DESK E MEDIE
(Omelia del 31.07.2022 – Ottava Domenica dopo Pentecoste)
Sarebbe interessante rileggere la pagina del “tributo” alla luce del libro di don Milani che nel 1965 tanto scalpore fece. La persona religiosa, cristiana in particolare, che atteggiamento deve tenere di fronte alla politica? Eticamente siamo tenuti a ottemperare alle leggi dello stato o possiamo farne a meno? Guardando al passato, vi sono stati secoli in cui la gestione del potere è stata addirittura teocratica cioè ispirata dalla fede e guidata dal mondo ecclesiastico (il Papa Re è una figura realmente esistita). Regimi teocratici o vicini a quello schema sono tuttora presenti qua e là sul pianeta. Per noi è normale partecipare alla vita pubblica in modo attivo; a più riprese, dalla fine dell’800 ad oggi, la Chiesa è intervenuta con importanti documenti sulla questione sociale e indica che il credente deve essere un attore vivace nelle vicende della vita politica. Non uno spettatore passivo degli avvenimenti che ritiene il Regno di Dio tutto un’altra cosa riguardante i tempi escatologici, ma nemmeno un combattente che usa la violenza contro gli abusi di poteri gestiti disumanamente.
La questione posta dal vangelo, il tributo o le tasse da pagare all’imperatore romano, viene a interpellarci in un momento molto tormentato della nostra vita sociale di cittadini italiani. Siamo infatti in campagna elettorale come conclusione di eventi politici non certo capaci di accompagnare gli animi ad una riflessione serena e libera.
Anche nel vangelo la problematica in campo, stante la congiuntura storica di quella regione, è assai delicata. Tuttavia la tassa imposta da Cesare al popolo ebraico martoriato appare nel quesito posto a Gesù come un aspetto particolare di una questione più ampia: la terra degli ebrei era ormai dominio romano da quasi cent’anni; su come comportarsi verso Roma il dibattito era cruciale e trovava soluzioni diverse. Collaborare o rivoltarsi? Soggetti passivi o ribelli? Gesù non si lascia intrappolare dal dilemma. Anzitutto sbugiarda i religiosi che lo interrogano in quanto essi stanno già trasgredendo perché mentre si trovano nel tempio hanno in tasca una moneta con l’immagine dell’imperatore; nel tempio, per non violarne la sacralità, era severamente proibito introdurre qualsiasi raffigurazione umana, cosa che la norma giudaica ritiene grave peccato! Non per nulla all’ingresso del luogo sacro c’erano i cambiavalute. Soprattutto poi, la risposta di Gesù richiama l’attenzione sulla necessità di impostare correttamente il dibattito. Principio base è la relatività della detenzione del potere sui popoli. Anche nella prima lettura emergeva fortemente la possibilità di conflitto fra autorità divina e potere umano: avere un uomo che fa il re, supremo capo del popolo, sembra un attentato al primato di Dio. Dare a Dio quel che è di Dio, significa riconoscerne il primato. Si deve obbedire a Dio e alla sua giustizia. Le leggi che fanno gli uomini sono da rispettarsi, a meno che contrastino con la concezione evangelica del vivere; qui si pone allora il tema dell’obiezione di coscienza. Non possiamo negare che tante volte siamo disattenti verso le norme più elementari e meno controvertibili della convivenza civile. Denunciamo il modo di gestire il potere: corruzione, affarismo, falsità e altro ancora. Eppure noi stessi siamo facili ad assolverci dalle trasgressioni quotidiane che liberamente facciamo e che mai confessiamo come infrazione legale e come peccato morale; banale esemplificare ma serve: rispettare l’ambiente, fare la raccolta differenziata, pagare sui mezzi pubblici, evitare gli schiamazzi notturni, non imbrattare i muri e le strade, fino alle leggi più grandi come pagare secondo giustizia chi lavora per te, non guidare col telefono in mano e in modo spericolato o in stato di ebbrezza, ecc. In questi giorni si celebra il perdono di Assisi: potrebbe essere un’occasione per domandarci: abbiamo dato a Dio ciò che aspetta da noi facendo anche il nostro dovere di cittadini?
