DESK E MEDIE
Omelia del 16.08.2026 – dodicesima Domenica dopo Pentecoste
La storia del popolo ebraico che, continuiamo a visitare attraverso il filtro delle pagine bibliche, è un susseguirsi di guerre e di tregue; la questione della fedeltà al dettato divino viene considerata dall’autore del testo come il vero motivo dei successi o delle sconfitte. I profeti e i messaggeri mostrano quali devono essere le scelte più giuste ma sono inascoltati. Ma non è certo Dio che vuole Nabucodonosor conquistatore di Gerusalemme e distruttore del tempio di Salomone; e nemmeno Dio gli ordinò di deportare un intero popolo. Sono le cattive volontà dei governanti ispirate al puro potere e non al bene della gente, che portano il regno alla rovina.
Rivedevo nella mia mente le immagini di guerre, di deportazioni e addirittura di genocidi, alcune delle quali ci trovano testimoni, contemporanei e impotenti.
I profeti di oggi, che sgridano i governi e incoraggiano la gente, si contano anche numerosi un po’ dovunque; ma le loro parole, come quelle dello Spirito di Dio che Gesù ha trasmesso, ad esempio “beati gli operatori di pace”, non trovano consenso deciso, adesso come allora.
All’epoca di Gesù la situazione di Israele era così: c’era un aggressore straniero, l’impero romano e c’era una classe dirigente ebraica del tutto soggetta ai suoi voleri.
Anche qui c’è un profeta che mette in guardia, Giovanni Battista, che però viene ucciso come quelli del passato. Nel vangelo di oggi, Gesù aveva fatto l’elogio del profeta cugino; l’aveva definito il più grande con solenni parole. E subito dopo aveva descritto in modo efficace ma addolorato l’ascoltatore indisponibile, quello cui non va mai bene niente: non la severità di Giovanni coi suoi digiuni e le sue invettive antisistema, ma neanche la mitezza delle parole di Gesù e persino la misericordia espressa in miracoli e guarigioni. C’è la cattiva coscienza diffusa che vorrebbe di volta in volta costruirsi un credo a proprio piacimento; tentazione talmente presente anche oggi da provocare continue scissioni e l’incapacità al dialogo profondo.
Temo che il divertente ed efficace paragone fatto da Gesù sia assai valido anche per noi: dice il Signore che ci ha invitato a gioire e danzare e noi non ne abbiamo avuto voglia; allora ha provato a condividere con noi il lamento verso tutto ciò che fa soffrire. Niente neanche stavolta. Qual è il problema: c’è una tremenda insensibilità dilagante. Il cuore non sa più rimanere colpito da ciò che accade; di fronte alle tragedie di disumanità della cronaca quotidiana si finisce nell’osservazione e nell’ascolto dei particolari capaci di solleticare la curiosità morbosa, come dimostrato dal successo delle trasmissioni che parlano di delitti e processi relativi. Senza contare poi la scelta di trasmettere sevizi per la raccolta fondi a favore delle vittime di tragedie umanitarie proprio all’ora dei pasti fatta apposta per provocare l’erogazione di denaro colpevolizzando l’ascoltatore. Comunicazione sbagliata e greve, ma soprattutto controproducente.
Mi chiedo se anche noi stiamo bruciando via le nostre giornate nella svogliatezza e nella distrazione. Invece di pensare a come far emergere tutti i doni di cui siamo destinatari, che vanno sotto il nome di natura, arte, anime, sembriamo impegnati a soffocare la sensibilità per non sentire dolore e così si perde anche la gioia.
In altre parole anche noi di fronte alle reiterate immagini della distruzione delle guerre in corso, ci rifugiamo nel pensiero del “tanto è sempre stato così” e troviamo in tal modo la giustificazione per non partecipare ai momenti di promozione del cambiamento.
Gesù parla dei bambini che alternatamente giocano e piangono; noi adulti stiamo smarrendo sorrisi e lacrime.
