabeo ad opera di Antioco IV a causa del loro rifiuto di cibarsi di carne suina; un episodio a dir poco sconcertante legato alla figura di quell’imperatore Antioco IV che si poneva, in particolare, due obiettivi: obbligo del culto degli dei greci, e poi anche una motivazione economica: svuotare il tempio di Gerusalemme dei suoi tesori per il bisogno continuo di danaro per la guerra. Ma ha anche tentato di profanare il tempio, dedicandolo a Giove Olimpio (2 Mac 6,1-2).
Alla prima domanda circa i soggetti della missione non c’è spazio d’incertezza: tutti i cristiani sono degli inviati, tutti. Non vi sono deleghe, apparse nel tempo nelle chiese in seguito alla eccessiva centralità del ruolo dei sacerdoti e del clero in genere.
La corrispondenza fra laico cristiano e testimone/missionario è un caposaldo dei documenti conciliari, in particolare in quel testo basilare che è la costituzione dogmatica Lumen Gentium. Quindi la nostra vita di fede non può esimersi dal compito missionario; la testimonianza del vangelo è un dovere contratto nel giorno del Battesimo. Detto questo rimane la domanda: come si fa a non aver paura e a restare fiduciosi anche nei guai peggiori? Il fatto stesso che Gesù ripeta con tanta frequenza la raccomandazione a non temere significa che è ben consapevole dei rischi tremendi che i suoi testimoni possono incontrare. Il coraggio nasce soltanto da una promessa: lui sarà in cammino con loro; la sua presenza creerà le condizioni per aver la forza di accettare l’inaccettabile.
Peggio sarebbe se non avessimo paura di allontanarci dalla via santa del vangelo per finire in braccio al nulla. La croce del Signore sta a dimostrare quanto prezioso sia l’uomo ai suoi occhi, e su questo dono si appoggia la nostra fiducia e la forza di andare avanti.

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(Omelia del 25.08.2024 – Domenica prima del martirio di san Giovanni il Precursore)

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Continua il cosiddetto discorso sulla missione di Gesù ai discepoli; lo avevamo accostato in parte due domeniche fa. Si parlava dei destinatari della missione, dei mezzi da usare, della pace da premettere ad ogni incontro pur nella possibilità che non venga accettata.
Il brano di oggi si sofferma piuttosto sulla situazione morale e spirituale in cui il discepolo verrà a trovarsi durante la missione, situazione che si preannuncia preoccupante.
Le frasi dette da Gesù, brevi ed incisive, possono creare sorpresa, anzi smarrimento. Parole come “non sono venuto a portare la pace ma la spada”, oppure “chi ama i genitori più di me non è degno di me”, o ancora “non abbiate paura di chi vi può togliere la vita”, appaiono immediatamente insensate e irricevibili! Non sentite anche voi una certa contrarietà verso parole che sembrano minimizzare o relativizzare tutto ciò che invece noi sentiamo importante e significativo, come l’amore per i famigliari o come la stessa pace. Gesù mette i suoi discepoli di fronte ad un futuro che potrebbe essere tetro e angosciante; eppure aveva detto che il suo cruccio era la nostra gioia; il primo segno con un festoso miracolo alle nozze di Cana?
Certo è che, così come tante vicende raccontano, il discepolo che aderisce in modo radicale al vangelo è spesso messo in disparte proprio da chi gli è più vicino; in questo senso la parola di Gesù diventa una spada. Non è che essere pienamente evangelici equivalga ad essere offensivi o cattivi verso chi non lo è. Questo sarebbe integralismo: io ho la verità e quindi ho diritto al giudizio anche a voce alta; la proclamazione di ciò che ritieni vero e che ami va fatta sempre nel rispetto degli altri anche se fossero di opposta visione. Il problema è che chi non condivide la tua visione si allontana e ti isola.
Il pericolo più vero per il discepolo dunque va dalla sua ininfluenza alla persecuzione attiva; basterebbe guardare i rapporti annuali dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre, un’associazione che ospitiamo nei locali di San Babila) per rendersene conto, rapporti che documentano ogni volta ondate di astio, violenze, intolleranza, azioni minacciose fino all’omicidio, che colpiscono cattolici e protestanti in varie località.
Ripetutamente il Maestro invita a non temere, malgrado tutto. Però i nostri interrogativi suscitati dall’ascolto del messaggio rimangono; vogliamo cercare di capire a chi fa riferimento Gesù quando invita alla missione e su quali basi fonda la fiducia e la non paura. In più abbiamo una prima lettura che ci parla della terribile strage della famiglia di Giuda Maccabeo ad opera di Antioco IV a causa del loro rifiuto di cibarsi di carne suina; un episodio a dir poco sconcertante legato alla figura di quell’imperatore Antioco IV che si poneva, in particolare, due obiettivi: obbligo del culto degli dei greci, e poi anche una motivazione economica: svuotare il tempio di Gerusalemme dei suoi tesori per il bisogno continuo di danaro per la guerra. Ma ha anche tentato di profanare il tempio, dedicandolo a Giove Olimpio (2 Mac 6,1-2).
Alla prima domanda circa i soggetti della missione non c’è spazio d’incertezza: tutti i cristiani sono degli inviati, tutti. Non vi sono deleghe, apparse nel tempo nelle chiese in seguito alla eccessiva centralità del ruolo dei sacerdoti e del clero in genere.
La corrispondenza fra laico cristiano e testimone/missionario è un caposaldo dei documenti conciliari, in particolare in quel testo basilare che è la costituzione dogmatica Lumen Gentium. Quindi la nostra vita di fede non può esimersi dal compito missionario; la testimonianza del vangelo è un dovere contratto nel giorno del Battesimo. Detto questo rimane la domanda: come si fa a non aver paura e a restare fiduciosi anche nei guai peggiori? Il fatto stesso che Gesù ripeta con tanta frequenza la raccomandazione a non temere significa che è ben consapevole dei rischi tremendi che i suoi testimoni possono incontrare. Il coraggio nasce soltanto da una promessa: lui sarà in cammino con loro; la sua presenza creerà le condizioni per aver la forza di accettare l’inaccettabile.
Peggio sarebbe se non avessimo paura di allontanarci dalla via santa del vangelo per finire in braccio al nulla. La croce del Signore sta a dimostrare quanto prezioso sia l’uomo ai suoi occhi, e su questo dono si appoggia la nostra fiducia e la forza di andare avanti.

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