DESK E MEDIE
(Omelia del 16.06.2024 –quarta Domenica dopo Pentecoste)
Rifiutare l’invito al banchetto, adducendo i motivi più diversi, resta un atto riprovevole. Nel racconto della parabola, non si parla semplicemente di un’occasione mancata; partecipare avrebbe potuto significare anche incontro con persone importanti, semplicemente fare bella figura, o anche ottenere una visibilità sociale. In realtà, quel banchetto rifiutato, è presentato come molto più di una circostanza utile: esso rappresenta la vita stessa; accettare è vivere, non accettare è perdere la vita.
La responsabilità della disfatta è nelle nostre mani; lo ripete spesso e chiaramente Gesù nel Vangelo. È inutile continuare a chiamare: “Signore, Signore” e poi fare tutto l’opposto di quello che Lui ci indica come la via giusta. È così che la casa senza solide fondamenta non regge l’urto delle piene. È così dell’uomo che ha un rifiuto assoluto ad accogliere l’invito al banchetto nuziale. Paradossalmente, l’uomo che è pur sempre in cerca di felicità, rifiuta di partecipare ad un momento festoso! Come quelli che, con grande fraintendimento, ritengono che la strada proposta da Gesù sia una specie di sacrificio e di rinuncia, che mettono tristezza. Chi non risponde all’invito è afflitto da una sorta di interiore ottusità e sordità. Il personaggio che indice la festa di nozze aveva curato nei particolari l’invito e pertanto non può essere accusato di non essersi fatto capire, quello invece che purtroppo avviene spesso nell’annuncio del vangelo al nostro tempo: la parola non è chiara, la testimonianza è rara, l’amore nel porgere l’invito non è abbastanza accattivante. Giorni fa, parlando ad un gruppo di preti romani, il Papa è tornato a ribadire l’importanza della brevità delle omelie e della chiarezza: “spesso non si capisce cosa stanno dicendo”.
Il testo della parabola ci pone una domanda precisa? “Tu che leggi o che ascolti, che ne hai fatto di quell’invito?” Alcuni, pochi, mettono in campo tutta la loro disponibilità e condivisione; molti rimandano la decisione, e tanti adducono motivazioni pretestuose per non dire false.
Secondo voi c’è un nesso fra la distruzione di Sodoma e la parabola del banchetto? Credo si possa dire questo: accettare l’invito a sedersi a tavola con Gesù, dato che alla fine è questo il senso del Vangelo, vuol dire avere la vita rinnovata e salvata; proprio come accade ad Abramo e Lot che sopravvivono alla distruzione delle città dalla cattiva vita, grazie al dono di Dio.
Il mondo di oggi vive continue distruzioni e i colloqui a livello mondiale lasciano il tempo che trovano; gli stessi organismi creati per il dialogo sembrano aver fatto il oro tempo; ognuno va avanti con la sua voglia di violenza e dominio, proprio come i padroni di Sodoma. Ci rendiamo ben conto che tutto quel che accade non è una punizione divina ma è il frutto della malvagità di tanti cuori.
Nella parabola, la reazione dell’invitante di fronte ai no ricevuti ha un accento che mi preme sottolineare: non mi riferisco alla strage degli invitati, ma piuttosto all’apertura delle porte del palazzo a chi non ha titoli particolari per poter partecipare.
La decisione di aprire la casa a coloro che mai avrebbero immaginato di poterne varcare la soglia, esprime con grande efficacia la vocazione universale alla vita redenta e risolta. Ne viene una forte sollecitazione a non concepire le nostre comunità come delle appartenenze sociali legate a riti, sacramentali e non, che chiudono la porta in faccia a chi non ti assomiglia.
Ma allora perché il tipo raccolto per strada e quindi malvestito viene sbattuto fuori?
La maggior parte dei commentatori dice che l’espulsione del malvestito è una nuova parabola che è stata avvicinata alla prima per la somiglianza del contesto, cioè il banchetto. In questo caso la persona respinta è da riconoscersi proprio in coloro che hanno una vita incoerente rispetto alle proclamate dichiarazioni di fede. Per esemplificare possiamo citare la lettera di san Giovanni quando dice “Come puoi dire di amare Dio che non vedi se non ami prossimo che vedi?” Il vestito inadeguato è allora una vita di parole altisonanti ma anche di opere irrilevanti.
