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Omelia del 12.10.2025 – settima Domenica dopo il martirio di Giovanni

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Tre piccoli racconti, brevi parabole, per un grande messaggio; è il brano evangelico di oggi, brano che conclude il cosiddetto “libretto in parabole” in Matteo.
Al centro dell’insegnamento è il “Regno”: quello “dei cieli”, come dice questo evangelista che preferisce non dire “di Dio” onde evitare di nominare da buon ebreo il nome impronunciabile, è l’oggetto della prima richiesta del Padre Nostro; venga il tuo regno, diciamo sempre ripetendo le parole di Gesù. Ma qual è il contenuto che sta dentro alla richiesta suggerita da Gesù? È un mondo di beni e di valori messi a disposizione di noi tutti: pace, armonia, accoglienza, gratuità, gioia e salvezza sono i doni di Dio agli uomini.
Tutto questo costituisce il tesoro nascosto nel campo o la perla preziosa cercata dal mercante.
Soffermiamoci un attimo sulle parabole: due appaiono essere le caratteristiche del Regno che Matteo sottolinea: la preziosità espressa con le immagini dello scrigno e del gioiello, e la gioia di quel cuore in subbuglio per l’incredibile scoperta. Il tesoro e la perla hanno un tale pregio da non poter essere paragonato a qualsiasi altra cosa; il loro ritrovamento genera una contentezza mai sperimentata prima. A questo punto dovremmo chiederci: ma noi davanti alla straordinaria qualità del Regno, ci sentiamo felicemente sorpresi e ammirati e quindi spinti a scelte di alto spessore? Oppure andiamo dietro all’onda dell’inconsistenza?
La distanza fra il modello sociale vigente e il Regno descritto nel vangelo è forte; ne parlava giorni fa il nostro arcivescovo Delpini in un dialogo avvenuto proprio qui vicino a noi, alla Camera del Lavoro, con il segretario generale del sindacato. Ne esce una descrizione del mondo del lavoro e dei rapporti sociali molto importante; ecco un passaggio del discorso: “Occorre contrastare il sistema economico finalizzato unicamente al profitto e la tendenziale riduzione dell’economia alla finanza: per accumulare ricchezze sono derubati i più deboli, i lavoratori, i pensionati, i giovani. La geopolitica avveduta riconosce lo spietato sfruttamento delle risorse che sono sul pianeta per necessità di puro profitto. Si tratta non di una questione locale, ma di un sistema e questo dobbiamo sentirlo come inaccettabile”.
Non vi sembri irrituale parlare di ciò in un’omelia: la riflessione sulle dimensioni del Regno dei cieli esige di calarsi nella realtà effettiva della vita.
Tante volte ho l’impressione che facciamo parte, salvo scarse eccezioni, di quel popolo che vive il vangelo come qualcosa di già visto e che si sofferma sugli esigenti valori cristiani solo per dire che sono un po’ esagerati e quindi non praticabili.
Soffermiamoci anche un attimo sul messaggio della prima lettura. Dopo tutti i disastri di cui Isaia è stato testimone, chi scrive l’ultima parte del suo libro, uno dei discepoli del profeta, spalanca gli orizzonti a immagini di una pace universale, una pace non più vista come l’aspettativa di un popolo che con le armi ha prevalso sugli altri. Sarà una pace fondata sul riconoscimento della chiamata dell’umanità ad essere famiglia dell’unico Padre così ben delineata nel documento di papa Francesco “Fratelli tutti” gli occhi non dovranno più vedere macerie, battaglie, ingiustizie e deportazioni.
Sembra di leggere in questa profezia tutta la stanchezza di un’umanità reduce da continue guerre, ma al tempo stesso incapace di pace di lungo periodo: ciò accade perché non si considera il tempo di pace come ricerca continua del meglio convivere ma come una specie di stasi e riposo. Vengono alla mente le carovane in marcia sulla striscia di quella santa terra: esodo e contro esodo nella desolazione, come tante formiche in colonna.
L’invito che sento arrivarmi dalla messa di oggi è allora quello di non lasciarmi allineare all’appiattimento tipico dei nostri giorni; chiedo nella preghiera la capacità di non rassegnarmi a vivacchiare e la forza di prendere il Vangelo così com’è, senza sconti

