DESK E MEDIE
(Omelia dell’11.06.2023 – seconda Domenica dopo Pentecoste)
Non ci sorprendiamo più all’ascolto di questo messaggio. Amare il nemico è una bella frase ricca di umanità e persino di poesia. Releghiamo queste parole nello scrigno dei sogni mai realizzati. Siamo testimoni di tempi di grande fragilità dell’animo umano; assistiamo al crescere della conflittualità a vari livelli e ci giustifichiamo pensando che alla fine è sempre stato così. Ma allora l’insegnamento di Gesù è qualcosa di impraticabile? In tal caso perché ce lo ha consegnato? Dobbiamo andare a fondo della questione e non lasciarci prendere dalla tentazione di archiviare il tema come un problema del quale non riusciamo a trovare la chiave interpretativa e la soluzione.
Scrivendo alla comunità di Roma, l’apostolo Paolo mostra tutta la preoccupazione per la situazione del mondo pagano; siamo nella capitale di un impero che sempre più acciecato dalla sete di dominio, accompagnata dalla violenza e dalla immoralità delle classi dirigenti. Nel brano che abbiamo letto, viene riportato uno degli elenchi di comportamenti aberranti che ricorrono spesso negli scritti paolini: sono atteggiamenti che diventano derive drammatiche e pericolosissime che si dirigono verso l’annientamento dell’originale impronta divina nell’uomo. Fra i vari “vizi” dell’uomo pagano ce n’è uno che mi pare gravissimo e che al tempo stesso rappresenta una foto illuminante della situazione: la frase inizia dicendo: “sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male”. Ecco quest’ultima definizione mi sembra terribile: la caratteristica di chi ha perso di vista l’obiettivo della giustizia è proprio l’ingegnosità nel male; una grande fertilità intellettuale nel produrre strumenti di offesa del prossimo. È qui che si finisce quando si abbandona il rispetto per il soffio dello spirito di Dio cioè per la vita che è presente in ogni persona.
È molto importante sottolineare l’esordio della nuova via che il Signore propone, quel “avete inteso, ma io vi dico”: si deve fare un passaggio in buona sostanza dalla legge della vendetta a quella del perdono. Sembra dire che le leggi e le norme umane sono fatte per porre argine a quei comportamenti che umiliano le mete più elevate della convivenza umana; un po’ come avviene oggi: di fronte agli ultimi spaventosi delitti si cercano nuovi strumenti di repressione e di pena. Necessario tutto ma al tempo stesso insufficiente a mutare la situazione generale. Scriveva anni fa il teologo Luigi Serenthà, prete ambrosiano troppo presto mancato per una malattia devastate, commentando il discorso di Gesù sulla montagna: “è allora indispensabile capire l’anima profonda delle norme del Signore. È un’anima contemplativa. Se uno si limita a fare una specie di alchimia delle relazioni umane per dire “come”, “se”, “quanto” amare i fratelli, inesorabilmente verrà irretito in quei processi di minimalismo, di compromesso che hanno caratterizzato l’interpretazione degli scribi circa la legge. La novità introdotta da Gesù consiste soprattutto nello sguardo rivolto al Padre. Siamo qui nel cuore della morale cristiana che non è norma, precetto, legge, ma è comunione di vita, è Spirito Santo, come dice Paolo nella Lettera ai Romani: “la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù”.
In una sua novella Dostoevskij scrisse: “Penso che dentro a ogni cuore, anche il più indurito, il più cattivo, il più inselvatichito, può nascere un sentimento di affetto; basta che noi schiudiamo il nostro cuore e diamo l’occasione a queste persone di fare un gesto di affetto e tenerezza.” Invece troppo spesso sperimentiamo in noi una tentazione di affermare l’ineluttabilità dell’odio che ovunque si riscontra; credo che sia questo “basso sentire” che si debba superare per far risuonare in modo clamoroso il “ma io vi dico”, insuperato invito di Gesù. Va proclamato ancora una volta di fronte alla tragedia umanitaria conseguente all’inimmaginabile (ma purtroppo accaduto): far saltare una diga e travolgere uomini e cose. “Ma io vi dico” va proclamato davanti alle divise che sempre più frequentemente indossiamo: bugia, indifferenza, altezzosità, supponenza, faziosità; insieme alla conferma della cattiva coscienza del non voler porre mano ad una sorta di tempo giubilare che riporti giustizia dove più l’umanità è negata e sofferente. Compassione e misericordia sono le grandi assenti dei nostri giorni: Gesù però ci chiede di prendere esempio dal Padre e di imitare la sua perfezione: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” così Luca riporta le parole che qui, nel testo di Matteo, suonano “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.
