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(Omelia del 09.04.2023 – Domenica di Pasqua)

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Rileggo con voi il vangelo. Noi non ci daremo pace finché il racconto del mattino di Pasqua non verrà riproposto dalla liturgia senza lo strappo del suo primo versetto, sostituito con un generico, incolore, pallido “in quel tempo”. In quel tempo: ditemi il giorno, ditemi l’ora, come era la luce. Restituiamo al racconto il versetto: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”.
Il primo giorno della settimana: dunque. per grazia, era passato quel sabato che, per via del precetto, l’aveva tenuta stretta come un uccello in gabbia, frenata lei, che il Maestro un giorno aveva liberata da un peso che era come di macigni. Una eternità quel sabato. Ora può uscire. Di mattino, che è ancora buio. Nel cielo a veglia la luna. Dettagli sul giorno e sull’ora. Che lasciano però immaginare come lei andasse in quel barlume di luce, fiato sospeso, con il cuore in gola. Poi fu pianto alla vista della tomba, all’apparenza violata. Defraudata del suo bene più prezioso. Un correre per poi stare. Ora è ferma: “Maria di Màgdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva”. Sta nel pianto: davanti alla morte, se non c’è brivido di risurrezione non ti rimane che stare nel pianto.
E tutto per Maria accadde nello fessura di pochi minuti, una manciata, ma fu per lei come percorrere un lungo cammino. Il cammino della nostra fede. Che non e presuntuosa, ma tenera nel suo abbandono, sottile: non nasce dalla visione di un Messia che esce trionfante da una tomba. Percorrete i racconti della risurrezione e non troverete immagini di Gesù che esce da una tomba, ostentando potenza e dominio. Nessuna ombra di ostentazioni, unica ostensione quella delle ferite: “mostrò loro le mani e i piedi”.
Non fu riconoscimento immediato per Maria. Pensate se possa esserlo per noi! A frenare il singhiozzo, che inteneriva pure l’aria del giardino, non erano bastate le vesti bianche dei due angeli, chiazze di luce nell’ombra buia di una grotta. Non era bastato nemmeno che lui, Gesù, le avesse chiesto perché piangesse. Anche se è già grazia che uno ti chieda perché piangi. Ancora immaginava che il massimo che poteva augurarsi fosse di prendere con venerazione il corpo trafugato dell’amico, riporlo in una tomba più sicura. Ma non è quello che accade a volte anche noi quando spostiamo le cose come fossero inanimate, quando per abitudine spostiamo la vita come fosse inanimata?
Ebbene Maria, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”.
E fu riconoscimento da parte di Maria: accadde per il colore e il suono che il suo nome prendeva sulle labbra del Maestro e amico. A quel colore, a quel suono si voltò. Disse: “Rabbunì”. Rabbì, ma forse con una sfumatura di affetto.
Era vivo, forse le erano ritornate d’un tratto le parole che Gesù aveva detto, in un giorno di anima turbata, quando aveva raccontato di sé come del chicco di grano caduto in terra che da grembo oscuro si riaffaccia e germoglia. La risurrezione come giorno del grande germoglio. Giorno che dà fiducia ai tanti chicchi di grano caduti nella terra. Portano frutto. A Maria, dopo lo scambio dei nomi, Gesù disse: “Non mi trattenere”, quasi fosse chiamato altrove. ‘Trattenere’ può avere colore di sequestro. In ogni amore; “Tienimi, ma non mi trattenere”. Lui è il vivente e i racconti della risurrezione sono stupefacenti nel dirci che lui non può essere trattenuto in un’ora o in uno spazio, o in una sola immagine. Per questo disorientano coloro che adorano una sola ora, un solo luogo, una sola immagine. Ma conquistano quelli che onorano il ‘non trattenere’. La risurrezione è il contrario, l’esattamente il contrario, del mummificare: mummificare il Signore, la chiesa, la vita.
A volte usiamo verbi che odorano questo rischio e nascondono questa visione. Anche quando, per esempio, diciamo che dobbiamo portare agli altri il Signore, e nella mente è come se dovessimo portarlo noi, e come fosse una cosa. E lui è il vivente, che ci precede.