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Omelia del 12.10.2025 – settima Domenica dopo il martirio di Giovanni

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Tre piccoli racconti, brevi parabole, per un grande messaggio; è il brano evangelico di oggi, brano che conclude il cosiddetto “libretto in parabole” in Matteo.
Al centro dell’insegnamento è il “Regno”: quello “dei cieli”, come dice questo evangelista che preferisce non dire “di Dio” onde evitare di nominare da buon ebreo il nome impronunciabile, è l’oggetto della prima richiesta del Padre Nostro; venga il tuo regno, diciamo sempre ripetendo le parole di Gesù. Ma qual è il contenuto che sta dentro alla richiesta suggerita da Gesù? È un mondo di beni e di valori messi a disposizione di noi tutti: pace, armonia, accoglienza, gratuità, gioia e salvezza sono i doni di Dio agli uomini.
Tutto questo costituisce il tesoro nascosto nel campo o la perla preziosa cercata dal mercante.
Soffermiamoci un attimo sulle parabole: due appaiono essere le caratteristiche del Regno che Matteo sottolinea: la preziosità espressa con le immagini dello scrigno e del gioiello, e la gioia di quel cuore in subbuglio per l’incredibile scoperta. Il tesoro e la perla hanno un tale pregio da non poter essere paragonato a qualsiasi altra cosa; il loro ritrovamento genera una contentezza mai sperimentata prima. A questo punto dovremmo chiederci: ma noi davanti alla straordinaria qualità del Regno, ci sentiamo felicemente sorpresi e ammirati e quindi spinti a scelte di alto spessore? Oppure andiamo dietro all’onda dell’inconsistenza?
La distanza fra il modello sociale vigente e il Regno descritto nel vangelo è forte; ne parlava giorni fa il nostro arcivescovo Delpini in un dialogo avvenuto proprio qui vicino a noi, alla Camera del Lavoro, con il segretario generale del sindacato. Ne esce una descrizione del mondo del lavoro e dei rapporti sociali molto importante; ecco un passaggio del discorso: “Occorre contrastare il sistema economico finalizzato unicamente al profitto e la tendenziale riduzione dell’economia alla finanza: per accumulare ricchezze sono derubati i più deboli, i lavoratori, i pensionati, i giovani. La geopolitica avveduta riconosce lo spietato sfruttamento delle risorse che sono sul pianeta per necessità di puro profitto. Si tratta non di una questione locale, ma di un sistema e questo dobbiamo sentirlo come inaccettabile”.
Non vi sembri irrituale parlare di ciò in un’omelia: la riflessione sulle dimensioni del Regno dei cieli esige di calarsi nella realtà effettiva della vita.
Tante volte ho l’impressione che facciamo parte, salvo scarse eccezioni, di quel popolo che vive il vangelo come qualcosa di già visto e che si sofferma sugli esigenti valori cristiani solo per dire che sono un po’ esagerati e quindi non praticabili.
Soffermiamoci anche un attimo sul messaggio della prima lettura. Dopo tutti i disastri di cui Isaia è stato testimone, chi scrive l’ultima parte del suo libro, uno dei discepoli del profeta, spalanca gli orizzonti a immagini di una pace universale, una pace non più vista come l’aspettativa di un popolo che con le armi ha prevalso sugli altri. Sarà una pace fondata sul riconoscimento della chiamata dell’umanità ad essere famiglia dell’unico Padre così ben delineata nel documento di papa Francesco “Fratelli tutti” gli occhi non dovranno più vedere macerie, battaglie, ingiustizie e deportazioni.
Sembra di leggere in questa profezia tutta la stanchezza di un’umanità reduce da continue guerre, ma al tempo stesso incapace di pace di lungo periodo: ciò accade perché non si considera il tempo di pace come ricerca continua del meglio convivere ma come una specie di stasi e riposo. Vengono alla mente le carovane in marcia sulla striscia di quella santa terra: esodo e contro esodo nella desolazione, come tante formiche in colonna.
L’invito che sento arrivarmi dalla messa di oggi è allora quello di non lasciarmi allineare all’appiattimento tipico dei nostri giorni; chiedo nella preghiera la capacità di non rassegnarmi a vivacchiare e la forza di prendere il Vangelo così com’è, senza sconti

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