DESK E MEDIE

(Omelia del 13.11.2022 – Prima Domenica di Avvento)

Inizia il tempo di Avvento: invito ad attendere il Signore; però le nostre attese si son fatte sporadiche e brevi; più che altro sono eventi segnati in agenda, ma niente di speciale. Attendiamo cose già conosciute per il loro ripetersi negli anni. Viviamo giorni che non hanno il sapore impegnativo ma gioioso della progettazione verso quel regno che Gesù è venuto ad affidarci. Tutto si consuma nell’attimo presente, che trascina i passi verso il vuoto.
Lo stesso tempo dell’attesa per antonomasia, l’Avvento appunto, ritorna a noi in questa domenica ma sembra qualcosa di scontato e senza le domande brucianti del che cosa, del come e del quando. Non è che si debba accogliere le immagini preoccupanti del discorso evangelico alla maniera catastrofista di certe visioni religiose, le quali strumentalizzano il tutto per generare paura e tenere in pugno gli adepti. È vero che Gesù ha promesso di tornare ma la modalità della sua seconda venuta non sarà necessariamente accompagnata dai disastri di cui qui si parla. Questi sono già presenti perché purtroppo il tempo della storia degli uomini è da sempre contrassegnato da drammatici accadimenti: la pace non è cercata con coerenza e assiduità, l’odio sembra farla da padrone, non si intravvede una soluzione ma solo distruzione e morte.
“Alzate al cielo i vostri occhi e poi guardate la terra di sotto”. C’è in questa frase del profeta un invito al pensare con profondità ed ampiezza, quelle che separano cielo e terra. Proviamo a fare quel che dice il profeta: ecco che i nostri sguardi restano un po’ sconcertati poiché il cielo sembra non essere più il luogo di una luce forte e benevola, ma quello inquieto di nubi e di minacce; se poi guardiamo alla terra spesso ci sembra diventata la grande piazza intitolata alla falsità e all’ipocrisia. Forse noi ci sentiamo come quei discepoli che stanno accanto a Gesù fra i sassi e gli ulivi intento ad osservare dalla collina il profilo della città santa; egli racconta ai suoi dell’inconsistenza di ogni costruzione umana, sempre sul punto di essere spazzata via da qualcosa che arriva dopo. Eppure Gesù non vuole farci cadere in depressione; anche se il frastuono delle bombe continua, anche se le parole sulle condizioni del pianeta dette pochi giorni fa dal segretario dell’ONU al Cairo sono impressionanti, rimane la profezia “Comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. Aspettiamo allora il nuovo giorno! Ma che tipo di attesa deve essere la nostra? Inerzia e passività? Quelle spesso ci assalgono quando pensiamo che a nulla serva darsi da fare per un mondo più giusto e sano. L’attesa ha da essere molto attiva invece. Non solo il vangelo ci ricorda più volte la doverosa vigilanza, ma ci sprona alla seria fatica delle opere buone e belle. Mi ritorna alla mente una canzone della fine degli anni cinquanta scritta da un padre gesuita francese che si chiamava Aimé Duval; era intitolata “Il Signore ritornerà” ed aveva queste bellissime parole (che traduco in italiano perdendo un po’ di poesia): “Lascia acceso il tuo lume e chiaro il tuo cuore, così che Egli non faccia fatica a trovarti”. Questo è quanto ci è richiesto in Avvento; non facciamone la corsa affannata verso regali e pranzi natalizi, ma pensiamolo come l’evento che celebra una reale presenza del Signore: ogni giorno presente con la parola e l’ispirazione, con l’eucarestia in ogni chiesa, con l’incontro nel nostro fine vita in veste di amico ed esaminatore misericordioso, e come atteso poi per la fine del tempo a chiudere il libro della storia e introdurre nuovi cieli e uova terra. Provare a ripensare e ritrovare sempre questa presenza nella complessità dei nostri giorni è l’occasione offerta dal nuovo Avvento.