E’ un rischio che ci viene spesso segnalato, per grazia, da papa Francesco. Ecco le sue parole alla veglia di Pasqua, lo scorso anno: “Un cristianesimo che cerca il Signore tra i relitti del passato e lo rinchiude nel sepolcro dell’abitudine è un cristianesimo senza Pasqua. Ma il Signore è risorto! Non attardiamoci attorno ai sepolcri, ma andiamo a riscoprire Lui, il Vivente! E non abbiamo paura di cercarlo anche nel volto dei fratelli, nella storia di chi spera e di chi sogna, nel dolore di chi piange e soffre: Dio è lì”.
Quante volte l’angelo, quello di luce, dovrebbe dirci: “Non è qui, è risorto”. Voi mi capite; non voglio dire che non sia qui, oggi nelle nostre comunità, nella nostra chiesa, ma non bisogna correre il rischio di trattenerlo.
Finirò con una immagine: la sua suggestione mi accompagna da anni, quella dell’inizio della veglia pasquale. Che ha il suo incipit nel buio della sera, sul sagrato di una chiesa. Viene acceso un braciere con rami di ulivo spezzati. Lui, il Signore, reciso nella morte di croce, ulivo che si fa brace. Poi al braciere si accende il grande cero che parla del Cristo risorto, viene introdotto nell’assemblea e da fiamma a fiamma, uno sciamare di piccoli lumi per tutta la chiesa. Rara suggestione. Si canta al Risorto.
Bellissimo, ma non si deve scordare che il fuoco è stato acceso sulla piazza, là dove lo possono vedere tutti, fuoco libero, libero anche da ogni eventuale sequestro clericale. Tieni accesa la brace del Risorto fuori, sulla piazza. Liberala da pesantezze e, se accade, soffia sulla brace per liberarla dalle nostre ceneri. Soffia ovunque c’è pesantezza di ceneri, in te, nella chiesa, nel mondo. La brace arde. Il Signore è risorto.

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(Omelia del 09.04.2023 – Domenica di Pasqua)

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Rileggo con voi il vangelo. Noi non ci daremo pace finché il racconto del mattino di Pasqua non verrà riproposto dalla liturgia senza lo strappo del suo primo versetto, sostituito con un generico, incolore, pallido “in quel tempo”. In quel tempo: ditemi il giorno, ditemi l’ora, come era la luce. Restituiamo al racconto il versetto: “Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro”.
Il primo giorno della settimana: dunque. per grazia, era passato quel sabato che, per via del precetto, l’aveva tenuta stretta come un uccello in gabbia, frenata lei, che il Maestro un giorno aveva liberata da un peso che era come di macigni. Una eternità quel sabato. Ora può uscire. Di mattino, che è ancora buio. Nel cielo a veglia la luna. Dettagli sul giorno e sull’ora. Che lasciano però immaginare come lei andasse in quel barlume di luce, fiato sospeso, con il cuore in gola. Poi fu pianto alla vista della tomba, all’apparenza violata. Defraudata del suo bene più prezioso. Un correre per poi stare. Ora è ferma: “Maria di Màgdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva”. Sta nel pianto: davanti alla morte, se non c’è brivido di risurrezione non ti rimane che stare nel pianto.
E tutto per Maria accadde nello fessura di pochi minuti, una manciata, ma fu per lei come percorrere un lungo cammino. Il cammino della nostra fede. Che non e presuntuosa, ma tenera nel suo abbandono, sottile: non nasce dalla visione di un Messia che esce trionfante da una tomba. Percorrete i racconti della risurrezione e non troverete immagini di Gesù che esce da una tomba, ostentando potenza e dominio. Nessuna ombra di ostentazioni, unica ostensione quella delle ferite: “mostrò loro le mani e i piedi”.
