DESK E MEDIE
(Omelia del 13.08.2023. Undicesima Domenica dopo Pentecoste)
Un film francese del 1950, regista Jean Delannoy, cercava di affrontare il tema della missione cristiana in un contesto umano difficile per la povertà di tanta gente e contradditorio per la negazione della fede e l’andare verso una religione “fai da te”. Lo pensavo meditando il vangelo di oggi che ci riporta un brano del discorso di Gesù sulla missione dei discepoli. Quella pellicola si intitolava “Dio ha bisogno degli uomini”. Un’espressione che potrebbe apparire blasfema perché sembra quasi voler vedere in Dio un limite o una imperfezione; in realtà, il titolo contiene una grande verità ricorrente nei temi biblici: Dio ha avuto bisogno di Elia, manifestandosi a lui sul monte Horeb, ha “rapito” Paolo fino al terzo cielo per poi inviarlo ai pagani, ha infine indossato in Gesù l’abito dell’uomo per poi radunare qualcuno da mandare a dire il senso del mondo.
Ciò che Dio domanda a noi è l’assunzione di una responsabilità: essere portatori del suo messaggio. Il problema è che, nel mettersi all’opera, il profeta, l’apostolo e i discepoli, si rendono conto di doversi confrontare spesso con l’incomprensione, con il rifiuto e talora con un’opposizione anche violenta e persecutoria. Agnelli di fronte ad un branco di lupi, colombe in un territorio dominato da vipere. Si faceva capire molto bene Gesù dai suoi discepoli usando un linguaggio semplice ed efficace che attinge all’esperienza del quotidiano e non si rifugia in ragionamenti astratti. Ma come affrontare una missione così complessa e contrastata? Come rieditarla ai nostri giorni, seguendo l’indicazione data dal Papa con il motto “Chiesa in uscita”?
La storia ci dice che per ognuno dei suoi aiutanti Dio predispone qualche supporto: Elia, in quella grotta sul monte, scopre la presenza divina nel “sussurro di una brezza leggera” (traduce meglio mons. Borgonovo “una voce di silenzio svuotato”); così sarà pronto e attrezzato per andare fino a Damasco. Paolo dichiara la propria debolezza superandola però per le parole udite dal Signore che diventano una grazia indimenticabile. Ai discepoli, e noi siamo fra questi, Gesù dice che avremo assistenza dal suo Spirito. Ci vuole proprio: all’epoca si prospettava lo scontro con la romanità e con la tradizione ebraica; e adesso? Che stagione stiamo vivendo? Quali parole userebbe Gesù al posto della frase “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”? Possiamo solo cercare qualche indizio; sarebbe presunzione mettere sulla bocca del Signore le nostre parole. Forse una prima traccia può essere questa: molto spesso oggi i lupi si travestano da agnelli, come nella favola di Cappuccetto Rosso. Ti prospettano la via di un benessere che poi si impadronisce della tua anima e di toglie la libertà. In più ci sono davvero dei lupi che organizzano scorribande nelle greggi e noi abbiamo il compito di una difesa, di una protezione, di un respingimento, frequentemente perdente: penso alle guerre che dobbiamo fronteggiare, ai paesi della fame, al mare che diventa sangue, al tempio di Wall Street dove il vitello d’oro trionfa e chiede sacrifici umani di intere generazioni. Ti viene la voglia di dire basta. Lo hanno fatto, come sappiamo, il profeta Elia ed anche Giona; anche Gesù fece una preghiera: “La mia anima è triste fino alla morte… Padre mio, se è possibile passi via da me questo calice!”. Sentiamo dentro una grande impotenza di fronte alla sordità dei cuori verso la pratica del bene; è lo stesso del pianto di Gesù su Gerusalemme che non sa ascoltare. Tuttavia più di una volta il Signore ci parla indicando la piccolezza del seme del Regno, la scelta delle porte strette e inoltre ci chiama “piccola compagnia”: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Animo, dunque; non appoggiamoci ai nostri piani e alle nostre pensate, ma fidiamoci dello Spirito che Gesù offre a chi lo segue. Ancora una volta la voce del Papa: “Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme”.
