DESK E MEDIE
Omelia del 20.09.2026 – quarta Domenica dopo il martirio di Giovanni
Il pane è scelto da Gesù per definirsi; si è chiamato pane, un pane disceso dal cielo.
Nel racconto di Isaia, prima lettura, il profeta con espressione intensa chiede a Dio di aprire, anzi squarciare, il cielo e prendere dimora in terra; questa è una preghiera che nasce dalla sofferenza nel vedere i luoghi cari semidistrutti e la dilagante miseria. Arditamente, mentre fa memoria dello splendore del passato come opera di Dio, ora a lui attribuisce lo sfacelo, castigo di un popolo che ha perso la fede. Eppure c’è la coscienza che Dio può essere Padre, non solo giudice irremovibile: poco sopra Isaia aveva attribuito per la prima volta il titolo di padre a Dio. Questo Padre è come il vasaio che è in grado di riplasmare uomo e cose. È questa la grande speranza che fa innalzare la supplica “se tu scendessi e squarciassi i cieli”. Il testo ha nello sfondo i grandi interrogativi della vita, quelli di sempre, spesso inquietanti. Perché il dolore, perché il male, perché le distruzioni, perché la morte, perché sofferenze così drammatiche a tanti popoli, se Dio è Padre ed unico Salvatore?
Eppure questa visione di un Dio potente e grande manovratore della storia, anche irritabile al pari delle divinità dell’Olimpo greco, non può essere mantenuta viva così; appare insostenibile e necessitante un ripensamento.
Protagonista di una nuova epifania divina diventa nel vangelo di oggi il pane. Gesù, come detto in apertura di questa meditazione, è il “pane disceso dal cielo”. Con lui si sono aperti i cieli; non però per ricostruire il tempio o annientare i nemici. Chissà perché Gesù ha scelto di chiamarsi pane; gli era forse rimasta nel cuore l’immagine di sua madre che impastava la farina ed anche il profumo che poi riempiva la stanza. Il pane per lui come per tutti è fragranza di vita. Proprio questo legame profondo fra il pane e la vita è alla base di gesti e di parole di Gesù e la cosa sembrerebbe immediatamente chiara e recepibile, come nel caso di quel miracoloso offrire pane a tutti quelli che lo avevano seguito per ore. Ma non è ciò che avviene: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. In più, quando proseguirà il discorso sul pane di vita, affermando la necessità di nutrirsi di quel pane che lui è, tanti si allontanano sospettando che stia farneticando. Anche noi non siamo mai pronti a purificare il nostro cercare Gesù; cito l’amico don Raffaello: “Sempre con Gesù occorre fare dei salti qualitativi, domandandoci, ad esempio, riguardo al vangelo di oggi che cosa vuol dire per me sentire che Gesù è il pane della vita, in un contesto così tenebroso per le guerre e le violenze, così gretto e chiuso per gli egoismi degli uomini, così diffidente anche nelle disponibilità”.
Aldilà della condivisione del pane alla gente affamata, aldilà del lungo discorso sul pane riportato dal vangelo di Giovanni, si giunge al momento fondamentale del cenacolo. Qui Gesù, pane disceso dal cielo, è pane che si dona, si spende totalmente, per tutti, pane spezzato e condiviso, pane che è puro dono. La carità ha il profumo del pane.
Proviamo a pensare: se l’eucarestia ritrovasse, il segno concreto del pane come nell’ultima cena, e non quello della sottile ostia bianca che usiamo adesso, anche un non credente, entrando in una delle nostre celebrazioni, forse capirebbe qualcosa.
La messa di oggi con questo messaggio è un invito a domandarci quale sia l’oggetto del nostro cercare nel cammino di ogni giorno.
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Omelia del 20.09.2026 – quarta Domenica dopo il martirio di Giovanni
Il pane è scelto da Gesù per definirsi; si è chiamato pane, un pane disceso dal cielo.
Nel racconto di Isaia, prima lettura, il profeta con espressione intensa chiede a Dio di aprire, anzi squarciare, il cielo e prendere dimora in terra; questa è una preghiera che nasce dalla sofferenza nel vedere i luoghi cari semidistrutti e la dilagante miseria. Arditamente, mentre fa memoria dello splendore del passato come opera di Dio, ora a lui attribuisce lo sfacelo, castigo di un popolo che ha perso la fede. Eppure c’è la coscienza che Dio può essere Padre, non solo giudice irremovibile: poco sopra Isaia aveva attribuito per la prima volta il titolo di padre a Dio. Questo Padre è come il vasaio che è in grado di riplasmare uomo e cose. È questa la grande speranza che fa innalzare la supplica “se tu scendessi e squarciassi i cieli”. Il testo ha nello sfondo i grandi interrogativi della vita, quelli di sempre, spesso inquietanti. Perché il dolore, perché il male, perché le distruzioni, perché la morte, perché sofferenze così drammatiche a tanti popoli, se Dio è Padre ed unico Salvatore?
Eppure questa visione di un Dio potente e grande manovratore della storia, anche irritabile al pari delle divinità dell’Olimpo greco, non può essere mantenuta viva così; appare insostenibile e necessitante un ripensamento.
Protagonista di una nuova epifania divina diventa nel vangelo di oggi il pane. Gesù, come detto in apertura di questa meditazione, è il “pane disceso dal cielo”. Con lui si sono aperti i cieli; non però per ricostruire il tempio o annientare i nemici. Chissà perché Gesù ha scelto di chiamarsi pane; gli era forse rimasta nel cuore l’immagine di sua madre che impastava la farina ed anche il profumo che poi riempiva la stanza. Il pane per lui come per tutti è fragranza di vita. Proprio questo legame profondo fra il pane e la vita è alla base di gesti e di parole di Gesù e la cosa sembrerebbe immediatamente chiara e recepibile, come nel caso di quel miracoloso offrire pane a tutti quelli che lo avevano seguito per ore. Ma non è ciò che avviene: “voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. In più, quando proseguirà il discorso sul pane di vita, affermando la necessità di nutrirsi di quel pane che lui è, tanti si allontanano sospettando che stia farneticando. Anche noi non siamo mai pronti a purificare il nostro cercare Gesù; cito l’amico don Raffaello: “Sempre con Gesù occorre fare dei salti qualitativi, domandandoci, ad esempio, riguardo al vangelo di oggi che cosa vuol dire per me sentire che Gesù è il pane della vita, in un contesto così tenebroso per le guerre e le violenze, così gretto e chiuso per gli egoismi degli uomini, così diffidente anche nelle disponibilità”.
Aldilà della condivisione del pane alla gente affamata, aldilà del lungo discorso sul pane riportato dal vangelo di Giovanni, si giunge al momento fondamentale del cenacolo. Qui Gesù, pane disceso dal cielo, è pane che si dona, si spende totalmente, per tutti, pane spezzato e condiviso, pane che è puro dono. La carità ha il profumo del pane.
Proviamo a pensare: se l’eucarestia ritrovasse, il segno concreto del pane come nell’ultima cena, e non quello della sottile ostia bianca che usiamo adesso, anche un non credente, entrando in una delle nostre celebrazioni, forse capirebbe qualcosa.
La messa di oggi con questo messaggio è un invito a domandarci quale sia l’oggetto del nostro cercare nel cammino di ogni giorno.







