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Omelia del 01.06.2025. Ascensione del Signore
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Il Nuovo Testamento accenna brevemente al mistero dell’Ascensione; i Vangeli di Matteo e di Giovanni non ne parlano proprio e ambedue terminano con il racconto di apparizioni dopo la Resurrezione. Marco invece finisce il suo racconto dicendo: “Gesù… fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio”; è Luca che parla più specificamente del fatto, in questi termini: “Poi li condusse fin verso Betania, e alzate le mani, li benedisse. E avvenne che nel benedirli si staccò da loro e fu portato verso il cielo”. Sempre Luca negli Atti degli Apostoli, al capitolo iniziale, colloca l’Ascensione sul Monte degli Ulivi, al 40° giorno dopo la Pasqua e aggiunge: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”.
Ai nostri orecchi, di uomini dell’era del razionalismo tecnologico, sorge una domanda esigente da porre a biblisti e teologi: l’ascensione di Gesù al cielo è una pia invenzione, è un mito, oppure fra le parole dei racconti di Luca si può leggere l’esperienza e la testimonianza dell’ascensione fatta dalla comunità cristiana primitiva? Luca trasmette ciò che ha ricevuto dalla tradizione: l’evento-ascensione. E con questo linguaggio la chiesa primitiva intendeva dire: il Padre ha elevato Gesù dal profondo della morte fino alla gloria, lo ha fatto entrare nella sfera che nessun occhio umano ha mai visto.
Non credo ci sia qualcuno che oggi rilegga in senso concreto le espressioni del tipo: discese dal cielo, salì al cielo, discese agli inferi. Come diceva Bultmann, si tratta di modi che attingono ad una visione a tre piani del cosmo che nessuno può condividere. Il cielo, la terra e l’inferno. In tal senso l’accusa di narrazione mitologica è accettabile.
Quello che importa non è il miracolo che contraddice la legge di gravità.
Ci sono dei simboli nel primo Testamento: quando il sacerdote del tempio entra nel santo dei santi viene nascosto dietro un velo; così anche per l’Ascensione la nube sottrae Gesù agli occhi degli Apostoli. Il tempio, nei tempi nuovi, è il mondo visitato da Dio in Gesù; ed anche il luogo dove Dio è, è ogni luogo nel cuore della terra che attende di essere scoperto e abitato per il bene di tutto e di tutti.
È bello pensare che gli inizi del vangelo, con l’annuncio della nascita di Gesù, ci dicono che il suo nome è Emanuele, Dio con noi; ora alla fine viene ribadito: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questo è il motivo della gioia dei discepoli al rientro al cenacolo dopo l’Ascensione: Gesù risorto apparso a loro non è quindi uno che se ne è andato, ma uno che intende restare.
Ma, purtroppo, noi siamo ancora qui con tutti i nostri problemi irrisolti. Se guardassimo all’oggi del mondo con gli occhi del vangelo, se non fosse per la tragicità delle cose che vi accadono, verrebbe quasi da ridere tanto siamo stupidi! Abbiamo la chiave del cielo e continuiamo a serrare la vita in catene. Ascendisti in altum, coepisti captivitatem: dedisti dona hominibus. Sei asceso in alto, dopo aver sconfitta la schiavitù, hai distribuito doni agli uomini. E intanto scorrono le immagini dello scempio delle vite umane. C’è tanto da fare: lo dicevano gli angeli ai testimoni dell’Ascensione; non state lì a guardar per aria, ma rimboccatevi le maniche e mettetevi all’opera.
Questa nostra umanità sofferente e penosa, deve guardare al suo prototipo più elevato, cioè al risorto. A volte sembra quasi che l’esibizione del peggio sia come la chiamata ad un finale anticipato e indesiderato.
Il nostro oggi ha bisogno di un appuntamento al monte come lo diede Lui ai discepoli: monte del nuovo stile di vita, monte panorama di bellezze, monte della guarigione di tanti mali.