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(Omelia del 31.07.2022 – Ottava Domenica dopo Pentecoste)
Sarebbe interessante rileggere la pagina del “tributo” alla luce del libro di don Milani che nel 1965 tanto scalpore fece. La persona religiosa, cristiana in particolare, che atteggiamento deve tenere di fronte alla politica? Eticamente siamo tenuti a ottemperare alle leggi dello stato o possiamo farne a meno? Guardando al passato, vi sono stati secoli in cui la gestione del potere è stata addirittura teocratica cioè ispirata dalla fede e guidata dal mondo ecclesiastico (il Papa Re è una figura realmente esistita). Regimi teocratici o vicini a quello schema sono tuttora presenti qua e là sul pianeta. Per noi è normale partecipare alla vita pubblica in modo attivo; a più riprese, dalla fine dell’800 ad oggi, la Chiesa è intervenuta con importanti documenti sulla questione sociale e indica che il credente deve essere un attore vivace nelle vicende della vita politica. Non uno spettatore passivo degli avvenimenti che ritiene il Regno di Dio tutto un’altra cosa riguardante i tempi escatologici, ma nemmeno un combattente che usa la violenza contro gli abusi di poteri gestiti disumanamente.
La questione posta dal vangelo, il tributo o le tasse da pagare all’imperatore romano, viene a interpellarci in un momento molto tormentato della nostra vita sociale di cittadini italiani. Siamo infatti in campagna elettorale come conclusione di eventi politici non certo capaci di accompagnare gli animi ad una riflessione serena e libera.
Anche nel vangelo la problematica in campo, stante la congiuntura storica di quella regione, è assai delicata. Tuttavia la tassa imposta da Cesare al popolo ebraico martoriato appare nel quesito posto a Gesù come un aspetto particolare di una questione più ampia: la terra degli ebrei era ormai dominio romano da quasi cent’anni; su come comportarsi verso Roma il dibattito era cruciale e trovava soluzioni diverse. Collaborare o rivoltarsi? Soggetti passivi o ribelli? Gesù non si lascia intrappolare dal dilemma. Anzitutto sbugiarda i religiosi che lo interrogano in quanto essi stanno già trasgredendo perché mentre si trovano nel tempio hanno in tasca una moneta con l’immagine dell’imperatore; nel tempio, per non violarne la sacralità, era severamente proibito introdurre qualsiasi raffigurazione umana, cosa che la norma giudaica ritiene grave peccato! Non per nulla all’ingresso del luogo sacro c’erano i cambiavalute. Soprattutto poi, la risposta di Gesù richiama l’attenzione sulla necessità di impostare correttamente il dibattito. Principio base è la relatività della detenzione del potere sui popoli. Anche nella prima lettura emergeva fortemente la possibilità di conflitto fra autorità divina e potere umano: avere un uomo che fa il re, supremo capo del popolo, sembra un attentato al primato di Dio. Dare a Dio quel che è di Dio, significa riconoscerne il primato. Si deve obbedire a Dio e alla sua giustizia. Le leggi che fanno gli uomini sono da rispettarsi, a meno che contrastino con la concezione evangelica del vivere; qui si pone allora il tema dell’obiezione di coscienza. Non possiamo negare che tante volte siamo disattenti verso le norme più elementari e meno controvertibili della convivenza civile. Denunciamo il modo di gestire il potere: corruzione, affarismo, falsità e altro ancora. Eppure noi stessi siamo facili ad assolverci dalle trasgressioni quotidiane che liberamente facciamo e che mai confessiamo come infrazione legale e come peccato morale; banale esemplificare ma serve: rispettare l’ambiente, fare la raccolta differenziata, pagare sui mezzi pubblici, evitare gli schiamazzi notturni, non imbrattare i muri e le strade, fino alle leggi più grandi come pagare secondo giustizia chi lavora per te, non guidare col telefono in mano e in modo spericolato o in stato di ebbrezza, ecc. In questi giorni si celebra il perdono di Assisi: potrebbe essere un’occasione per domandarci: abbiamo dato a Dio ciò che aspetta da noi facendo anche il nostro dovere di cittadini?







