DESK E MEDIE
(Omelia del 22.09.2024 – quarta Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)
Pane, ma anche acqua, dominano nella meditazione di oggi. Sono il simbolo di sopravvivenza per la spesso disperata condizione umana, fin dall’antichità.
A Babilonia, c’era una specie di pasto cultuale preparato da Adapa, il fornaio degli dei. Nel culto di Mitra aveva luogo un pasto sacro di pane e acqua, in ricordo del pasto consumato da Mitra prima della sua ascensione al cielo. Dei misteri eleusini faceva parte il cibarsi di un preparato fatto di farina, acqua e spezie varie. Così si sperava di ottenere la vita divina e l’immortalità. Pane e acqua, lo vediamo nel quadro del Crespi nel Battistero della Passione, diventano anche segno di un digiuno volontario che sottolinea ancor di più l’indispensabilità di quegli alimenti.
Sembra quasi che Gesù conosca il significato ancestrale del pane: lo sa perché conosce la storia dei patriarchi; sa della manna, di Elia ovviamente, e forse di qualche racconto degli abitatori delle grotte di Qumran che avevano avuto sentore dei culti misterici più antichi.
Nella storia di Elia, profeta in fuga dalla persecuzione di Gezabele, scopriamo un fatto importantissimo: il pane non è nella borsa di quell’uomo che voleva solo morire; il pane gli è donato dal cielo! Dio ama la nostra vita più di noi; e qui mi vengono alla mente tutte le confidenze, i discorsi, le telefonate di persone che come Elia e tanti altri si sentono inseguiti dal male e non ce la fanno più. Certo è che il ritmo concitatissimo della giornata umana odierna è troppo invivibile per troppe persone, giovani e meno giovani o addirittura vecchie. Ne sono testimonianza il numero di rinunce volontarie alla vita; sembra quasi che stia venendo meno quella voglia di esistere, una voglia tanto forte in quei contesti umani dove un certo inquinamento antropologico non si è ancora affermato. Un tipico campanello d’allarme di questa pericolosa china è lo spreco; gettare via le cose ma soprattutto il pane è l’inizio della fine. Un bellissimo titolo di un testo di Enzo Bianchi è “Il pane di ieri”; mi suggerisce quel conservare, recuperare, ridare vita, riorientare, che sono base di ogni sapiente prospettiva di futuro, così il pane di ieri diventa il pane di domani.
A riempire il vuoto di pane, che continuamente creiamo, arriva la parola, anzi la persona, di Gesù: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Mi viene da dire: quando scopriamo che la corsa al pane non soddisfa più e si è fatta insostenibile, dobbiamo confrontarci con questa offerta. Proprio nella messa si dice, mostrando il pane azzimo: corpo, cioè pane vitale, offerto per voi!
Già ne parlava Paolo ai Corinti, come abbiamo ascoltato poco fa. La lettera ai corinti potrebbe diventare l’oggetto di una grande meditazione per la nostra comunità che celebra l’eucarestia. Paolo era davanti a una drammatica divisione fra alcuni che se la spassavano e altri che si ammazzavano di fatica al porto di quella città trafficata e persino caotica; tanto per evidenziare è come parlare di armatori e camalli! L’assemblea di preghiera avrebbe potuto rappresentare un modello di integrazione, come diremmo noi oggi. Ma Paolo lamenta prevaricazioni, disattenzione alla Parola di Dio, tendenza a marginalizzare gli aspetti più propriamente religiosi, divisioni e litigi. Tutto questo accade perché la fedeltà alla pratica voluta dal Signore scade e lascia il posto ad abitudini assolutamente profane.
Quanto accadeva a Corinto ci può aiutare a riflettere sul nostro radunarci per l’Eucarestia.
Come sono le nostre messe? Sono un vero partecipare alla Pasqua del Signore? Sono l’assolvimento di un obbligo per non incorrere nel peccato mortale? È stata introdotta la nozione di “precetto festivo”: bisogna andare a Messa, è diventato un dovere quasi che altrimenti non si sarebbe colta l’importanza del sacramento. E allora non è più la gioiosa celebrazione del pane di vita, ma una sorta di tappa forzata nel corso della settimana o addirittura una tassa da pagare per garantirsi la vita eterna. Ancora: è un radunarsi di fratelli uguali e diversi per valorizzare la dimensione di popolo di Dio oppure è un condividere luogo e tempo di gente presente a titolo individuale?
Tornare all’essenza del gesto: se vogliamo superare noia, ritualismi, distrazioni, dobbiamo prendere spunto dal discorso sul pane.
Mi piacerebbe che le nostre chiese portassero tutte il nome di Betlemme: casa del pane, cioè casa dove la vita nasce e si rafforza, dove la vita di uno è vita di tutti, dove le energie diventano sinergia per un mondo salvato.