MOBILE

(Omelia del 13.11.2022 – Prima Domenica di Avvento)

Inizia il tempo di Avvento: invito ad attendere il Signore; però le nostre attese si son fatte sporadiche e brevi; più che altro sono eventi segnati in agenda, ma niente di speciale. Attendiamo cose già conosciute per il loro ripetersi negli anni. Viviamo giorni che non hanno il sapore impegnativo ma gioioso della progettazione verso quel regno che Gesù è venuto ad affidarci. Tutto si consuma nell’attimo presente, che trascina i passi verso il vuoto.
Lo stesso tempo dell’attesa per antonomasia, l’Avvento appunto, ritorna a noi in questa domenica ma sembra qualcosa di scontato e senza le domande brucianti del che cosa, del come e del quando. Non è che si debba accogliere le immagini preoccupanti del discorso evangelico alla maniera catastrofista di certe visioni religiose, le quali strumentalizzano il tutto per generare paura e tenere in pugno gli adepti. È vero che Gesù ha promesso di tornare ma la modalità della sua seconda venuta non sarà necessariamente accompagnata dai disastri di cui qui si parla. Questi sono già presenti perché purtroppo il tempo della storia degli uomini è da sempre contrassegnato da drammatici accadimenti: la pace non è cercata con coerenza e assiduità, l’odio sembra farla da padrone, non si intravvede una soluzione ma solo distruzione e morte.
“Alzate al cielo i vostri occhi e poi guardate la terra di sotto”. C’è in questa frase del profeta un invito al pensare con profondità ed ampiezza, quelle che separano cielo e terra. Proviamo a fare quel che dice il profeta: ecco che i nostri sguardi restano un po’ sconcertati poiché il cielo sembra non essere più il luogo di una luce forte e benevola, ma quello inquieto di nubi e di minacce; se poi guardiamo alla terra spesso ci sembra diventata la grande piazza intitolata alla falsità e all’ipocrisia. Forse noi ci sentiamo come quei discepoli che stanno accanto a Gesù fra i sassi e gli ulivi intento ad osservare dalla collina il profilo della città santa; egli racconta ai suoi dell’inconsistenza di ogni costruzione umana, sempre sul punto di essere spazzata via da qualcosa che arriva dopo. Eppure Gesù non vuole farci cadere in depressione; anche se il frastuono delle bombe continua, anche se le parole sulle condizioni del pianeta dette pochi giorni fa dal segretario dell’ONU al Cairo sono impressionanti, rimane la profezia “Comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. Aspettiamo allora il nuovo giorno! Ma che tipo di attesa deve essere la nostra? Inerzia e passività? Quelle spesso ci assalgono quando pensiamo che a nulla serva darsi da fare per un mondo più giusto e sano. L’attesa ha da essere molto attiva invece. Non solo il vangelo ci ricorda più volte la doverosa vigilanza, ma ci sprona alla seria fatica delle opere buone e belle. Mi ritorna alla mente una canzone della fine degli anni cinquanta scritta da un padre gesuita francese che si chiamava Aimé Duval; era intitolata “Il Signore ritornerà” ed aveva queste bellissime parole (che traduco in italiano perdendo un po’ di poesia): “Lascia acceso il tuo lume e chiaro il tuo cuore, così che Egli non faccia fatica a trovarti”. Questo è quanto ci è richiesto in Avvento; non facciamone la corsa affannata verso regali e pranzi natalizi, ma pensiamolo come l’evento che celebra una reale presenza del Signore: ogni giorno presente con la parola e l’ispirazione, con l’eucarestia in ogni chiesa, con l’incontro nel nostro fine vita in veste di amico ed esaminatore misericordioso, e come atteso poi per la fine del tempo a chiudere il libro della storia e introdurre nuovi cieli e uova terra. Provare a ripensare e ritrovare sempre questa presenza nella complessità dei nostri giorni è l’occasione offerta dal nuovo Avvento.

Vai alla pagina dell'autore

tutte le pubblicazioni