DESK E MEDIE
Omelia del 27.09.2026 – quinta Domenica dopo il martirio di Giovanni
La questione del comandamento più importante era una discussione mai finita in ambito giudaico. Scribi, farisei e rabbini si confrontavano fra di loro dividendosi in almeno due correnti di pensiero, in acceso conflitto fra di loro. Secondo alcuni i 613 precetti della Torah avevano il medesimo valore dal momento che tutti erano stati prescritti da Dio; l’altro fronte sosteneva invece che fosse necessario individuare una sorta di regola d’oro che desse senso a tutte le altre, onde evitare che la religione diventasse una semplice osservanza di doveri formali.
Come in altre occasioni, Gesù non si schiera a favore di qualcuno ma va al cuore della questione. La risposta che Gesù dà, era già contenuta nell’antico testamento: il libro del Deuteronomio (capitolo 16) dice di amare Dio con tutto il cuore; il Levitico (capitolo 19) dice di amare il prossimo come te stesso. La novità sta nell’averli messi vicini e nel dire che uno è il primo e poi c’è il secondo che è simile al primo. Non si tratta di due fra i tanti comandi, ma dice che il primo e il secondo sono uguali. E il mistero dei due comandi che sono simili e uguali deriva dal fatto che Dio e un uomo sono un’unica persona in Gesù. E Lui, quindi, è in ogni uomo e noi, amando l’uomo, amiamo Dio.
L’espressione “Amerai” suona come un potente imperativo; Gesù infatti conclude dicendo che da queste due “parole” d’amore dipende tutta la Legge e i Profeti, compresi i dieci comandamenti scritti sulle tavole di pietra.
Ci possiamo domandare perché nell’Antico Testamento si dice di amare con tutte le forze oltre che con il cuore e l’anima, mentre Gesù dice “con tutta la mente”; vediamo anzitutto che significano le parole: con tutto il cuore, suppone il controllo di tutte le scelte e di tutti i sentimenti: non ci sia spazio per gli idoli, per la bramosia del denaro, dei capricci, delle ambizioni. Con tutta l’anima: l’anima nella Bibbia equivale alla vita e quindi nessun istante può essere trascorso in disaccordo con il progetto del Signore. Con tutta la forza: impiegare tutte le proprie energie e capacità nella realizzazione del disegno divino. Gesù usa la parola “mente” perché nell’amore di Dio deve concorrere anche l’intelligenza e la ragione. Peraltro nel vangelo di Marco sono presenti entrambe le locuzioni: forza e mente.
Come suona questo discorso ai nostri giorni? Molte stonature nella vita di oggi; addirittura si è giunti a parlare di un ecumenismo dell’odio. L’aumento delle espressioni che riaccreditano il concetto di differenza razziale, il risollevare continuamente la questione identitaria per scrivere classifiche ed erigere barriere, la crisi della partecipazione dei popoli alla conduzione condivisa della cosa pubblica e la conseguente accondiscendenza verso i poteri forti, per non parlare della avanzante manipolazione dell’orientamento mentale specialmente verso i giovanissimi, tutto questo segna dolorosamente la dimenticanza e la messa in disparte del più grande comandamento. Gli ebrei avevano avuto da Mosè, interprete della voce di Dio, quell’invito all’ascolto e alla memorizzazione: “Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai”. L’insistenza sul restare nella pratica indicata è il segnale della fragilità del cuore umano che è subito capace di smemoratezza non appena intravvede una consolazione idolatrica facile e disponibile. Quante retromarce dalle scelte evangeliche e dalla vita che ne consegue; lo sottolinea la lettera ai Galati in modo magistrale: “Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità?”.
C’è sempre, purtroppo, qualcosa o qualcuno che ci convince di quanto sia giusto e buono il male: vendetta e aggressione hanno occupato spazi e suggerito timori e insicurezze, ed hanno imposto la via dell’aumento delle difese anziché l’investimento sul bene comune.
Apriamo il libro della positività e della speranza: fra poco celebreremo l’ottavo centenario della morte di San Francesco e il suo esempio non è un semplice richiamo di tipo ecologista ma il parlare di ogni cosa, persone, alberi, pietre, animali come un’immensa fraternità impostata sul comandamento nuovo. Ci sia di guida.
