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(Omelia del 06.08.2023. Trasfigurazione del Signore)

Il timore di accadimenti dolorosi e affliggenti è un abitante del sottosuolo delle nostre anime; i richiami di Gesù al senso della provvidenza divina, alla cura che il Padre ha per la vita degli uomini, ad una fede che potenzialmente genera miracoli inimmaginabili, non sempre riescono a sedare quel timore. In effetti quei mali che affliggono il nostro tempo e mettono paura, sono reali; siamo abituati a pensare il peccato come una forma di vita errata a livello individuale, ma si ha l’impressione che oggi stia diventando sempre più un male sociale. Il peccato si sta strutturando in abitudini di vita che si diffonde come l’orizzonte della società intera: le cronache degli ultimi anni riportano casi di giovani che uccidono i genitori per denaro, di genitori che usano sadiche violenze ai piccoli, di donne uccise, di anziani abbandonati e sono queste ed altre ancora il sintomo di una malattia sociale. Essa è il frutto velenoso di una società che propone ideali suggestivi di benessere ai quali si devono immolare tutte le forze possibili, quasi fossero altari sacrificali gestiti da una nuova classe sacerdotale cioè dai cosiddetti burattinai del mercato globale.
Quali reazioni possiamo attivare? Rabbia, sdegno, rifiuto, indifferenza, o invece fuga dal mondo? La festa odierna, la Trasfigurazione del Signore, potrebbe contenere una risposta: saliamo sul monte e lasciamo perdere tutto il resto; rifugiamoci nella preghiera e non occupiamoci più di quel che accade e di quel che può accadere. No! Non è questo il senso dell’iniziativa presa da Gesù nel condurre i tre apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni, sul Tabor. La trasfigurazione non è stata una scelta estemporanea di Gesù, quasi volesse far vedere ai suoi un nuovo strepitoso miracolo. Sei giorni prima, racconta il vangelo, era stata posta la domanda sull’identità di Gesù: “Chi dice la gente che io sia?”; all’affermazione di Pietro che lo dichiarava il Cristo, cioè il Messia, arrivò la doccia fredda del terribile annuncio del maestro: “Il Figlio dell’uomo dovrà patire molte cose, essere riprovato dalle autorità religiose, ucciso e dopo tre giorni risorgere”. Sconvolgente! Ricordava il compianto teologo Molari che tutti gli eventi possono essere vissuti in modo salvifico, il che significa mettere in moto dinamiche risanatrici opposte a quelle del male moltiplicando scelte di umanità e di convivialità.
Quelle parole non davano pace alla testa e al cuore dei discepoli; tutto l’entusiasmante progredire della missione ricca di parole promettenti e di significativi gesti miracolosi, sembrava essere stato annullato con una sola frase. L’attesa di vita splendida si era trasformata in un pericolo di morte violenta. Per superare lo choc occorreva una visione rassicurante, un’esperienza luminosa: ecco che i tre discepoli sconfortati vengono chiamati ad una luce potente e piena, così talmente meravigliosa da far richiedere che non fosse transitoria. Ma Gesù chiede il silenzio sulla vicenda; niente pettegolezzi sull’accaduto. In seguito, quei tre discepoli saranno chiamati a vivere i preliminari della passione a loro preannunciata, in quella sera all’orto degli ulivi: dalla luce alla verità del male. Ecco la grandezza vera: Gesù che affronta il peggio degli eventi possibili, la morte di croce imminente, continuando ad amare, a rifiutare la violenza (“riponi la spada” dice a Pietro), a perdonare; sono scenari nuovi quelli indicati da Gesù e ci vengono riproposti continuamente specialmente oggi perché vengano attuati in senso controcorrente rispetto alla direzione imboccata da questa società.
La visione del Papa in mezzo ai giovani riuniti a Lisbona e le parole pronunciate sono conferma e testimonianza che esiste una resistenza dell’amore, della giustizia e della pace di fronte a tutto ciò che compromette il bene del mondo. “Siate maestri di speranza” ha detto ai giovani il Papa. Saliamo sul monte con i tre discepoli e così avremo la luce per vedere meglio la terra. La nostra messa e le nostre preghiere arrivino a sostegno dei giovani in cammino.