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(Omelia dell’11.06.2023 – seconda Domenica dopo Pentecoste)
Non ci sorprendiamo più all’ascolto di questo messaggio. Amare il nemico è una bella frase ricca di umanità e persino di poesia. Releghiamo queste parole nello scrigno dei sogni mai realizzati. Siamo testimoni di tempi di grande fragilità dell’animo umano; assistiamo al crescere della conflittualità a vari livelli e ci giustifichiamo pensando che alla fine è sempre stato così. Ma allora l’insegnamento di Gesù è qualcosa di impraticabile? In tal caso perché ce lo ha consegnato? Dobbiamo andare a fondo della questione e non lasciarci prendere dalla tentazione di archiviare il tema come un problema del quale non riusciamo a trovare la chiave interpretativa e la soluzione.
Scrivendo alla comunità di Roma, l’apostolo Paolo mostra tutta la preoccupazione per la situazione del mondo pagano; siamo nella capitale di un impero che sempre più acciecato dalla sete di dominio, accompagnata dalla violenza e dalla immoralità delle classi dirigenti. Nel brano che abbiamo letto, viene riportato uno degli elenchi di comportamenti aberranti che ricorrono spesso negli scritti paolini: sono atteggiamenti che diventano derive drammatiche e pericolosissime che si dirigono verso l’annientamento dell’originale impronta divina nell’uomo. Fra i vari “vizi” dell’uomo pagano ce n’è uno che mi pare gravissimo e che al tempo stesso rappresenta una foto illuminante della situazione: la frase inizia dicendo: “sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male”. Ecco quest’ultima definizione mi sembra terribile: la caratteristica di chi ha perso di vista l’obiettivo della giustizia è proprio l’ingegnosità nel male; una grande fertilità intellettuale nel produrre strumenti di offesa del prossimo. È qui che si finisce quando si abbandona il rispetto per il soffio dello spirito di Dio cioè per la vita che è presente in ogni persona.
È molto importante sottolineare l’esordio della nuova via che il Signore propone, quel “avete inteso, ma io vi dico”: si deve fare un passaggio in buona sostanza dalla legge della vendetta a quella del perdono. Sembra dire che le leggi e le norme umane sono fatte per porre argine a quei comportamenti che umiliano le mete più elevate della convivenza umana; un po’ come avviene oggi: di fronte agli ultimi spaventosi delitti si cercano nuovi strumenti di repressione e di pena. Necessario tutto ma al tempo stesso insufficiente a mutare la situazione generale. Scriveva anni fa il teologo Luigi Serenthà, prete ambrosiano troppo presto mancato per una malattia devastate, commentando il discorso di Gesù sulla montagna: “è allora indispensabile capire l’anima profonda delle norme del Signore. È un’anima contemplativa. Se uno si limita a fare una specie di alchimia delle relazioni umane per dire “come”, “se”, “quanto” amare i fratelli, inesorabilmente verrà irretito in quei processi di minimalismo, di compromesso che hanno caratterizzato l’interpretazione degli scribi circa la legge. La novità introdotta da Gesù consiste soprattutto nello sguardo rivolto al Padre. Siamo qui nel cuore della morale cristiana che non è norma, precetto, legge, ma è comunione di vita, è Spirito Santo, come dice Paolo nella Lettera ai Romani: “la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù”.
In una sua novella Dostoevskij scrisse: “Penso che dentro a ogni cuore, anche il più indurito, il più cattivo, il più inselvatichito, può nascere un sentimento di affetto; basta che noi schiudiamo il nostro cuore e diamo l’occasione a queste persone di fare un gesto di affetto e tenerezza.” Invece troppo spesso sperimentiamo in noi una tentazione di affermare l’ineluttabilità dell’odio che ovunque si riscontra; credo che sia questo “basso sentire” che si debba superare per far risuonare in modo clamoroso il “ma io vi dico”, insuperato invito di Gesù. Va proclamato ancora una volta di fronte alla tragedia umanitaria conseguente all’inimmaginabile (ma purtroppo accaduto): far saltare una diga e travolgere uomini e cose. “Ma io vi dico” va proclamato davanti alle divise che sempre più frequentemente indossiamo: bugia, indifferenza, altezzosità, supponenza, faziosità; insieme alla conferma della cattiva coscienza del non voler porre mano ad una sorta di tempo giubilare che riporti giustizia dove più l’umanità è negata e sofferente. Compassione e misericordia sono le grandi assenti dei nostri giorni: Gesù però ci chiede di prendere esempio dal Padre e di imitare la sua perfezione: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” così Luca riporta le parole che qui, nel testo di Matteo, suonano “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”.







