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Omelia del 08.03.2026. Domenica di Abramo. Terza di Quaresima
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Vorrei svelenire – ma chi sono io? – l’aria tetra del tempio. Dopo tutto, anche Gesù alla fine non trovò altra soluzione che nascondersi e uscire: “Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”.
Tra i motivi di scontro due parole belle, e a noi care: ‘padre’ e ‘figli’. Che diventano nel tempio motivo di asprezze, sino a imperversare, disanimate, in tutto il dibattere. La proclamazione “Dio è nostro padre e siamo noi i suoi figli”, sbandierata ossessivamente dall’inizio alla fine. Vedo gli occhi degli oppositori inveleniti: le parole ‘padre’ e ‘ figlio’ sono diventate per loro una disputa; vedo gli occhi di Gesù liberi e sognanti: ‘padre’ e ‘figlio’, una intimità.
Ebbene non posso non ricordare che le parole furono sporcate dall’inizio, perché dall’in principio – per pietra di un figlio e a bersaglio l’altro, di nome Abele, cioè soffio – la parola fratello fu sporcata a sangue e quella di padre violata: “Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo»”. Parole sporcate, parole violate.
E se il problema dei problemi fosse quello di restituire verità e onore e un’ anima alla parola ‘figlio’ e ‘padre’? Come fare? Ascolto Gesù: “Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola”.
Non sbandierate dunque paternità e figliolanza, dono è conoscere il vero volto del padre e avere nella vita i suoi occhi, inseguire i suoi orizzonti, avere nelle vene il sangue di Dio, il suo amore.
Chiedo scusa per l’accenno personale, anni fa un amico don Mirko Bellora mi chiamò nella sua parrocchia e mi affidò un tema dalla formulazione intrigante “Diventare il padre”. Padre si diventa, e figli si diventa.
Non basta l’anagrafe civile o il D.N.A e nemmeno l’anagrafe religiosa. E’ la vita che lo accerta. Ci vorrà una vita, e nemmeno basterà una vita, a inseguire, per farla nostra, una paternità modellata su quella del Padre che è nei cieli, una paternità che risplenda della pazienza, dell’attesa, dell’amore incondizionato di Dio. Diventare.
Tra le suggestioni di quella sera lontana, ricordo che un primo approccio fu annodare le due parole ‘padre’ e ‘fratello’ alla parola ‘custode’, proprio la parola che troviamo ferita a morte sulle labbra di Caino, segno inoppugnabile che nelle vene non aveva il sangue del padre – il padre è custode, ha passione di custodia – lui, spietato, risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?».
E non era forse quello che stava accadendo nel tempio? E anche oggi nel mondo? Bestemmia raggelante: qualificarsi figli di Dio ed avere pietre e distruzione e odio nelle mani. E dove la custodia, la cura? Fanno ancora parte dell’aria che respiriamo? Diventare padre, diventare figli significa diventare custodi, custodi e non truppe di occupazione.
La parola “custodia” evoca la percezione che l’altro è abitato, che le cose sono abitate, che un mistero le fa sacre. E’ ripercorrere l’esperienza del roveto ardente del deserto, della voce che ammonisce: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa”(Es 3,5).
E se ritornassimo a guardare da padre, da custode, come terra santa, ogni cosa, ogni persona, a guardarla come creatura che ci è affidata, che ci riguarda, che ha un legame con noi? Se ritornassimo a educare a questo sguardo? Su persone e su cose? Sì, è uno sguardo. Diceva anni fa, in una sua intervista, Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”. Forse potremmo continuare all’infinito: c’è un solo modo per conoscere. Per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, un uomo, una città:“inginocchiarsi e guardarli da vicino”. La custodia. non l’occupazione.
Osiamo ripeterlo oggi mentre l’idea di onnipotenza fa strage dentro di noi e fuori di noi, convinti che il chinarsi umile sulle cose, difendere gli indifesi – e non solo a parole – risuscita la speranza.
Lo diciamo oggi, pensando allibiti a come vanno configurandosi i rapporti tra popolo e popolo. Pensando con tenerezza e struggimento alle donne – oggi 8 marzo – ancora fatte oggetto di occupazione, di femminicidi e di svilimenti. Inginocchiarsi è verbo che riconosce la bellezza e la dignità, non imprigiona, è nido aperto a voli, a pensieri, a scelte, a sogni. Sono per te custode di sogni, di bellezza, di autenticità. Come tu della mia. Siamo colori, e ci appassioneremo sino alla fine perché ognuno possa cantare la vita con il suo colore: siamo contro la sottomissione, l’appiattimento, il monocolore.
Essere padre, essere custode significa essere per la convocazione dei colori.
Permettete, era una sera di trenta anni fa, allora ero parroco a Lecco in faccia a montagne e a vista di lago, per mesi ebbi il privilegio di ospitare nella mia casa Padre David Maria Turoldo, un amico, e la sera ci si raccontava. Una sera tra i ricordi della sua fanciullezza – lui, penultimo di dieci figli – gli sfuggì un dettaglio, piccolo ma eloquente, sul padre. A trovarli era venuto, a casa loro, un amico, quel giorno c’erano tutti; l’amico si azzardò a dire che, lui David, era tutto suo padre, quasi una mela spaccata in due. Il padre non lo ritenne un complimento. Li volle tutti a fianco e, dissentendo, obbiettò che, a fare tutto lui, ci volevano insieme tutti i suoi dieci figli.
Essere padre, una convocazione di colori.

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Omelia del 08.03.2026. Domenica di Abramo. Terza di Quaresima
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Vorrei svelenire – ma chi sono io? – l’aria tetra del tempio. Dopo tutto, anche Gesù alla fine non trovò altra soluzione che nascondersi e uscire: “Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio”.