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Omelia del 01.06.2025. Ascensione del Signore
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Il Nuovo Testamento accenna brevemente al mistero dell’Ascensione; i Vangeli di Matteo e di Giovanni non ne parlano proprio e ambedue terminano con il racconto di apparizioni dopo la Resurrezione. Marco invece finisce il suo racconto dicendo: “Gesù… fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio”; è Luca che parla più specificamente del fatto, in questi termini: “Poi li condusse fin verso Betania, e alzate le mani, li benedisse. E avvenne che nel benedirli si staccò da loro e fu portato verso il cielo”. Sempre Luca negli Atti degli Apostoli, al capitolo iniziale, colloca l’Ascensione sul Monte degli Ulivi, al 40° giorno dopo la Pasqua e aggiunge: “Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo”.
Ai nostri orecchi, di uomini dell’era del razionalismo tecnologico, sorge una domanda esigente da porre a biblisti e teologi: l’ascensione di Gesù al cielo è una pia invenzione, è un mito, oppure fra le parole dei racconti di Luca si può leggere l’esperienza e la testimonianza dell’ascensione fatta dalla comunità cristiana primitiva? Luca trasmette ciò che ha ricevuto dalla tradizione: l’evento-ascensione. E con questo linguaggio la chiesa primitiva intendeva dire: il Padre ha elevato Gesù dal profondo della morte fino alla gloria, lo ha fatto entrare nella sfera che nessun occhio umano ha mai visto.
Non credo ci sia qualcuno che oggi rilegga in senso concreto le espressioni del tipo: discese dal cielo, salì al cielo, discese agli inferi. Come diceva Bultmann, si tratta di modi che attingono ad una visione a tre piani del cosmo che nessuno può condividere. Il cielo, la terra e l’inferno. In tal senso l’accusa di narrazione mitologica è accettabile.
Quello che importa non è il miracolo che contraddice la legge di gravità.
Ci sono dei simboli nel primo Testamento: quando il sacerdote del tempio entra nel santo dei santi viene nascosto dietro un velo; così anche per l’Ascensione la nube sottrae Gesù agli occhi degli Apostoli. Il tempio, nei tempi nuovi, è il mondo visitato da Dio in Gesù; ed anche il luogo dove Dio è, è ogni luogo nel cuore della terra che attende di essere scoperto e abitato per il bene di tutto e di tutti.
È bello pensare che gli inizi del vangelo, con l’annuncio della nascita di Gesù, ci dicono che il suo nome è Emanuele, Dio con noi; ora alla fine viene ribadito: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Questo è il motivo della gioia dei discepoli al rientro al cenacolo dopo l’Ascensione: Gesù risorto apparso a loro non è quindi uno che se ne è andato, ma uno che intende restare.
Ma, purtroppo, noi siamo ancora qui con tutti i nostri problemi irrisolti. Se guardassimo all’oggi del mondo con gli occhi del vangelo, se non fosse per la tragicità delle cose che vi accadono, verrebbe quasi da ridere tanto siamo stupidi! Abbiamo la chiave del cielo e continuiamo a serrare la vita in catene. Ascendisti in altum, coepisti captivitatem: dedisti dona hominibus. Sei asceso in alto, dopo aver sconfitta la schiavitù, hai distribuito doni agli uomini. E intanto scorrono le immagini dello scempio delle vite umane. C’è tanto da fare: lo dicevano gli angeli ai testimoni dell’Ascensione; non state lì a guardar per aria, ma rimboccatevi le maniche e mettetevi all’opera.
Questa nostra umanità sofferente e penosa, deve guardare al suo prototipo più elevato, cioè al risorto. A volte sembra quasi che l’esibizione del peggio sia come la chiamata ad un finale anticipato e indesiderato.
Il nostro oggi ha bisogno di un appuntamento al monte come lo diede Lui ai discepoli: monte del nuovo stile di vita, monte panorama di bellezze, monte della guarigione di tanti mali.







