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(Omelia del 18.06.2023 – terza Domenica dopo Pentecoste)

La liturgia di oggi ci riporta alla grande contraddizione della stori umana. Da una parte la straordinaria bellezza della creazione intesa come giardino delle meraviglie e dall’altra la pretesa dell’uomo di farsene padrone e arbitro ritenendosi nuovo creatore come Dio stesso. Un tema molto caldo ai nostri giorni e negli ultimi decenni, quando cioè si assiste ad uno sviluppo accelerato della ricerca scientifica ed anche un cambiamento epocale del costume sociale e della visione etica dell’uomo. Il grande dilemma che stiamo affrontando può essere racchiuso nel detto “fino a che punto!”; quale disponibilità di intervento sulla vita, sul tessuto sociale e sulla gestione del pianeta, è da considerarsi ammissibile e plausibile e quali mosse dell’agire umano non lo sono affatto? La pericolosa deriva che il magistero del papa Ratzinger denunciava come il peccato più grave della cultura contemporanea, era definita con la parola relativismo: non vi è nulla di immutabile e di incontrovertibile nella concezione del mondo come nella vita morale; tutto è giustificabile e quindi, alla fine, consentito. Il tutto rende assai difficile il compito del cristiano: corre il rischio di rinchiudersi in una sorta di sdegnata contrarietà a quel che sta avvenendo nel mondo, mentre dovrebbe invece dedicarsi alla paziente disanima delle cose. Sta di fatto che la famosa mela continua ad incuriosire la fantasia umana fino a spingerla a farla propria.
Quello che nel catechismo viene chiamato peccato originale, altro non è che questa smania delle creature di farsi creatori. Adamo ed Eva vanno proprio considerati come i prototipi di questa aberrazione, non tanto invece come reali progenitori che trasmettono nel loro DNA il seme del male a tutti i discendenti. Povero Adamo, gli abbiamo attribuito il peso della croce della storia; lui e sua moglie, la cattiva suggeritrice che istiga all’errore, sarebbero gli esuli di una terra ospitale divenuta casa ostile. L’albero cui non si doveva accedere ed il cui frutto si doveva solo contemplare e non mangiare, è l’insindacabile giustizia divina; bene e male sono la coerenza o l’incoerenza al dettato del cielo. La mela, frutto proibito, è il nome derivante dal confondere della lingua latina: malus è il melo, malum è però il cattivo.
Nel nostro tempo è comune ormai pensare ai racconti dei primi capitoli della Genesi come una narrazione non storica; non sono ritenuti più la cronaca di antichi eventi. Tutti affermano che si tratta di un testo “sapienziale” il cui intento, cioè, è quello di rispondere a degli interrogativi che albergano nel cuore di ogni uomo. L’autore biblico, o se vogliamo la tradizione cui fa riferimento, si esprime facendo ricorso ad immagini simboliche e metaforiche, che spesso incontriamo anche in altre culture. Sono immagini di alberi, di fiumi, elementi naturali che rendono splendido il cosiddetto Eden o giardino o paradiso.
Scrive p. Flick, su incarico della Commissione Pontificia per la Dottrina della Fede: “Il progresso dell’esegesi biblica fa comprendere senza possibilità di dubbio che lo scopo di Gn. 1-3 non fu quello di raccontare con esattezza protocollare ciò che è successo all’inizio della storia umana, e la fonte del racconto non fu una rivelazione immediata data
all’autore o trasmessa fin dall’inizio della storia umana. Si tratta di un racconto, che appartiene al genere sapienziale ed eziologico. Parlando del peccato di Adamo e Eva, l’autore (o almeno il redattore definitivo) propone il frutto di una meditazione da lui fatta sotto la guida dello Spirito Santo, sull’origine dei mali e della morte soprattutto, che affliggono l’umanità, comparando questi mali con l’immagine del Creatore buono”.
Nell’incontro fra Gesù e Nicodemo risulta con grande evidenza che l’umanità non è mai stata abbandonata a sé stessa e che la cacciata dall’Eden non corrisponde al disegno divino: l’arrivo dell’Emanuele mostra che non c’è la condanna di Dio, piuttosto che abbiamo bisogno di aiuto. Dio dunque non ci ha rifiutati, ma l’unico rifiuto è il nostro non accettare, è il chiudere gli occhi alla luce per voler vivere nell’oscurità. Diceva un caro amico prete: “La condanna ce la costruiamo noi nel tempo, rifiutando verifiche e revisioni, ripetendo il male che sappiamo essere male, e continuando a ripeterlo. Il giudizio non sarà alla fine del tempo ma ogni giorno, alla luce del sole, mentre non dobbiamo dimenticare, almeno noi credenti, che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati.