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(Omelia del 22.09.2024 – quarta Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)
Pane, ma anche acqua, dominano nella meditazione di oggi. Sono il simbolo di sopravvivenza per la spesso disperata condizione umana, fin dall’antichità.
A Babilonia, c’era una specie di pasto cultuale preparato da Adapa, il fornaio degli dei. Nel culto di Mitra aveva luogo un pasto sacro di pane e acqua, in ricordo del pasto consumato da Mitra prima della sua ascensione al cielo. Dei misteri eleusini faceva parte il cibarsi di un preparato fatto di farina, acqua e spezie varie. Così si sperava di ottenere la vita divina e l’immortalità. Pane e acqua, lo vediamo nel quadro del Crespi nel Battistero della Passione, diventano anche segno di un digiuno volontario che sottolinea ancor di più l’indispensabilità di quegli alimenti.
Sembra quasi che Gesù conosca il significato ancestrale del pane: lo sa perché conosce la storia dei patriarchi; sa della manna, di Elia ovviamente, e forse di qualche racconto degli abitatori delle grotte di Qumran che avevano avuto sentore dei culti misterici più antichi.
Nella storia di Elia, profeta in fuga dalla persecuzione di Gezabele, scopriamo un fatto importantissimo: il pane non è nella borsa di quell’uomo che voleva solo morire; il pane gli è donato dal cielo! Dio ama la nostra vita più di noi; e qui mi vengono alla mente tutte le confidenze, i discorsi, le telefonate di persone che come Elia e tanti altri si sentono inseguiti dal male e non ce la fanno più. Certo è che il ritmo concitatissimo della giornata umana odierna è troppo invivibile per troppe persone, giovani e meno giovani o addirittura vecchie. Ne sono testimonianza il numero di rinunce volontarie alla vita; sembra quasi che stia venendo meno quella voglia di esistere, una voglia tanto forte in quei contesti umani dove un certo inquinamento antropologico non si è ancora affermato. Un tipico campanello d’allarme di questa pericolosa china è lo spreco; gettare via le cose ma soprattutto il pane è l’inizio della fine. Un bellissimo titolo di un testo di Enzo Bianchi è “Il pane di ieri”; mi suggerisce quel conservare, recuperare, ridare vita, riorientare, che sono base di ogni sapiente prospettiva di futuro, così il pane di ieri diventa il pane di domani.
A riempire il vuoto di pane, che continuamente creiamo, arriva la parola, anzi la persona, di Gesù: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo”. Mi viene da dire: quando scopriamo che la corsa al pane non soddisfa più e si è fatta insostenibile, dobbiamo confrontarci con questa offerta. Proprio nella messa si dice, mostrando il pane azzimo: corpo, cioè pane vitale, offerto per voi!
Già ne parlava Paolo ai Corinti, come abbiamo ascoltato poco fa. La lettera ai corinti potrebbe diventare l’oggetto di una grande meditazione per la nostra comunità che celebra l’eucarestia. Paolo era davanti a una drammatica divisione fra alcuni che se la spassavano e altri che si ammazzavano di fatica al porto di quella città trafficata e persino caotica; tanto per evidenziare è come parlare di armatori e camalli! L’assemblea di preghiera avrebbe potuto rappresentare un modello di integrazione, come diremmo noi oggi. Ma Paolo lamenta prevaricazioni, disattenzione alla Parola di Dio, tendenza a marginalizzare gli aspetti più propriamente religiosi, divisioni e litigi. Tutto questo accade perché la fedeltà alla pratica voluta dal Signore scade e lascia il posto ad abitudini assolutamente profane.
Quanto accadeva a Corinto ci può aiutare a riflettere sul nostro radunarci per l’Eucarestia.
Come sono le nostre messe? Sono un vero partecipare alla Pasqua del Signore? Sono l’assolvimento di un obbligo per non incorrere nel peccato mortale? È stata introdotta la nozione di “precetto festivo”: bisogna andare a Messa, è diventato un dovere quasi che altrimenti non si sarebbe colta l’importanza del sacramento. E allora non è più la gioiosa celebrazione del pane di vita, ma una sorta di tappa forzata nel corso della settimana o addirittura una tassa da pagare per garantirsi la vita eterna. Ancora: è un radunarsi di fratelli uguali e diversi per valorizzare la dimensione di popolo di Dio oppure è un condividere luogo e tempo di gente presente a titolo individuale?
Tornare all’essenza del gesto: se vogliamo superare noia, ritualismi, distrazioni, dobbiamo prendere spunto dal discorso sul pane.
Mi piacerebbe che le nostre chiese portassero tutte il nome di Betlemme: casa del pane, cioè casa dove la vita nasce e si rafforza, dove la vita di uno è vita di tutti, dove le energie diventano sinergia per un mondo salvato.