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Omelia del 27.09.2026 – quinta Domenica dopo il martirio di Giovanni
La questione del comandamento più importante era una discussione mai finita in ambito giudaico. Scribi, farisei e rabbini si confrontavano fra di loro dividendosi in almeno due correnti di pensiero, in acceso conflitto fra di loro. Secondo alcuni i 613 precetti della Torah avevano il medesimo valore dal momento che tutti erano stati prescritti da Dio; l’altro fronte sosteneva invece che fosse necessario individuare una sorta di regola d’oro che desse senso a tutte le altre, onde evitare che la religione diventasse una semplice osservanza di doveri formali.
Come in altre occasioni, Gesù non si schiera a favore di qualcuno ma va al cuore della questione. La risposta che Gesù dà, era già contenuta nell’antico testamento: il libro del Deuteronomio (capitolo 16) dice di amare Dio con tutto il cuore; il Levitico (capitolo 19) dice di amare il prossimo come te stesso. La novità sta nell’averli messi vicini e nel dire che uno è il primo e poi c’è il secondo che è simile al primo. Non si tratta di due fra i tanti comandi, ma dice che il primo e il secondo sono uguali. E il mistero dei due comandi che sono simili e uguali deriva dal fatto che Dio e un uomo sono un’unica persona in Gesù. E Lui, quindi, è in ogni uomo e noi, amando l’uomo, amiamo Dio.
L’espressione “Amerai” suona come un potente imperativo; Gesù infatti conclude dicendo che da queste due “parole” d’amore dipende tutta la Legge e i Profeti, compresi i dieci comandamenti scritti sulle tavole di pietra.
Ci possiamo domandare perché nell’Antico Testamento si dice di amare con tutte le forze oltre che con il cuore e l’anima, mentre Gesù dice “con tutta la mente”; vediamo anzitutto che significano le parole: con tutto il cuore, suppone il controllo di tutte le scelte e di tutti i sentimenti: non ci sia spazio per gli idoli, per la bramosia del denaro, dei capricci, delle ambizioni. Con tutta l’anima: l’anima nella Bibbia equivale alla vita e quindi nessun istante può essere trascorso in disaccordo con il progetto del Signore. Con tutta la forza: impiegare tutte le proprie energie e capacità nella realizzazione del disegno divino. Gesù usa la parola “mente” perché nell’amore di Dio deve concorrere anche l’intelligenza e la ragione. Peraltro nel vangelo di Marco sono presenti entrambe le locuzioni: forza e mente.
Come suona questo discorso ai nostri giorni? Molte stonature nella vita di oggi; addirittura si è giunti a parlare di un ecumenismo dell’odio. L’aumento delle espressioni che riaccreditano il concetto di differenza razziale, il risollevare continuamente la questione identitaria per scrivere classifiche ed erigere barriere, la crisi della partecipazione dei popoli alla conduzione condivisa della cosa pubblica e la conseguente accondiscendenza verso i poteri forti, per non parlare della avanzante manipolazione dell’orientamento mentale specialmente verso i giovanissimi, tutto questo segna dolorosamente la dimenticanza e la messa in disparte del più grande comandamento. Gli ebrei avevano avuto da Mosè, interprete della voce di Dio, quell’invito all’ascolto e alla memorizzazione: “Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai”. L’insistenza sul restare nella pratica indicata è il segnale della fragilità del cuore umano che è subito capace di smemoratezza non appena intravvede una consolazione idolatrica facile e disponibile. Quante retromarce dalle scelte evangeliche e dalla vita che ne consegue; lo sottolinea la lettera ai Galati in modo magistrale: “Correvate così bene! Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità?”.
C’è sempre, purtroppo, qualcosa o qualcuno che ci convince di quanto sia giusto e buono il male: vendetta e aggressione hanno occupato spazi e suggerito timori e insicurezze, ed hanno imposto la via dell’aumento delle difese anziché l’investimento sul bene comune.
Apriamo il libro della positività e della speranza: fra poco celebreremo l’ottavo centenario della morte di San Francesco e il suo esempio non è un semplice richiamo di tipo ecologista ma il parlare di ogni cosa, persone, alberi, pietre, animali come un’immensa fraternità impostata sul comandamento nuovo. Ci sia di guida.







