DESK E MEDIE
Omelia del 30.08.2026 – prima Domenica dopo il Martirio di Giovanni
Che cosa vi pare di vedere dentro le parole di Isaia che aprono la lettura di oggi? “I miei servi esulteranno per la gioia del cuore, voi griderete per il dolore dell’anima”; a me suonano come parole difficili e dure. Sono dette contro coloro che ritornati a casa dopo il lungo esilio, non hanno accettato di dedicarsi alla fatica del ricominciare e del ricostruire. Aggiunge poi, il profeta, per chi invece si sarà mostrato servo giusto, che si schiuderanno nuovi cieli e nuova terra.
A noi che siamo testimoni di continue tragedie, come l’ultima in Nepal, viene subito la domanda: ma quando giungerà il tempo della gioia e della bellezza definitiva? Isaia parlava sicuramente dell’era messianica che per noi è quella cominciata con quell’annuncio dell’angelo ad una ragazza in una povera casupola di Nazareth. Il vero nostro dramma è che non abbiamo saputo avvalercene. Pensiamo al commento tra i più decisi e forti di fronte all’operato di Gesù, “Non si è mai visto niente di simile”, o anche a quello del centurione romano ai piedi della croce “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”: un meravigliarsi cui non ha fatto seguito la conversione, salvo quella di pochi. Il Regno cioè la vita giusta, ci è stato affidato e nuova linfa donata per alimentare un terreno avaro di frutti. Ci dimentichiamo troppo stesso che la terra da aprire al seme di Dio, siamo proprio noi, non quelli che come al solito diciamo “gli altri”.
Bisogna stare attenti a non lasciarci prendere dal pessimismo e dalla sfiducia, benché sia vero che tanti eventi appaiono proprio una provocazione ed una sfida nei confronti della speranza. È passato un quarto di secolo da quando iniziava il terzo millennio e tutti noi, reduci dal secolo delle due guerre mondiali e della bomba nucleare, eravamo fermamente convinti che i cieli nuovi stessero per avviarsi. Non ci fu lo scoppio della pace; invece il botto fu quello tristemente noto dell’11 settembre e dopo due decenni siamo ancora qui a contare ferite dell’umano e della madre terra. Di fronte alle guerre qualche pensatore, come ad esempio Jung, aveva sviluppato un ragionamento secondo il quale proprio la presa di coscienza del disastro generato dai conflitti avrebbe fatto sorgere un’urgente domanda di risveglio alla coscienza collettiva ed alla pacificazione. I popoli, specialmente i loro vertici politici, ancora non hanno iniziato a rimuovere al loro interno la propria parte oscura e distruttiva, la cosiddetta ombra che è in fondo all’essere di tutti.
Il vangelo di oggi mi pare rispecchi in modo evidente la situazione dei nostri giorni. Erode ha sentito parlare delle mirabili azioni del nazareno: la donna guarita dall’emofilia e la figlia di Giairo riportata in vita, lo hanno incuriosito e vorrebbe vederlo. Il motivo non è certo per cominciare a guardarsi dentro quanto piuttosto il tentativo di carpire qualche segreto per aumentare il proprio potere. Esattamente quello che i cosiddetti potenti stanno facendo anche oggi: sviluppare la ricerca di tutto ciò che può aumentare la loro potenza, mentre le operazioni delle loro diplomazie appaiono spesso mera finzione.
Ma c’è un’altra situazione che Luca riporta subito dopo aver detto l’atteggiamento di Erode. È Gesù che cerca di condure al riparo dal clamore i discepoli; troppa gente si affolla per ascoltarlo e lui vuole aiutare i suoi a leggere bene quanto sta accadendo. Ma vince la folla; le ore passano e nessuno si muove perché commosso nell’ascolto: finirà con la necessità di dividere il pane (non moltiplicarlo, ma condividerlo).
Vedo in queste poche righe anzitutto l’invito che Gesù rivolge a noi tutti suoi discepoli a trovare momenti di raccoglimento, da passare accanto a lui; una seconda cosa ci è chiesta ed è quella di aprirci con generosità al servizio della condivisione. Le occasioni anche nella nostra comunità non mancano.
