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(Omelia del 14.01.2024 – seconda Domenica dopo l’Epifania)

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A Cana in Galilea, in una casa certamente ripulita ed addobbata per una festa di nozze, poco lontano da Nazareth e da quella piccola stanza dell’Annunciazione, non avviene solo un miracolo, molto di più. Giovanni, l’evangelista teologo, afferma: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Che differenza c’è fra un segno ed un miracolo? Il prodigio, il miracolo, qualcosa che va oltre i limiti naturali, fa spalancare gli occhi e stralunare la mente; il segno invece è un rimando ad altro; certo otri d’acqua che diventano ottimo vino non sono per niente una cosa piccola; il miracolo è veramente straordinario. Proviamo a chiederci perché è segno e che cosa si intenda con questo termine. Il gesto di Gesù incide o imprime qualcosa nei presenti; lascia un’impronta, un segno indelebile, ben più di un tatuaggio sulla pelle. Quando diciamo che parole e gesti di Gesù sono “insegnamento” è come se rincorressimo questo pensiero appena accennato; egli mette un segno, in-segna, dentro di noi e se guardiamo a quel gesto miracoloso e al contesto, comprendiamo che l’uomo è oggetto di benevolenza divina. Questo è il segno dunque: Dio si manifesta a Cana come vicino a noi e preoccupato di farci capire che l’infelicità e la tristezza non sono da lui volute.
Il vangelo di Giovanni racconterà di altri segni, gesti di Gesù che confermano quello di Cana; ecco quali sono: la guarigione di un bimbo, figlio di un funzionario del re, sempre a Cana (4,46-54), il paralitico risanato presso la piscina di Bethesda (5,1-15), la moltiplicazione dei pani e dei pesci in Galilea (6,1-15), la barca dei discepoli raggiunta camminando sull’acqua del lago (6,16-21), la guarigione del cieco dalla nascita a Gerusalemme (cap. 9) e la risurrezione di Lazzaro a Betania (cap. 11).
L’Epifania di oggi, a quel banchetto di matrimonio, ci porta a fare altre importanti considerazioni. Anzitutto penso alla relazione sponsale; fra qualche settimana la nostra comunità avvierà, come ogni anno in questo periodo, il corso di preparazione al matrimonio. Sono una decina le coppie iscritte: a loro la benevolenza del Signore, il segno compiuto a quel banchetto del vangelo, sia donata abbondantemente; lo chiediamo in preghiera, a fronte delle difficoltà che la società di oggi immette sul cammino degli sposi soprattutto dal punto di vista del costo della vita e degli orari di lavoro. Lo stesso clima teso della vita sociale incide sulla relazione fra i coniugi.
Un altro scorcio suggerito dalle nozze di Cana sono le parole di Maria: esse segnalano prima di tutto come si deve guardare agli altri e come si debba cercare di farsi carico dei loro problemi (“non hanno più vino”) e poi richiamano la necessità di seguire le parole di Gesù anche se possono apparire talvolta strane o troppo distanti dal vivere comune (“fate quello che vi dirà”).
Dobbiamo fermarci, però, anche sulla lettura di Paolo. Accostiamola brevemente: va premesso che Paolo si trova in catene nel carcere romano; ha comunque notizie costanti dalle comunità da lui fondate e ad esse scrive. Mi domando come questo scambio di informazioni potesse avvenire in tempi in cui le distanze non potevano essere annullate da mail o corrieri velocissimi. Chi lo informa in questo caso si chiama Epafra, un suo discepolo, episcopo cioè responsabile delle chiese di Colossi e dintorni. Questi denuncia la presenza di deviazioni dottrinali dovute all’influenza di teorie filosofiche in contrasto col cristianesimo. Paolo chiede di approfondire di convincersi del ruolo insostituibile di Gesù Cristo come artefice della rivelazione e come Figlio di Dio che si offre per le moltitudini. La frase conclusiva di oggi è stupenda: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui”. Fatta salva questa verità assoluta, è inevitabile confrontarsi con visioni diverse oggi come allora. Esse vanno considerate e messe in dialogo con l’opera di Gesù. Paolo proviene dal mondo ebraico, proprio come Gesù; le prime chiese cristiane dell’Anatolia o della Siria crescono in contesti culturali diversi dominati dal clima ellenistico. Necessaria quindi una mediazione, un approfondimento che consenta di riconoscere l’azione dello Spirito che ovunque è in grado di generare luce e verità. Le affermazioni dell’apostolo ci chiedono di non cessare mai di interrogarci sul rapporto fra la fede cristiana e la cultura del mondo; la nostra analisi si deve sviluppare almeno su due fronti: i secoli di storia hanno inciso sull’integralità della prospettiva della vita secondo Gesù? Ed ancora: quali pensieri informano la cultura che circola nel mondo attraverso la rete e che rapporto hanno con la fede.
Temi ardui da affrontare e magari non in un’omelia; ma gli esempi che ci vengono dati dagli interventi del papa vanno proprio in questa direzione e dovremmo accostarli con grande attenzione.

