DESK E MEDIE

Omelia del 11.05.2025 – quarta Domenica di Pasqua

Il passaggio del testimone da un papa all’altro è evento sempre carico di grandi suggestioni. La maggior parte dei commenti si sofferma su aspetti abbastanza marginali, della serie “ti piace il nuovo papa?”, facendo illazioni sul futuro del pontificato; in realtà il richiamo che ci viene da un più coerente approccio è quello della preghiera e dell’impegno alla comunione spirituale: pensiamo così alla barchetta di Pietro che sospinta dal vento dello Spirito prosegue il suo viaggio per accompagnare Gesù verso il mondo e il mondo verso Gesù. Perciò la messa di oggi sento che debba avere proprio questo carattere di una più forte presa di coscienza della nostra responsabilità ecclesiale.
Le letture di questa quarta domenica di Pasqua ben si prestano allo scopo; un esempio straordinario della vita spesa per il vangelo è quella dell’apostolo Paolo. Dal carcere romano nel quale si trova, scrive alla comunità di Filippi, la prima città greca dove lui ha predicato il vangelo, mostrando la sua piena disponibilità ad accettare fino al totale dono di sé la chiamata del Signore. Al tempo stesso, insieme all’esempio personale, raccomanda qualche attenzione che i discepoli debbono coltivare: crescere nella carità sviluppando anche conoscenza e discernimento per raggiungere frutti di giustizia; sono termini che meriterebbero un’analisi dettagliata, ma possiamo almeno dire che fanno da corollario a quanto ascoltato nel vangelo dove Gesù distingue fra precetti, l’antica legge, e il nuovo comandamento. “Vi ho chiamato amici”, chiarisce bene Gesù; non siamo schiavi di una legge esteriore, ma siamo coinvolti in un rapporto che è legame vitale di amore. Ed è in questa relazione solidale e profonda che si evidenzia la disponibilità ad offrire tutta la vita, fosse anche essa stessa richiesta fino a morire.
Il dono di sé, che resta gratuito, non è legato al riconoscimento o alla giustizia dell’altro o al merito poiché la misura è svincolata, ma si collega al “come io vi ho amato”, unito all’affermazione: ” Amore grande è dare la vita”.
Parlare di comandamenti, al giorno d’oggi, sembra un discorso fuori tempo e astruso: la logica corrente è quella che insegna ad ascoltare e perseguire soltanto il proprio io, facendo decadere qualsiasi limite all’agire. Sarà banale, ma il ricorso alla violenza per dirimere situazioni di uno stolto contenzioso, sono esattamente l’indice dell’io come unica norma disponibile. Non ci deve spaventare la parola comandamento; Gesù stesso si premura di dire che essa definisce la struttura dell’amicizia e della gratuità. Viene superato il criterio dell’imposizione: il vangelo non impone nulla; comandamento, nel pensiero di Gesù, è la via per entrare nella pienezza del disegno di Dio, la strada su cui camminare, e dalla quale deriva un nuovo incarico, un compito che prende il nome di evangelizzazione.
Non ci deve sfuggire il contesto in cui il vangelo di Giovanni colloca l’insegnamento del comandamento nuovo; siamo nel cenacolo con i discorsi di congedo, quasi il testamento spirituale di Gesù, nel cuore della festa pasquale: appena terminata la similitudine della vite e dei tralci, viene dettato “l’amore grande” vita e impegno che scende Dio a Gesù e da Gesù a noi. È in questo modo di essere e vivere che bisogna rimanere, verbo che ricorre ben dieci volte in poche righe.
La ripetizione di questo “rimanere in” fa pensare: forse il Signore aveva in mente le nostre umane difficoltà, quelle che lui stesso ha provato e che ha espresso sulla croce con quel salmo ventuno: Dio, mio, Dio mio e quel che segue. Pensava a quanto siamo fragili e come facciamo fatica molte volte a perseverare nella fede testimoniata in un mondo che talora oltre che indifferente si mostra pure ostile. Malgrado le nostre incertezze, il Signore ci ha “costituito” (verbo usato all’epoca col significato di conferire un incarico particolare) per andare tesi verso frutti che arriveranno.
Mi pare opportuno rileggere la figura ed il ruolo del papa alla luce del vangelo odierno.