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Omelia del 30.08.2026 – prima Domenica dopo il Martirio di Giovanni
Che cosa vi pare di vedere dentro le parole di Isaia che aprono la lettura di oggi? “I miei servi esulteranno per la gioia del cuore, voi griderete per il dolore dell’anima”; a me suonano come parole difficili e dure. Sono dette contro coloro che ritornati a casa dopo il lungo esilio, non hanno accettato di dedicarsi alla fatica del ricominciare e del ricostruire. Aggiunge poi, il profeta, per chi invece si sarà mostrato servo giusto, che si schiuderanno nuovi cieli e nuova terra.
A noi che siamo testimoni di continue tragedie, come l’ultima in Nepal, viene subito la domanda: ma quando giungerà il tempo della gioia e della bellezza definitiva? Isaia parlava sicuramente dell’era messianica che per noi è quella cominciata con quell’annuncio dell’angelo ad una ragazza in una povera casupola di Nazareth. Il vero nostro dramma è che non abbiamo saputo avvalercene. Pensiamo al commento tra i più decisi e forti di fronte all’operato di Gesù, “Non si è mai visto niente di simile”, o anche a quello del centurione romano ai piedi della croce “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”: un meravigliarsi cui non ha fatto seguito la conversione, salvo quella di pochi. Il Regno cioè la vita giusta, ci è stato affidato e nuova linfa donata per alimentare un terreno avaro di frutti. Ci dimentichiamo troppo stesso che la terra da aprire al seme di Dio, siamo proprio noi, non quelli che come al solito diciamo “gli altri”.
Bisogna stare attenti a non lasciarci prendere dal pessimismo e dalla sfiducia, benché sia vero che tanti eventi appaiono proprio una provocazione ed una sfida nei confronti della speranza. È passato un quarto di secolo da quando iniziava il terzo millennio e tutti noi, reduci dal secolo delle due guerre mondiali e della bomba nucleare, eravamo fermamente convinti che i cieli nuovi stessero per avviarsi. Non ci fu lo scoppio della pace; invece il botto fu quello tristemente noto dell’11 settembre e dopo due decenni siamo ancora qui a contare ferite dell’umano e della madre terra. Di fronte alle guerre qualche pensatore, come ad esempio Jung, aveva sviluppato un ragionamento secondo il quale proprio la presa di coscienza del disastro generato dai conflitti avrebbe fatto sorgere un’urgente domanda di risveglio alla coscienza collettiva ed alla pacificazione. I popoli, specialmente i loro vertici politici, ancora non hanno iniziato a rimuovere al loro interno la propria parte oscura e distruttiva, la cosiddetta ombra che è in fondo all’essere di tutti.
Il vangelo di oggi mi pare rispecchi in modo evidente la situazione dei nostri giorni. Erode ha sentito parlare delle mirabili azioni del nazareno: la donna guarita dall’emofilia e la figlia di Giairo riportata in vita, lo hanno incuriosito e vorrebbe vederlo. Il motivo non è certo per cominciare a guardarsi dentro quanto piuttosto il tentativo di carpire qualche segreto per aumentare il proprio potere. Esattamente quello che i cosiddetti potenti stanno facendo anche oggi: sviluppare la ricerca di tutto ciò che può aumentare la loro potenza, mentre le operazioni delle loro diplomazie appaiono spesso mera finzione.
Ma c’è un’altra situazione che Luca riporta subito dopo aver detto l’atteggiamento di Erode. È Gesù che cerca di condure al riparo dal clamore i discepoli; troppa gente si affolla per ascoltarlo e lui vuole aiutare i suoi a leggere bene quanto sta accadendo. Ma vince la folla; le ore passano e nessuno si muove perché commosso nell’ascolto: finirà con la necessità di dividere il pane (non moltiplicarlo, ma condividerlo).
Vedo in queste poche righe anzitutto l’invito che Gesù rivolge a noi tutti suoi discepoli a trovare momenti di raccoglimento, da passare accanto a lui; una seconda cosa ci è chiesta ed è quella di aprirci con generosità al servizio della condivisione. Le occasioni anche nella nostra comunità non mancano.







