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(Omelia del 04.12.2022 – Quarta domenica di Avvento)

Quando si arriva alla quarta candela dell’Avvento ambrosiano, con Gesù che entra nella città santa, ci pare di essere già alle Palme, a sette giorni dalla Pasqua. Sembra quasi un errore della liturgia.
Eravamo partiti da quella prima domenica colma di spavento ed inquietudine, apocalittica: la distruzione del tempio e la fine del mondo; poi siamo passati alla figura del precursore Giovanni con la domanda sul che fare e quindi all’indagine circa quali sono le cose su cui vogliamo puntare. Al quarto atto, oggi, troviamo un evento storico e carico di simbolismi. Gesù prende possesso di Gerusalemme, con quel gesto a noi così famigliare e noto perché sempre celebrato la domenica delle Palme. Non importa allora alla nostra liturgia l’improvvisa rottura dell’ordine cronologico; è vero che Gesù non ha ancora iniziato la sua vita pubblica ma ci occorre una spiegazione su che cosa sia quel regno messianico, e bisogna che sia fatta da lui stesso con parole e gesti.
Eccoci allora in condizione di ricomprendere bene che cosa sia questo regno che l’ingresso in Gerusalemme proclama; è fondamentale questa comprensione o riscoperta se vogliamo ben capire che significhi essere cristiani. Talvolta si pensa a qualcosa che deve accadere in un futuro indefinito. “La domanda che sottende tutto il cristianesimo – ricordava P. Fausti – è l’ultima domanda che pongono gli apostoli a Gesù prima che scompaia in cielo: quand’è che viene il regno di Dio? Ma anche noi ancora dopo duemila anni ci domandiamo: quand’è che viene il regno di Dio?… L’importante però non è chiedere quando viene, ma come viene il regno di Dio. Il regno di Dio viene come viene il re Gesù mite e umile sull’asinello, ogni volta che accogliamo questo re, viene il regno di Dio”. Quindi il regno di Dio c’è già. Non deve ancora venire, ma solo espandere il suo raggio di azione. Per regno di Dio s’intende una società alternativa dove ai tre verbi malefici “avere, salire, comandare”, che suscitano negli uomini la rivalità, l’odio e l’inimicizia; Gesù sceglie il “condividere, scendere, servire”, comportamenti che favoriscono la vita degli uomini creando rapporti di solidarietà, di giustizia e di fratellanza. Questo è il regno di Dio che Gesù viene ad annunciare, e per accedere al quale si richiede la conversione, cioè un diverso modo di pensare e di agire: fare della vita il servizio agli altri come Lui ha fatto fino alla croce, in povertà, umiltà e mitezza. Dal momento che alcuni uomini accolgono questo invito di Gesù, il regno esiste già, e deve solo allargarsi, estendersi a ogni uomo. La nostra presenza qui a messa, dice che il regno è attivo.
E siamo distanti da quel pensiero che vuole Dio come il superpotente che sbaraglia qualsiasi nemico; il nostro Dio regna dalla croce, non sarà lo sponsor di un popolo in particolare che deve diventare dominante su altra gente. La tragedia umana è tutta in questa logica tribale e individualista; la storia del popolo ebraico nella Bibbia ne è un esempio eclatante. Ma anche ai nostri giorni assistiamo allo scontro fra regni che cercano il primato assoluto senza riflettere che la durata di una supremazia è breve perché subito si sta armando la vendetta e la rivincita dei perdenti. Gesù usa un’espressione sibillina all’orecchio disattento: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Egli è il re mite, il re che cavalca un asino e non si muove sui carri armati. Il vangelo contraddice la nostra poca considerazione per gli asini; per noi sono simbolo di ignoranza, di lentezza, di stupidità: che errore. Umile cavalcatura destinata a portare tanto peso, a compiere un umile servizio ma anche disponibile e affabile, porta sulle spalle la soma come Gesù porta sulle spalle il peso di tutti noi. L’asino compie un umile servizio e Gesù è venuto per servire. Su quell’asino, dice il Vangelo, non era ancora salito nessuno, a ricordare che lo stile scelto da Gesù è qualcosa di nuovo, inedito. Un nuovo inizio. La terra è possesso di chi è mite; non dell’arrogante, del presuntuoso, del narcisista, non chi alza la voce; anzi di solito chi grida denuncia la propria debolezza. “Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé”. È la frase messa in bocca a Socrate nel testo che narra la vita di uomini illustri. Gesù dice di sé: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”, e mitezza non vuol dire essere remissivi e senza spina dorsale: “Anzi, mitezza vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza”. Questo era il pensiero di Norberto Bobbio. Mite non è un codardo, e neppure l’accomodante che vuole star fuori dai problemi. Riascoltiamo le parole del papa: “Mite è il discepolo di Cristo che ha imparato a difendere ben altra terra. Lui difende la pace, difende il suo rapporto con Dio e i suoi doni, custodendo la misericordia, la fraternità, la fiducia, la speranza. Perché le persone miti sono persone misericordiose, fraterne, fiduciose e persone con speranza”.
Che bella la lezione di oggi! Era cominciata col capitolo della consolazione nella lettura di Isaia: consolare è aiutare a cogliere i segni del regno presente ed anche rigenerare le energie affievolite. Gesù manderà il consolatore, lo Spirito, a restituire fiducia a chi ha scelto come lui la scorta dell’asino.

