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(Omelia del 05.11.2023 – Solennità di Cristo Re)

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Mai come in questi tempi è vera la parola di Gesù a Pilato: “il mio regno non è di questo mondo”!
Dietro alla risposta di Gesù sta un retroterra poco appariscente ma da fare emergere compiutamente. È uno scenario complesso nel quale possiamo individuare alcuni quadri.
Vedo anzitutto una comunicazione viziata; Pilato non capisce perché non ascolta, e non ascolta perché ha un disprezzo di fondo del mondo ebraico. Quello che a lui interessa è salvaguardare il potere di Cesare; il resto, ciò che non corrisponde a questo paradigma, è da togliere di mezzo fosse anche la vita di una persona o di tante persone. Da una parte sta Roma, dall’altra la storia dei giudei e le numerose sfaccettature delle sue componenti, da quelle più ostili a quelle più acquiescenti.
Nasce un interrogativo che ai nostri giorni è gravemente inquietante: quando non c’è comunicazione, quando manca la voglia di capire l’altro, quando c’è da una parte il dominatore e dall’altra il dominato, la soluzione sta soltanto nel prendere le armi? E forse oggi c’è una domanda ancora più pesante: quando la comunità internazionale vede sostituito il dialogo dalla competizione anche il sistema economico mondiale va in tilt, e allora l’unico modo per resettarlo è fare guerre ovunque, come sta accadendo oggi?
“Il mio regno non è di questo mondo”: Gesù non risponde direttamente a Pilato. Non sta da una parte o dall’altra dei regni del mondo. Gesù sta altrove, dovremmo dire; ma, per non venire fraintesi, diciamo che sta con l’umanità tutta: il titulus crucis, cioè la tavoletta appesa alla croce con la motivazione della condanna è scritta in tre lingue, latino, greco, ebraico, il mondo allora conosciuto, e il significato di ciò sta proprio nell’appartenenza di quel crocifisso all’umano come tale.
Qualcuno, come spesso si sente argomentare in questi giorni, potrebbe definire la posizione di chi sta per “un altro mondo” come quella dell’indifferente o di chi sta a vedere chi vince per poi mettersi dalla sua parte. Non è così: Gesù vuol far capire che bisogna stare accanto a chi soffre, a chi è povero, a chi è combattuto, a chi non ha voce, a chi sta male, a chi non ce la fa più, a chi ha ormai soltanto lacrime; l’intero vangelo è il racconto della vita di uno che si mette a prendere le parti di quelle persone: “ma chi tra voi è più grande – dice Gesù – diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve”.
Uno così è l’alieno in questo mondo; a Gesù con una corona di spine in testa, una canna in mano, una tunica ormai macchiata di rosso, i soldati romani dicono di tutto per insultare e disprezzare: “Salve o re dei Giudei”, e via con le parolacce e gli sputi. Il silenzio come risposta risuona come una voce potente, assordante. Da quel momento si sprigiona tutta intera la vera regalità; quella già adombrata poco prima sul monte degli ulivi, quando, guardando verso il tempio, mormorava piangendo: “Gerusalemme se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi”.
Uno così davvero non è di questo mondo; possibile che nessuno abbia pensato a tutti i miracoli fatti da quell’uomo e a come mai ora non esprime tutta la sua forza e ai piedi della croce qualcuno gli grida: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! Ha salvato gli altri, non può salvare sé stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo”.
Quante volte anche noi contestiamo al Signore di non fare abbastanza per mettere a posto le cose; ma questo Dio strattonato dagli uni e dagli altri, questo unico e medesimo Dio, ci chiede di cercare il suo regno diverso. In caso contrario, il rischio è in quella frase scritta sul muro della sala banchetto di Baldassare in Babilonia e che Daniele spiegherà come il monito della fine: mane thechel phares, contato pesato diviso (Daniele 5).

 

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Mai come in questi tempi è vera la parola di Gesù a Pilato: “il mio regno non è di questo mondo”!
Dietro alla risposta di Gesù sta un retroterra poco appariscente ma da fare emergere compiutamente. È uno scenario complesso nel quale possiamo individuare alcuni quadri.
Vedo anzitutto una comunicazione viziata; Pilato non capisce perché non ascolta, e non ascolta perché ha un disprezzo di fondo del mondo ebraico. Quello che a lui interessa è salvaguardare il potere di Cesare; il resto, ciò che non corrisponde a questo paradigma, è da togliere di mezzo fosse anche la vita di una persona o di tante persone. Da una parte sta Roma, dall’altra la storia dei giudei e le numerose sfaccettature delle sue componenti, da quelle più ostili a quelle più acquiescenti.
Nasce un interrogativo che ai nostri giorni è gravemente inquietante: quando non c’è comunicazione, quando manca la voglia di capire l’altro, quando c’è da una parte il dominatore e dall’altra il dominato, la soluzione sta soltanto nel prendere le armi? E forse oggi c’è una domanda ancora più pesante: quando la comunità internazionale vede sostituito il dialogo dalla competizione anche il sistema economico mondiale va in tilt, e allora l’unico modo per resettarlo è fare guerre ovunque, come sta accadendo oggi?
“Il mio regno non è di questo mondo”: Gesù non risponde direttamente a Pilato. Non sta da una parte o dall’altra dei regni del mondo. Gesù sta altrove, dovremmo dire; ma, per non venire fraintesi, diciamo che sta con l’umanità tutta: il titulus crucis, cioè la tavoletta appesa alla croce con la motivazione della condanna è scritta in tre lingue, latino, greco, ebraico, il mondo allora conosciuto, e il significato di ciò sta proprio nell’appartenenza di quel crocifisso all’umano come tale.
Qualcuno, come spesso si sente argomentare in questi giorni, potrebbe definire la posizione di chi sta per “un altro mondo” come quella dell’indifferente o di chi sta a vedere chi vince per poi mettersi dalla sua parte. Non è così: Gesù vuol far capire che bisogna stare accanto a chi soffre, a chi è povero, a chi è combattuto, a chi non ha voce, a chi sta male, a chi non ce la fa più, a chi ha ormai soltanto lacrime; l’intero vangelo è il racconto della vita di uno che si mette a prendere le parti di quelle persone: “ma chi tra voi è più grande – dice Gesù – diventi come il più piccolo, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve”.
Uno così è l’alieno in questo mondo; a Gesù con una corona di spine in testa, una canna in mano, una tunica ormai macchiata di rosso, i soldati romani dicono di tutto per insultare e disprezzare: “Salve o re dei Giudei”, e via con le parolacce e gli sputi. Il silenzio come risposta risuona come una voce potente, assordante. Da quel momento si sprigiona tutta intera la vera regalità; quella già adombrata poco prima sul monte degli ulivi, quando, guardando verso il tempio, mormorava piangendo: “Gerusalemme se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi”.
Uno così davvero non è di questo mondo; possibile che nessuno abbia pensato a tutti i miracoli fatti da quell’uomo e a come mai ora non esprime tutta la sua forza e ai piedi della croce qualcuno gli grida: “Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! Ha salvato gli altri, non può salvare sé stesso. È il re d’Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo”.
Quante volte anche noi contestiamo al Signore di non fare abbastanza per mettere a posto le cose; ma questo Dio strattonato dagli uni e dagli altri, questo unico e medesimo Dio, ci chiede di cercare il suo regno diverso. In caso contrario, il rischio è in quella frase scritta sul muro della sala banchetto di Baldassare in Babilonia e che Daniele spiegherà come il monito della fine: mane thechel phares, contato pesato diviso (Daniele 5).

 

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