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(Omelia del 13.08.2023. Undicesima Domenica dopo Pentecoste)
Un film francese del 1950, regista Jean Delannoy, cercava di affrontare il tema della missione cristiana in un contesto umano difficile per la povertà di tanta gente e contradditorio per la negazione della fede e l’andare verso una religione “fai da te”. Lo pensavo meditando il vangelo di oggi che ci riporta un brano del discorso di Gesù sulla missione dei discepoli. Quella pellicola si intitolava “Dio ha bisogno degli uomini”. Un’espressione che potrebbe apparire blasfema perché sembra quasi voler vedere in Dio un limite o una imperfezione; in realtà, il titolo contiene una grande verità ricorrente nei temi biblici: Dio ha avuto bisogno di Elia, manifestandosi a lui sul monte Horeb, ha “rapito” Paolo fino al terzo cielo per poi inviarlo ai pagani, ha infine indossato in Gesù l’abito dell’uomo per poi radunare qualcuno da mandare a dire il senso del mondo.
Ciò che Dio domanda a noi è l’assunzione di una responsabilità: essere portatori del suo messaggio. Il problema è che, nel mettersi all’opera, il profeta, l’apostolo e i discepoli, si rendono conto di doversi confrontare spesso con l’incomprensione, con il rifiuto e talora con un’opposizione anche violenta e persecutoria. Agnelli di fronte ad un branco di lupi, colombe in un territorio dominato da vipere. Si faceva capire molto bene Gesù dai suoi discepoli usando un linguaggio semplice ed efficace che attinge all’esperienza del quotidiano e non si rifugia in ragionamenti astratti. Ma come affrontare una missione così complessa e contrastata? Come rieditarla ai nostri giorni, seguendo l’indicazione data dal Papa con il motto “Chiesa in uscita”?
La storia ci dice che per ognuno dei suoi aiutanti Dio predispone qualche supporto: Elia, in quella grotta sul monte, scopre la presenza divina nel “sussurro di una brezza leggera” (traduce meglio mons. Borgonovo “una voce di silenzio svuotato”); così sarà pronto e attrezzato per andare fino a Damasco. Paolo dichiara la propria debolezza superandola però per le parole udite dal Signore che diventano una grazia indimenticabile. Ai discepoli, e noi siamo fra questi, Gesù dice che avremo assistenza dal suo Spirito. Ci vuole proprio: all’epoca si prospettava lo scontro con la romanità e con la tradizione ebraica; e adesso? Che stagione stiamo vivendo? Quali parole userebbe Gesù al posto della frase “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”? Possiamo solo cercare qualche indizio; sarebbe presunzione mettere sulla bocca del Signore le nostre parole. Forse una prima traccia può essere questa: molto spesso oggi i lupi si travestano da agnelli, come nella favola di Cappuccetto Rosso. Ti prospettano la via di un benessere che poi si impadronisce della tua anima e di toglie la libertà. In più ci sono davvero dei lupi che organizzano scorribande nelle greggi e noi abbiamo il compito di una difesa, di una protezione, di un respingimento, frequentemente perdente: penso alle guerre che dobbiamo fronteggiare, ai paesi della fame, al mare che diventa sangue, al tempio di Wall Street dove il vitello d’oro trionfa e chiede sacrifici umani di intere generazioni. Ti viene la voglia di dire basta. Lo hanno fatto, come sappiamo, il profeta Elia ed anche Giona; anche Gesù fece una preghiera: “La mia anima è triste fino alla morte… Padre mio, se è possibile passi via da me questo calice!”. Sentiamo dentro una grande impotenza di fronte alla sordità dei cuori verso la pratica del bene; è lo stesso del pianto di Gesù su Gerusalemme che non sa ascoltare. Tuttavia più di una volta il Signore ci parla indicando la piccolezza del seme del Regno, la scelta delle porte strette e inoltre ci chiama “piccola compagnia”: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore». Animo, dunque; non appoggiamoci ai nostri piani e alle nostre pensate, ma fidiamoci dello Spirito che Gesù offre a chi lo segue. Ancora una volta la voce del Papa: “Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell’ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme”.







