DESK E MEDIE
(Omelia del 27.10.2024 – prima Domenica dopo la Dedicazione)
La frase dell’invio in missione “andate in tutto il mondo” è ritenuta da molti esegeti un’aggiunta tardiva al testo primitivo. La scena tuttavia trova conferma nel fatto che effettivamente gli undici sono andati a predicare. Essi che non avevano creduto alla Maddalena, che erano rimasti indifferenti davanti ai due che tornavano da Emmaus, essi che non riuscivano a pensare ad un Gesù vivo, malgrado avesse predetto il suo restare solo tre giorni nella morte, si trovano di fronte al redivivo entrato improvvisamente nel cenacolo e naturalmente restano stralunati. In più si prendono le rampogne del maestro per la loro incostanza e incredulità. Una cosa è certa: gli apostoli non avevano più assolutamente in testa di dover andare a parlare di Gesù al mondo; dopo quella terribile Pasqua il sogno era svanito.
Ma proviamo a pensare anche a noi stessi; è vero che noi sostiamo più frequentemente davanti al crocifisso piuttosto che ai quadri rappresentanti il risorto. Vuol dire che siamo grati perché ci ha voluto così tanto bene da dare la vita in quel modo tragico ma vuol anche dire che non prendiamo abbastanza sul serio l’essere chiamati a dire che è vivo per sempre. Rischiamo troppe volte di partecipare in modo insufficiente all’eucarestia: la pensiamo come un sostegno spiritualmente grande, quasi con un potere speciale di difenderci dal male, e non prendiamo a cuore abbastanza quel “fate questo” che è appunto tradurre nel nostro agire la vita e la parola di Lui.
Ma cosa vuol dire missione oggi? Domanda importante. Un tempo, nelle parrocchie, si invitava a predicare qualche missionario di ritorno da paesi lontani per un po’ di riposo, che ci raccontava la vita in una missione africana oppure latino americana o anche in estremo Oriente; alla fine il consueto obolo a sostenere le opere missionarie, e a delegare ad altri l’impegno che sarebbe di tutti e così ipocritamente tacitare la coscienza. Oggi, al tempo delle grandi migrazioni e della globalizzazione, si ripensa la missione e ci si interroga su che significhi questa parola e su come spiegarla. Le terre a noi note un tempo come cuore del cristianesimo, sono decisamente scristianizzate: non più una religiosità di una sola tradizione, la nostra, ma un mondo fatto di tante culture spesso di religioni diverse e anche di nessuna fede religiosa. Si rimane sorpresi ai nostri giorni nel vedere nel nostro vecchio mondo preti missionari di altri continenti! Sembra che non siamo più noi europei a partire, ma gli altri a venire da noi. Oltre a tutto, gli apostoli sono andati ad evangelizzare con la sola forza della fede e dello Spirito Santo, mentre storicamente all’epoca dei conquistadores il cristianesimo è stato imposto come religione dei vincitori e la cancellazione delle culture locali.
Nelle parole di Gesù che illustrano il mandato, ci sono notizie consolanti per i missionari:
scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Che significa in parole attuali?
Scacciare i demoni: è combattere la forza del male che distrugge la vita. Dare, alternativa vitale alle tendenze di scoraggiamento e di svalorizzazione della vita.
Parlare nuove lingue: vuol dire cominciare a comunicare con gli altri in modo nuovo. Una lingua è nuova se è preceduta dall’ascolto che guarda all’altro con amore.
Vincere il veleno: ci sono molte cose che avvelenano la convivenza. Molti velenosi attacchi verbali arrivano a distruggere la relazione tra le persone.
Curare i malati e guarire: la compassione verso persone diseredate e fragili deve accompagnare la missione; il malato se riceve una speciale attenzione può anche non guarire fisicamente ma trova la gioia di una mano che può stringere e così allontana la paura.
Le promesse di Gesù ai suoi missionari non sono un espediente per tranquillizzarli: esse si compiono; infatti Marco dichiara che “il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.
Proviamo anche a rileggere il bel racconto della prima lettura: c’è un diacono che sente una forte sollecitazione interiore a muoversi; tra l’altro si reca sulla via che scende da Gerusalemme a Gaza e questa annotazione geografica ci evoca brutali immagini di violenza e di eccidi. Filippo sale sul carro accanto all’etiope e ne nasce un dialogo missionario coinvolgente. Mi domando se siamo capaci di intavolare un colloquio lunga le vie delle nostre giornate; per strada, sui mezzi pubblici, perché non provare a spezzare il silenzio assordante che accompagna il nostro muoverci assorti e chiusi in noi stessi? È la sfida missionaria.