Tra i motivi di scontro due parole belle, e a noi care: ‘padre’ e ‘figli’. Che diventano nel tempio motivo di asprezze, sino a imperversare, disanimate, in tutto il dibattere. La proclamazione “Dio è nostro padre e siamo noi i suoi figli”, sbandierata ossessivamente dall’inizio alla fine. Vedo gli occhi degli oppositori inveleniti: le parole ‘padre’ e ‘ figlio’ sono diventate per loro una disputa; vedo gli occhi di Gesù liberi e sognanti: ‘padre’ e ‘figlio’, una intimità.
Ebbene non posso non ricordare che le parole furono sporcate dall’inizio, perché dall’in principio – per pietra di un figlio e a bersaglio l’altro, di nome Abele, cioè soffio – la parola fratello fu sporcata a sangue e quella di padre violata: “Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise. Allora il Signore disse a Caino: «Dov’è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo»”. Parole sporcate, parole violate.
E se il problema dei problemi fosse quello di restituire verità e onore e un’ anima alla parola ‘figlio’ e ‘padre’? Come fare? Ascolto Gesù: “Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!”, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola”.
Non sbandierate dunque paternità e figliolanza, dono è conoscere il vero volto del padre e avere nella vita i suoi occhi, inseguire i suoi orizzonti, avere nelle vene il sangue di Dio, il suo amore.
Chiedo scusa per l’accenno personale, anni fa un amico don Mirko Bellora mi chiamò nella sua parrocchia e mi affidò un tema dalla formulazione intrigante “Diventare il padre”. Padre si diventa, e figli si diventa.
Non basta l’anagrafe civile o il D.N.A e nemmeno l’anagrafe religiosa. E’ la vita che lo accerta. Ci vorrà una vita, e nemmeno basterà una vita, a inseguire, per farla nostra, una paternità modellata su quella del Padre che è nei cieli, una paternità che risplenda della pazienza, dell’attesa, dell’amore incondizionato di Dio. Diventare.
Tra le suggestioni di quella sera lontana, ricordo che un primo approccio fu annodare le due parole ‘padre’ e ‘fratello’ alla parola ‘custode’, proprio la parola che troviamo ferita a morte sulle labbra di Caino, segno inoppugnabile che nelle vene non aveva il sangue del padre – il padre è custode, ha passione di custodia – lui, spietato, risponde: «Sono forse io il custode di mio fratello?».
E non era forse quello che stava accadendo nel tempio? E anche oggi nel mondo? Bestemmia raggelante: qualificarsi figli di Dio ed avere pietre e distruzione e odio nelle mani. E dove la custodia, la cura? Fanno ancora parte dell’aria che respiriamo? Diventare padre, diventare figli significa diventare custodi, custodi e non truppe di occupazione.
La parola “custodia” evoca la percezione che l’altro è abitato, che le cose sono abitate, che un mistero le fa sacre. E’ ripercorrere l’esperienza del roveto ardente del deserto, della voce che ammonisce: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa”(Es 3,5).
E se ritornassimo a guardare da padre, da custode, come terra santa, ogni cosa, ogni persona, a guardarla come creatura che ci è affidata, che ci riguarda, che ha un legame con noi? Se ritornassimo a educare a questo sguardo? Su persone e su cose? Sì, è uno sguardo. Diceva anni fa, in una sua intervista, Ermanno Olmi: “Non si può amare un bosco, se lo si vede solo come una fabbrica di ossigeno. L’amore nasce da un rapporto diretto e c’è un solo modo per conoscere la foresta: inginocchiarsi e guardarla da vicino”. Forse potremmo continuare all’infinito: c’è un solo modo per conoscere. Per conoscere Dio, per conoscere una donna, un ragazzo, un uomo, una città:“inginocchiarsi e guardarli da vicino”. La custodia. non l’occupazione.
Osiamo ripeterlo oggi mentre l’idea di onnipotenza fa strage dentro di noi e fuori di noi, convinti che il chinarsi umile sulle cose, difendere gli indifesi – e non solo a parole – risuscita la speranza.
Lo diciamo oggi, pensando allibiti a come vanno configurandosi i rapporti tra popolo e popolo. Pensando con tenerezza e struggimento alle donne – oggi 8 marzo – ancora fatte oggetto di occupazione, di femminicidi e di svilimenti. Inginocchiarsi è verbo che riconosce la bellezza e la dignità, non imprigiona, è nido aperto a voli, a pensieri, a scelte, a sogni. Sono per te custode di sogni, di bellezza, di autenticità. Come tu della mia. Siamo colori, e ci appassioneremo sino alla fine perché ognuno possa cantare la vita con il suo colore: siamo contro la sottomissione, l’appiattimento, il monocolore.
Essere padre, essere custode significa essere per la convocazione dei colori.
Permettete, era una sera di trenta anni fa, allora ero parroco a Lecco in faccia a montagne e a vista di lago, per mesi ebbi il privilegio di ospitare nella mia casa Padre David Maria Turoldo, un amico, e la sera ci si raccontava. Una sera tra i ricordi della sua fanciullezza – lui, penultimo di dieci figli – gli sfuggì un dettaglio, piccolo ma eloquente, sul padre. A trovarli era venuto, a casa loro, un amico, quel giorno c’erano tutti; l’amico si azzardò a dire che, lui David, era tutto suo padre, quasi una mela spaccata in due. Il padre non lo ritenne un complimento. Li volle tutti a fianco e, dissentendo, obbiettò che, a fare tutto lui, ci volevano insieme tutti i suoi dieci figli.
Essere padre, una convocazione di colori.

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