MOBILE
Omelia del 16.08.2026 – dodicesima Domenica dopo Pentecoste
La storia del popolo ebraico che, continuiamo a visitare attraverso il filtro delle pagine bibliche, è un susseguirsi di guerre e di tregue; la questione della fedeltà al dettato divino viene considerata dall’autore del testo come il vero motivo dei successi o delle sconfitte. I profeti e i messaggeri mostrano quali devono essere le scelte più giuste ma sono inascoltati. Ma non è certo Dio che vuole Nabucodonosor conquistatore di Gerusalemme e distruttore del tempio di Salomone; e nemmeno Dio gli ordinò di deportare un intero popolo. Sono le cattive volontà dei governanti ispirate al puro potere e non al bene della gente, che portano il regno alla rovina.
Rivedevo nella mia mente le immagini di guerre, di deportazioni e addirittura di genocidi, alcune delle quali ci trovano testimoni, contemporanei e impotenti.
I profeti di oggi, che sgridano i governi e incoraggiano la gente, si contano anche numerosi un po’ dovunque; ma le loro parole, come quelle dello Spirito di Dio che Gesù ha trasmesso, ad esempio “beati gli operatori di pace”, non trovano consenso deciso, adesso come allora.
All’epoca di Gesù la situazione di Israele era così: c’era un aggressore straniero, l’impero romano e c’era una classe dirigente ebraica del tutto soggetta ai suoi voleri.
Anche qui c’è un profeta che mette in guardia, Giovanni Battista, che però viene ucciso come quelli del passato. Nel vangelo di oggi, Gesù aveva fatto l’elogio del profeta cugino; l’aveva definito il più grande con solenni parole. E subito dopo aveva descritto in modo efficace ma addolorato l’ascoltatore indisponibile, quello cui non va mai bene niente: non la severità di Giovanni coi suoi digiuni e le sue invettive antisistema, ma neanche la mitezza delle parole di Gesù e persino la misericordia espressa in miracoli e guarigioni. C’è la cattiva coscienza diffusa che vorrebbe di volta in volta costruirsi un credo a proprio piacimento; tentazione talmente presente anche oggi da provocare continue scissioni e l’incapacità al dialogo profondo.
Temo che il divertente ed efficace paragone fatto da Gesù sia assai valido anche per noi: dice il Signore che ci ha invitato a gioire e danzare e noi non ne abbiamo avuto voglia; allora ha provato a condividere con noi il lamento verso tutto ciò che fa soffrire. Niente neanche stavolta. Qual è il problema: c’è una tremenda insensibilità dilagante. Il cuore non sa più rimanere colpito da ciò che accade; di fronte alle tragedie di disumanità della cronaca quotidiana si finisce nell’osservazione e nell’ascolto dei particolari capaci di solleticare la curiosità morbosa, come dimostrato dal successo delle trasmissioni che parlano di delitti e processi relativi. Senza contare poi la scelta di trasmettere sevizi per la raccolta fondi a favore delle vittime di tragedie umanitarie proprio all’ora dei pasti fatta apposta per provocare l’erogazione di denaro colpevolizzando l’ascoltatore. Comunicazione sbagliata e greve, ma soprattutto controproducente.
Mi chiedo se anche noi stiamo bruciando via le nostre giornate nella svogliatezza e nella distrazione. Invece di pensare a come far emergere tutti i doni di cui siamo destinatari, che vanno sotto il nome di natura, arte, anime, sembriamo impegnati a soffocare la sensibilità per non sentire dolore e così si perde anche la gioia.
In altre parole anche noi di fronte alle reiterate immagini della distruzione delle guerre in corso, ci rifugiamo nel pensiero del “tanto è sempre stato così” e troviamo in tal modo la giustificazione per non partecipare ai momenti di promozione del cambiamento.
Gesù parla dei bambini che alternatamente giocano e piangono; noi adulti stiamo smarrendo sorrisi e lacrime.