Non fu riconoscimento immediato per Maria. Pensate se possa esserlo per noi! A frenare il singhiozzo, che inteneriva pure l’aria del giardino, non erano bastate le vesti bianche dei due angeli, chiazze di luce nell’ombra buia di una grotta. Non era bastato nemmeno che lui, Gesù, le avesse chiesto perché piangesse. Anche se è già grazia che uno ti chieda perché piangi. Ancora immaginava che il massimo che poteva augurarsi fosse di prendere con venerazione il corpo trafugato dell’amico, riporlo in una tomba più sicura. Ma non è quello che accade a volte anche noi quando spostiamo le cose come fossero inanimate, quando per abitudine spostiamo la vita come fosse inanimata?
Ebbene Maria, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”.
E fu riconoscimento da parte di Maria: accadde per il colore e il suono che il suo nome prendeva sulle labbra del Maestro e amico. A quel colore, a quel suono si voltò. Disse: “Rabbunì”. Rabbì, ma forse con una sfumatura di affetto.
Era vivo, forse le erano ritornate d’un tratto le parole che Gesù aveva detto, in un giorno di anima turbata, quando aveva raccontato di sé come del chicco di grano caduto in terra che da grembo oscuro si riaffaccia e germoglia. La risurrezione come giorno del grande germoglio. Giorno che dà fiducia ai tanti chicchi di grano caduti nella terra. Portano frutto. A Maria, dopo lo scambio dei nomi, Gesù disse: “Non mi trattenere”, quasi fosse chiamato altrove. ‘Trattenere’ può avere colore di sequestro. In ogni amore; “Tienimi, ma non mi trattenere”. Lui è il vivente e i racconti della risurrezione sono stupefacenti nel dirci che lui non può essere trattenuto in un’ora o in uno spazio, o in una sola immagine. Per questo disorientano coloro che adorano una sola ora, un solo luogo, una sola immagine. Ma conquistano quelli che onorano il ‘non trattenere’. La risurrezione è il contrario, l’esattamente il contrario, del mummificare: mummificare il Signore, la chiesa, la vita.
A volte usiamo verbi che odorano questo rischio e nascondono questa visione. Anche quando, per esempio, diciamo che dobbiamo portare agli altri il Signore, e nella mente è come se dovessimo portarlo noi, e come fosse una cosa. E lui è il vivente, che ci precede.
E’ un rischio che ci viene spesso segnalato, per grazia, da papa Francesco. Ecco le sue parole alla veglia di Pasqua, lo scorso anno: “Un cristianesimo che cerca il Signore tra i relitti del passato e lo rinchiude nel sepolcro dell’abitudine è un cristianesimo senza Pasqua. Ma il Signore è risorto! Non attardiamoci attorno ai sepolcri, ma andiamo a riscoprire Lui, il Vivente! E non abbiamo paura di cercarlo anche nel volto dei fratelli, nella storia di chi spera e di chi sogna, nel dolore di chi piange e soffre: Dio è lì”.
Quante volte l’angelo, quello di luce, dovrebbe dirci: “Non è qui, è risorto”. Voi mi capite; non voglio dire che non sia qui, oggi nelle nostre comunità, nella nostra chiesa, ma non bisogna correre il rischio di trattenerlo.
Finirò con una immagine: la sua suggestione mi accompagna da anni, quella dell’inizio della veglia pasquale. Che ha il suo incipit nel buio della sera, sul sagrato di una chiesa. Viene acceso un braciere con rami di ulivo spezzati. Lui, il Signore, reciso nella morte di croce, ulivo che si fa brace. Poi al braciere si accende il grande cero che parla del Cristo risorto, viene introdotto nell’assemblea e da fiamma a fiamma, uno sciamare di piccoli lumi per tutta la chiesa. Rara suggestione. Si canta al Risorto.
Bellissimo, ma non si deve scordare che il fuoco è stato acceso sulla piazza, là dove lo possono vedere tutti, fuoco libero, libero anche da ogni eventuale sequestro clericale. Tieni accesa la brace del Risorto fuori, sulla piazza. Liberala da pesantezze e, se accade, soffia sulla brace per liberarla dalle nostre ceneri. Soffia ovunque c’è pesantezza di ceneri, in te, nella chiesa, nel mondo. La brace arde. Il Signore è risorto.

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