 

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(Omelia del 18.06.2023 – terza Domenica dopo Pentecoste)

La liturgia di oggi ci riporta alla grande contraddizione della stori umana. Da una parte la straordinaria bellezza della creazione intesa come giardino delle meraviglie e dall’altra la pretesa dell’uomo di farsene padrone e arbitro ritenendosi nuovo creatore come Dio stesso. Un tema molto caldo ai nostri giorni e negli ultimi decenni, quando cioè si assiste ad uno sviluppo accelerato della ricerca scientifica ed anche un cambiamento epocale del costume sociale e della visione etica dell’uomo. Il grande dilemma che stiamo affrontando può essere racchiuso nel detto “fino a che punto!”; quale disponibilità di intervento sulla vita, sul tessuto sociale e sulla gestione del pianeta, è da considerarsi ammissibile e plausibile e quali mosse dell’agire umano non lo sono affatto? La pericolosa deriva che il magistero del papa Ratzinger denunciava come il peccato più grave della cultura contemporanea, era definita con la parola relativismo: non vi è nulla di immutabile e di incontrovertibile nella concezione del mondo come nella vita morale; tutto è giustificabile e quindi, alla fine, consentito. Il tutto rende assai difficile il compito del cristiano: corre il rischio di rinchiudersi in una sorta di sdegnata contrarietà a quel che sta avvenendo nel mondo, mentre dovrebbe invece dedicarsi alla paziente disanima delle cose. Sta di fatto che la famosa mela continua ad incuriosire la fantasia umana fino a spingerla a farla propria.
Quello che nel catechismo viene chiamato peccato originale, altro non è che questa smania delle creature di farsi creatori. Adamo ed Eva vanno proprio considerati come i prototipi di questa aberrazione, non tanto invece come reali progenitori che trasmettono nel loro DNA il seme del male a tutti i discendenti. Povero Adamo, gli abbiamo attribuito il peso della croce della storia; lui e sua moglie, la cattiva suggeritrice che istiga all’errore, sarebbero gli esuli di una terra ospitale divenuta casa ostile. L’albero cui non si doveva accedere ed il cui frutto si doveva solo contemplare e non mangiare, è l’insindacabile giustizia divina; bene e male sono la coerenza o l’incoerenza al dettato del cielo. La mela, frutto proibito, è il nome derivante dal confondere della lingua latina: malus è il melo, malum è però il cattivo.
Nel nostro tempo è comune ormai pensare ai racconti dei primi capitoli della Genesi come una narrazione non storica; non sono ritenuti più la cronaca di antichi eventi. Tutti affermano che si tratta di un testo “sapienziale” il cui intento, cioè, è quello di rispondere a degli interrogativi che albergano nel cuore di ogni uomo. L’autore biblico, o se vogliamo la tradizione cui fa riferimento, si esprime facendo ricorso ad immagini simboliche e metaforiche, che spesso incontriamo anche in altre culture. Sono immagini di alberi, di fiumi, elementi naturali che rendono splendido il cosiddetto Eden o giardino o paradiso.
Scrive p. Flick, su incarico della Commissione Pontificia per la Dottrina della Fede: “Il progresso dell’esegesi biblica fa comprendere senza possibilità di dubbio che lo scopo di Gn. 1-3 non fu quello di raccontare con esattezza protocollare ciò che è successo all’inizio della storia umana, e la fonte del racconto non fu una rivelazione immediata data
all’autore o trasmessa fin dall’inizio della storia umana. Si tratta di un racconto, che appartiene al genere sapienziale ed eziologico. Parlando del peccato di Adamo e Eva, l’autore (o almeno il redattore definitivo) propone il frutto di una meditazione da lui fatta sotto la guida dello Spirito Santo, sull’origine dei mali e della morte soprattutto, che affliggono l’umanità, comparando questi mali con l’immagine del Creatore buono”.
Nell’incontro fra Gesù e Nicodemo risulta con grande evidenza che l’umanità non è mai stata abbandonata a sé stessa e che la cacciata dall’Eden non corrisponde al disegno divino: l’arrivo dell’Emanuele mostra che non c’è la condanna di Dio, piuttosto che abbiamo bisogno di aiuto. Dio dunque non ci ha rifiutati, ma l’unico rifiuto è il nostro non accettare, è il chiudere gli occhi alla luce per voler vivere nell’oscurità. Diceva un caro amico prete: “La condanna ce la costruiamo noi nel tempo, rifiutando verifiche e revisioni, ripetendo il male che sappiamo essere male, e continuando a ripeterlo. Il giudizio non sarà alla fine del tempo ma ogni giorno, alla luce del sole, mentre non dobbiamo dimenticare, almeno noi credenti, che Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati.

 

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