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(Omelia del 14.01.2024 – seconda Domenica dopo l’Epifania)

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A Cana in Galilea, in una casa certamente ripulita ed addobbata per una festa di nozze, poco lontano da Nazareth e da quella piccola stanza dell’Annunciazione, non avviene solo un miracolo, molto di più. Giovanni, l’evangelista teologo, afferma: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Che differenza c’è fra un segno ed un miracolo? Il prodigio, il miracolo, qualcosa che va oltre i limiti naturali, fa spalancare gli occhi e stralunare la mente; il segno invece è un rimando ad altro; certo otri d’acqua che diventano ottimo vino non sono per niente una cosa piccola; il miracolo è veramente straordinario. Proviamo a chiederci perché è segno e che cosa si intenda con questo termine. Il gesto di Gesù incide o imprime qualcosa nei presenti; lascia un’impronta, un segno indelebile, ben più di un tatuaggio sulla pelle. Quando diciamo che parole e gesti di Gesù sono “insegnamento” è come se rincorressimo questo pensiero appena accennato; egli mette un segno, in-segna, dentro di noi e se guardiamo a quel gesto miracoloso e al contesto, comprendiamo che l’uomo è oggetto di benevolenza divina. Questo è il segno dunque: Dio si manifesta a Cana come vicino a noi e preoccupato di farci capire che l’infelicità e la tristezza non sono da lui volute.
Il vangelo di Giovanni racconterà di altri segni, gesti di Gesù che confermano quello di Cana; ecco quali sono: la guarigione di un bimbo, figlio di un funzionario del re, sempre a Cana (4,46-54), il paralitico risanato presso la piscina di Bethesda (5,1-15), la moltiplicazione dei pani e dei pesci in Galilea (6,1-15), la barca dei discepoli raggiunta camminando sull’acqua del lago (6,16-21), la guarigione del cieco dalla nascita a Gerusalemme (cap. 9) e la risurrezione di Lazzaro a Betania (cap. 11).
L’Epifania di oggi, a quel banchetto di matrimonio, ci porta a fare altre importanti considerazioni. Anzitutto penso alla relazione sponsale; fra qualche settimana la nostra comunità avvierà, come ogni anno in questo periodo, il corso di preparazione al matrimonio. Sono una decina le coppie iscritte: a loro la benevolenza del Signore, il segno compiuto a quel banchetto del vangelo, sia donata abbondantemente; lo chiediamo in preghiera, a fronte delle difficoltà che la società di oggi immette sul cammino degli sposi soprattutto dal punto di vista del costo della vita e degli orari di lavoro. Lo stesso clima teso della vita sociale incide sulla relazione fra i coniugi.
Un altro scorcio suggerito dalle nozze di Cana sono le parole di Maria: esse segnalano prima di tutto come si deve guardare agli altri e come si debba cercare di farsi carico dei loro problemi (“non hanno più vino”) e poi richiamano la necessità di seguire le parole di Gesù anche se possono apparire talvolta strane o troppo distanti dal vivere comune (“fate quello che vi dirà”).
Dobbiamo fermarci, però, anche sulla lettura di Paolo. Accostiamola brevemente: va premesso che Paolo si trova in catene nel carcere romano; ha comunque notizie costanti dalle comunità da lui fondate e ad esse scrive. Mi domando come questo scambio di informazioni potesse avvenire in tempi in cui le distanze non potevano essere annullate da mail o corrieri velocissimi. Chi lo informa in questo caso si chiama Epafra, un suo discepolo, episcopo cioè responsabile delle chiese di Colossi e dintorni. Questi denuncia la presenza di deviazioni dottrinali dovute all’influenza di teorie filosofiche in contrasto col cristianesimo. Paolo chiede di approfondire di convincersi del ruolo insostituibile di Gesù Cristo come artefice della rivelazione e come Figlio di Dio che si offre per le moltitudini. La frase conclusiva di oggi è stupenda: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità, e voi partecipate della pienezza di lui”. Fatta salva questa verità assoluta, è inevitabile confrontarsi con visioni diverse oggi come allora. Esse vanno considerate e messe in dialogo con l’opera di Gesù. Paolo proviene dal mondo ebraico, proprio come Gesù; le prime chiese cristiane dell’Anatolia o della Siria crescono in contesti culturali diversi dominati dal clima ellenistico. Necessaria quindi una mediazione, un approfondimento che consenta di riconoscere l’azione dello Spirito che ovunque è in grado di generare luce e verità. Le affermazioni dell’apostolo ci chiedono di non cessare mai di interrogarci sul rapporto fra la fede cristiana e la cultura del mondo; la nostra analisi si deve sviluppare almeno su due fronti: i secoli di storia hanno inciso sull’integralità della prospettiva della vita secondo Gesù? Ed ancora: quali pensieri informano la cultura che circola nel mondo attraverso la rete e che rapporto hanno con la fede.
Temi ardui da affrontare e magari non in un’omelia; ma gli esempi che ci vengono dati dagli interventi del papa vanno proprio in questa direzione e dovremmo accostarli con grande attenzione.

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