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(Omelia del 16.06.2024 –quarta Domenica dopo Pentecoste)
Rifiutare l’invito al banchetto, adducendo i motivi più diversi, resta un atto riprovevole. Nel racconto della parabola, non si parla semplicemente di un’occasione mancata; partecipare avrebbe potuto significare anche incontro con persone importanti, semplicemente fare bella figura, o anche ottenere una visibilità sociale. In realtà, quel banchetto rifiutato, è presentato come molto più di una circostanza utile: esso rappresenta la vita stessa; accettare è vivere, non accettare è perdere la vita.
La responsabilità della disfatta è nelle nostre mani; lo ripete spesso e chiaramente Gesù nel Vangelo. È inutile continuare a chiamare: “Signore, Signore” e poi fare tutto l’opposto di quello che Lui ci indica come la via giusta. È così che la casa senza solide fondamenta non regge l’urto delle piene. È così dell’uomo che ha un rifiuto assoluto ad accogliere l’invito al banchetto nuziale. Paradossalmente, l’uomo che è pur sempre in cerca di felicità, rifiuta di partecipare ad un momento festoso! Come quelli che, con grande fraintendimento, ritengono che la strada proposta da Gesù sia una specie di sacrificio e di rinuncia, che mettono tristezza. Chi non risponde all’invito è afflitto da una sorta di interiore ottusità e sordità. Il personaggio che indice la festa di nozze aveva curato nei particolari l’invito e pertanto non può essere accusato di non essersi fatto capire, quello invece che purtroppo avviene spesso nell’annuncio del vangelo al nostro tempo: la parola non è chiara, la testimonianza è rara, l’amore nel porgere l’invito non è abbastanza accattivante. Giorni fa, parlando ad un gruppo di preti romani, il Papa è tornato a ribadire l’importanza della brevità delle omelie e della chiarezza: “spesso non si capisce cosa stanno dicendo”.
Il testo della parabola ci pone una domanda precisa? “Tu che leggi o che ascolti, che ne hai fatto di quell’invito?” Alcuni, pochi, mettono in campo tutta la loro disponibilità e condivisione; molti rimandano la decisione, e tanti adducono motivazioni pretestuose per non dire false.
Secondo voi c’è un nesso fra la distruzione di Sodoma e la parabola del banchetto? Credo si possa dire questo: accettare l’invito a sedersi a tavola con Gesù, dato che alla fine è questo il senso del Vangelo, vuol dire avere la vita rinnovata e salvata; proprio come accade ad Abramo e Lot che sopravvivono alla distruzione delle città dalla cattiva vita, grazie al dono di Dio.
Il mondo di oggi vive continue distruzioni e i colloqui a livello mondiale lasciano il tempo che trovano; gli stessi organismi creati per il dialogo sembrano aver fatto il oro tempo; ognuno va avanti con la sua voglia di violenza e dominio, proprio come i padroni di Sodoma. Ci rendiamo ben conto che tutto quel che accade non è una punizione divina ma è il frutto della malvagità di tanti cuori.
Nella parabola, la reazione dell’invitante di fronte ai no ricevuti ha un accento che mi preme sottolineare: non mi riferisco alla strage degli invitati, ma piuttosto all’apertura delle porte del palazzo a chi non ha titoli particolari per poter partecipare.
La decisione di aprire la casa a coloro che mai avrebbero immaginato di poterne varcare la soglia, esprime con grande efficacia la vocazione universale alla vita redenta e risolta. Ne viene una forte sollecitazione a non concepire le nostre comunità come delle appartenenze sociali legate a riti, sacramentali e non, che chiudono la porta in faccia a chi non ti assomiglia.
Ma allora perché il tipo raccolto per strada e quindi malvestito viene sbattuto fuori?
La maggior parte dei commentatori dice che l’espulsione del malvestito è una nuova parabola che è stata avvicinata alla prima per la somiglianza del contesto, cioè il banchetto. In questo caso la persona respinta è da riconoscersi proprio in coloro che hanno una vita incoerente rispetto alle proclamate dichiarazioni di fede. Per esemplificare possiamo citare la lettera di san Giovanni quando dice “Come puoi dire di amare Dio che non vedi se non ami prossimo che vedi?” Il vestito inadeguato è allora una vita di parole altisonanti ma anche di opere irrilevanti.