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(Omelia del 04.12.2022 – Quarta domenica di Avvento)

Quando si arriva alla quarta candela dell’Avvento ambrosiano, con Gesù che entra nella città santa, ci pare di essere già alle Palme, a sette giorni dalla Pasqua. Sembra quasi un errore della liturgia.
Eravamo partiti da quella prima domenica colma di spavento ed inquietudine, apocalittica: la distruzione del tempio e la fine del mondo; poi siamo passati alla figura del precursore Giovanni con la domanda sul che fare e quindi all’indagine circa quali sono le cose su cui vogliamo puntare. Al quarto atto, oggi, troviamo un evento storico e carico di simbolismi. Gesù prende possesso di Gerusalemme, con quel gesto a noi così famigliare e noto perché sempre celebrato la domenica delle Palme. Non importa allora alla nostra liturgia l’improvvisa rottura dell’ordine cronologico; è vero che Gesù non ha ancora iniziato la sua vita pubblica ma ci occorre una spiegazione su che cosa sia quel regno messianico, e bisogna che sia fatta da lui stesso con parole e gesti.
Eccoci allora in condizione di ricomprendere bene che cosa sia questo regno che l’ingresso in Gerusalemme proclama; è fondamentale questa comprensione o riscoperta se vogliamo ben capire che significhi essere cristiani. Talvolta si pensa a qualcosa che deve accadere in un futuro indefinito. “La domanda che sottende tutto il cristianesimo – ricordava P. Fausti – è l’ultima domanda che pongono gli apostoli a Gesù prima che scompaia in cielo: quand’è che viene il regno di Dio? Ma anche noi ancora dopo duemila anni ci domandiamo: quand’è che viene il regno di Dio?… L’importante però non è chiedere quando viene, ma come viene il regno di Dio. Il regno di Dio viene come viene il re Gesù mite e umile sull’asinello, ogni volta che accogliamo questo re, viene il regno di Dio”. Quindi il regno di Dio c’è già. Non deve ancora venire, ma solo espandere il suo raggio di azione. Per regno di Dio s’intende una società alternativa dove ai tre verbi malefici “avere, salire, comandare”, che suscitano negli uomini la rivalità, l’odio e l’inimicizia; Gesù sceglie il “condividere, scendere, servire”, comportamenti che favoriscono la vita degli uomini creando rapporti di solidarietà, di giustizia e di fratellanza. Questo è il regno di Dio che Gesù viene ad annunciare, e per accedere al quale si richiede la conversione, cioè un diverso modo di pensare e di agire: fare della vita il servizio agli altri come Lui ha fatto fino alla croce, in povertà, umiltà e mitezza. Dal momento che alcuni uomini accolgono questo invito di Gesù, il regno esiste già, e deve solo allargarsi, estendersi a ogni uomo. La nostra presenza qui a messa, dice che il regno è attivo.
E siamo distanti da quel pensiero che vuole Dio come il superpotente che sbaraglia qualsiasi nemico; il nostro Dio regna dalla croce, non sarà lo sponsor di un popolo in particolare che deve diventare dominante su altra gente. La tragedia umana è tutta in questa logica tribale e individualista; la storia del popolo ebraico nella Bibbia ne è un esempio eclatante. Ma anche ai nostri giorni assistiamo allo scontro fra regni che cercano il primato assoluto senza riflettere che la durata di una supremazia è breve perché subito si sta armando la vendetta e la rivincita dei perdenti. Gesù usa un’espressione sibillina all’orecchio disattento: “Beati i miti perché erediteranno la terra”. Egli è il re mite, il re che cavalca un asino e non si muove sui carri armati. Il vangelo contraddice la nostra poca considerazione per gli asini; per noi sono simbolo di ignoranza, di lentezza, di stupidità: che errore. Umile cavalcatura destinata a portare tanto peso, a compiere un umile servizio ma anche disponibile e affabile, porta sulle spalle la soma come Gesù porta sulle spalle il peso di tutti noi. L’asino compie un umile servizio e Gesù è venuto per servire. Su quell’asino, dice il Vangelo, non era ancora salito nessuno, a ricordare che lo stile scelto da Gesù è qualcosa di nuovo, inedito. Un nuovo inizio. La terra è possesso di chi è mite; non dell’arrogante, del presuntuoso, del narcisista, non chi alza la voce; anzi di solito chi grida denuncia la propria debolezza. “Chi ha ragione di solito non urla, non scaraventa oggetti, ma lascia che la ragione s’imponga da sé”. È la frase messa in bocca a Socrate nel testo che narra la vita di uomini illustri. Gesù dice di sé: “imparate da me che sono mite e umile di cuore”, e mitezza non vuol dire essere remissivi e senza spina dorsale: “Anzi, mitezza vuole essere come un seme efficace piantato nel terreno della storia per il progresso, per la pace, per il rispetto della dignità di ogni persona. Ma aspira a raggiungere questo scopo rifiutando la gara distruttiva della vita, la vanagloria e l’orgoglio personale e nazionalistico, etnico e culturale, scegliendo la via del distacco dalla cupidigia dei beni e l’assenza di puntigliosità e grettezza”. Questo era il pensiero di Norberto Bobbio. Mite non è un codardo, e neppure l’accomodante che vuole star fuori dai problemi. Riascoltiamo le parole del papa: “Mite è il discepolo di Cristo che ha imparato a difendere ben altra terra. Lui difende la pace, difende il suo rapporto con Dio e i suoi doni, custodendo la misericordia, la fraternità, la fiducia, la speranza. Perché le persone miti sono persone misericordiose, fraterne, fiduciose e persone con speranza”.
Che bella la lezione di oggi! Era cominciata col capitolo della consolazione nella lettura di Isaia: consolare è aiutare a cogliere i segni del regno presente ed anche rigenerare le energie affievolite. Gesù manderà il consolatore, lo Spirito, a restituire fiducia a chi ha scelto come lui la scorta dell’asino.

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