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(Omelia del 27.10.2024 – prima Domenica dopo la Dedicazione)
La frase dell’invio in missione “andate in tutto il mondo” è ritenuta da molti esegeti un’aggiunta tardiva al testo primitivo. La scena tuttavia trova conferma nel fatto che effettivamente gli undici sono andati a predicare. Essi che non avevano creduto alla Maddalena, che erano rimasti indifferenti davanti ai due che tornavano da Emmaus, essi che non riuscivano a pensare ad un Gesù vivo, malgrado avesse predetto il suo restare solo tre giorni nella morte, si trovano di fronte al redivivo entrato improvvisamente nel cenacolo e naturalmente restano stralunati. In più si prendono le rampogne del maestro per la loro incostanza e incredulità. Una cosa è certa: gli apostoli non avevano più assolutamente in testa di dover andare a parlare di Gesù al mondo; dopo quella terribile Pasqua il sogno era svanito.
Ma proviamo a pensare anche a noi stessi; è vero che noi sostiamo più frequentemente davanti al crocifisso piuttosto che ai quadri rappresentanti il risorto. Vuol dire che siamo grati perché ci ha voluto così tanto bene da dare la vita in quel modo tragico ma vuol anche dire che non prendiamo abbastanza sul serio l’essere chiamati a dire che è vivo per sempre. Rischiamo troppe volte di partecipare in modo insufficiente all’eucarestia: la pensiamo come un sostegno spiritualmente grande, quasi con un potere speciale di difenderci dal male, e non prendiamo a cuore abbastanza quel “fate questo” che è appunto tradurre nel nostro agire la vita e la parola di Lui.
Ma cosa vuol dire missione oggi? Domanda importante. Un tempo, nelle parrocchie, si invitava a predicare qualche missionario di ritorno da paesi lontani per un po’ di riposo, che ci raccontava la vita in una missione africana oppure latino americana o anche in estremo Oriente; alla fine il consueto obolo a sostenere le opere missionarie, e a delegare ad altri l’impegno che sarebbe di tutti e così ipocritamente tacitare la coscienza. Oggi, al tempo delle grandi migrazioni e della globalizzazione, si ripensa la missione e ci si interroga su che significhi questa parola e su come spiegarla. Le terre a noi note un tempo come cuore del cristianesimo, sono decisamente scristianizzate: non più una religiosità di una sola tradizione, la nostra, ma un mondo fatto di tante culture spesso di religioni diverse e anche di nessuna fede religiosa. Si rimane sorpresi ai nostri giorni nel vedere nel nostro vecchio mondo preti missionari di altri continenti! Sembra che non siamo più noi europei a partire, ma gli altri a venire da noi. Oltre a tutto, gli apostoli sono andati ad evangelizzare con la sola forza della fede e dello Spirito Santo, mentre storicamente all’epoca dei conquistadores il cristianesimo è stato imposto come religione dei vincitori e la cancellazione delle culture locali.
Nelle parole di Gesù che illustrano il mandato, ci sono notizie consolanti per i missionari:
scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Che significa in parole attuali?
Scacciare i demoni: è combattere la forza del male che distrugge la vita. Dare, alternativa vitale alle tendenze di scoraggiamento e di svalorizzazione della vita.
Parlare nuove lingue: vuol dire cominciare a comunicare con gli altri in modo nuovo. Una lingua è nuova se è preceduta dall’ascolto che guarda all’altro con amore.
Vincere il veleno: ci sono molte cose che avvelenano la convivenza. Molti velenosi attacchi verbali arrivano a distruggere la relazione tra le persone.
Curare i malati e guarire: la compassione verso persone diseredate e fragili deve accompagnare la missione; il malato se riceve una speciale attenzione può anche non guarire fisicamente ma trova la gioia di una mano che può stringere e così allontana la paura.
Le promesse di Gesù ai suoi missionari non sono un espediente per tranquillizzarli: esse si compiono; infatti Marco dichiara che “il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.
Proviamo anche a rileggere il bel racconto della prima lettura: c’è un diacono che sente una forte sollecitazione interiore a muoversi; tra l’altro si reca sulla via che scende da Gerusalemme a Gaza e questa annotazione geografica ci evoca brutali immagini di violenza e di eccidi. Filippo sale sul carro accanto all’etiope e ne nasce un dialogo missionario coinvolgente. Mi domando se siamo capaci di intavolare un colloquio lunga le vie delle nostre giornate; per strada, sui mezzi pubblici, perché non provare a spezzare il silenzio assordante che accompagna il nostro muoverci assorti e chiusi in noi stessi? È la sfida missionaria.