 

MOBILE

Omelia del 11.05.2025 – quarta Domenica di Pasqua

Il passaggio del testimone da un papa all’altro è evento sempre carico di grandi suggestioni. La maggior parte dei commenti si sofferma su aspetti abbastanza marginali, della serie “ti piace il nuovo papa?”, facendo illazioni sul futuro del pontificato; in realtà il richiamo che ci viene da un più coerente approccio è quello della preghiera e dell’impegno alla comunione spirituale: pensiamo così alla barchetta di Pietro che sospinta dal vento dello Spirito prosegue il suo viaggio per accompagnare Gesù verso il mondo e il mondo verso Gesù. Perciò la messa di oggi sento che debba avere proprio questo carattere di una più forte presa di coscienza della nostra responsabilità ecclesiale.
Le letture di questa quarta domenica di Pasqua ben si prestano allo scopo; un esempio straordinario della vita spesa per il vangelo è quella dell’apostolo Paolo. Dal carcere romano nel quale si trova, scrive alla comunità di Filippi, la prima città greca dove lui ha predicato il vangelo, mostrando la sua piena disponibilità ad accettare fino al totale dono di sé la chiamata del Signore. Al tempo stesso, insieme all’esempio personale, raccomanda qualche attenzione che i discepoli debbono coltivare: crescere nella carità sviluppando anche conoscenza e discernimento per raggiungere frutti di giustizia; sono termini che meriterebbero un’analisi dettagliata, ma possiamo almeno dire che fanno da corollario a quanto ascoltato nel vangelo dove Gesù distingue fra precetti, l’antica legge, e il nuovo comandamento. “Vi ho chiamato amici”, chiarisce bene Gesù; non siamo schiavi di una legge esteriore, ma siamo coinvolti in un rapporto che è legame vitale di amore. Ed è in questa relazione solidale e profonda che si evidenzia la disponibilità ad offrire tutta la vita, fosse anche essa stessa richiesta fino a morire.
Il dono di sé, che resta gratuito, non è legato al riconoscimento o alla giustizia dell’altro o al merito poiché la misura è svincolata, ma si collega al “come io vi ho amato”, unito all’affermazione: ” Amore grande è dare la vita”.
Parlare di comandamenti, al giorno d’oggi, sembra un discorso fuori tempo e astruso: la logica corrente è quella che insegna ad ascoltare e perseguire soltanto il proprio io, facendo decadere qualsiasi limite all’agire. Sarà banale, ma il ricorso alla violenza per dirimere situazioni di uno stolto contenzioso, sono esattamente l’indice dell’io come unica norma disponibile. Non ci deve spaventare la parola comandamento; Gesù stesso si premura di dire che essa definisce la struttura dell’amicizia e della gratuità. Viene superato il criterio dell’imposizione: il vangelo non impone nulla; comandamento, nel pensiero di Gesù, è la via per entrare nella pienezza del disegno di Dio, la strada su cui camminare, e dalla quale deriva un nuovo incarico, un compito che prende il nome di evangelizzazione.
Non ci deve sfuggire il contesto in cui il vangelo di Giovanni colloca l’insegnamento del comandamento nuovo; siamo nel cenacolo con i discorsi di congedo, quasi il testamento spirituale di Gesù, nel cuore della festa pasquale: appena terminata la similitudine della vite e dei tralci, viene dettato “l’amore grande” vita e impegno che scende Dio a Gesù e da Gesù a noi. È in questo modo di essere e vivere che bisogna rimanere, verbo che ricorre ben dieci volte in poche righe.
La ripetizione di questo “rimanere in” fa pensare: forse il Signore aveva in mente le nostre umane difficoltà, quelle che lui stesso ha provato e che ha espresso sulla croce con quel salmo ventuno: Dio, mio, Dio mio e quel che segue. Pensava a quanto siamo fragili e come facciamo fatica molte volte a perseverare nella fede testimoniata in un mondo che talora oltre che indifferente si mostra pure ostile. Malgrado le nostre incertezze, il Signore ci ha “costituito” (verbo usato all’epoca col significato di conferire un incarico particolare) per andare tesi verso frutti che arriveranno.
Mi pare opportuno rileggere la figura ed il ruolo del papa alla luce del vangelo odierno.

 

Vai alla pagina dell'autore

tutte le pubblicazioni