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(Omelia del 06.08.2023. Trasfigurazione del Signore)

Il timore di accadimenti dolorosi e affliggenti è un abitante del sottosuolo delle nostre anime; i richiami di Gesù al senso della provvidenza divina, alla cura che il Padre ha per la vita degli uomini, ad una fede che potenzialmente genera miracoli inimmaginabili, non sempre riescono a sedare quel timore. In effetti quei mali che affliggono il nostro tempo e mettono paura, sono reali; siamo abituati a pensare il peccato come una forma di vita errata a livello individuale, ma si ha l’impressione che oggi stia diventando sempre più un male sociale. Il peccato si sta strutturando in abitudini di vita che si diffonde come l’orizzonte della società intera: le cronache degli ultimi anni riportano casi di giovani che uccidono i genitori per denaro, di genitori che usano sadiche violenze ai piccoli, di donne uccise, di anziani abbandonati e sono queste ed altre ancora il sintomo di una malattia sociale. Essa è il frutto velenoso di una società che propone ideali suggestivi di benessere ai quali si devono immolare tutte le forze possibili, quasi fossero altari sacrificali gestiti da una nuova classe sacerdotale cioè dai cosiddetti burattinai del mercato globale.
Quali reazioni possiamo attivare? Rabbia, sdegno, rifiuto, indifferenza, o invece fuga dal mondo? La festa odierna, la Trasfigurazione del Signore, potrebbe contenere una risposta: saliamo sul monte e lasciamo perdere tutto il resto; rifugiamoci nella preghiera e non occupiamoci più di quel che accade e di quel che può accadere. No! Non è questo il senso dell’iniziativa presa da Gesù nel condurre i tre apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni, sul Tabor. La trasfigurazione non è stata una scelta estemporanea di Gesù, quasi volesse far vedere ai suoi un nuovo strepitoso miracolo. Sei giorni prima, racconta il vangelo, era stata posta la domanda sull’identità di Gesù: “Chi dice la gente che io sia?”; all’affermazione di Pietro che lo dichiarava il Cristo, cioè il Messia, arrivò la doccia fredda del terribile annuncio del maestro: “Il Figlio dell’uomo dovrà patire molte cose, essere riprovato dalle autorità religiose, ucciso e dopo tre giorni risorgere”. Sconvolgente! Ricordava il compianto teologo Molari che tutti gli eventi possono essere vissuti in modo salvifico, il che significa mettere in moto dinamiche risanatrici opposte a quelle del male moltiplicando scelte di umanità e di convivialità.
Quelle parole non davano pace alla testa e al cuore dei discepoli; tutto l’entusiasmante progredire della missione ricca di parole promettenti e di significativi gesti miracolosi, sembrava essere stato annullato con una sola frase. L’attesa di vita splendida si era trasformata in un pericolo di morte violenta. Per superare lo choc occorreva una visione rassicurante, un’esperienza luminosa: ecco che i tre discepoli sconfortati vengono chiamati ad una luce potente e piena, così talmente meravigliosa da far richiedere che non fosse transitoria. Ma Gesù chiede il silenzio sulla vicenda; niente pettegolezzi sull’accaduto. In seguito, quei tre discepoli saranno chiamati a vivere i preliminari della passione a loro preannunciata, in quella sera all’orto degli ulivi: dalla luce alla verità del male. Ecco la grandezza vera: Gesù che affronta il peggio degli eventi possibili, la morte di croce imminente, continuando ad amare, a rifiutare la violenza (“riponi la spada” dice a Pietro), a perdonare; sono scenari nuovi quelli indicati da Gesù e ci vengono riproposti continuamente specialmente oggi perché vengano attuati in senso controcorrente rispetto alla direzione imboccata da questa società.
La visione del Papa in mezzo ai giovani riuniti a Lisbona e le parole pronunciate sono conferma e testimonianza che esiste una resistenza dell’amore, della giustizia e della pace di fronte a tutto ciò che compromette il bene del mondo. “Siate maestri di speranza” ha detto ai giovani il Papa. Saliamo sul monte con i tre discepoli e così avremo la luce per vedere meglio la terra. La nostra messa e le nostre preghiere arrivino a sostegno dei giovani in cammino.

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