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(Omelia del 14.08.2022 – Decima Domenica dopo Pentecoste)

Tutti e tre gli evangelisti sinottici raccontano del quesito su come meritare la vita beata o eterna; lo fanno però introducendo personaggi differenti: l’interlocutore di Gesù infatti, in Marco è “un tale” non qualificato, in Matteo è un giovane possidente, mentre in Luca il brano letto oggi parla di un capo detto anche notabile. L’insegnamento dei tre vangeli è identico ma in Luca c’è una sottolineatura particolare legata a quanto riportato poco prima in cui dice: “Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi…. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”
La parabola narrava di quella povera donna vedova che chiedeva giustizia al giudice che proprio non voleva darle retta; l’insistenza cocciuta della donna alla fine avrà la meglio ma Gesù teme che una dedizione totale attraverso la preghiera col tempo si perderà e gli uomini non ne saranno forse più capaci. Il problema è il legame del cuore a qualcosa che impedisce la totale diponibilità per il Regno del Signore, le ricchezze in particolare; tutto questo capitolo di Luca sviluppa il tema definito come “abbandono di tutto per il Regno”.
Emerge la figura di Salomone, colui che diventa emblema dell’uomo perfetto interprete del pensiero divino così che Dio dice a lui: «uno come te non ci fu prima di te, né dopo di te sorgerà uno come te». La preghiera del re era stata la domanda di sapienza e non di potenza, un cuore attento e non superficiale, un discernimento profondo per gestire una giustizia giusta e non inficiata dall’interesse personale. La propensione di Salomone di farsi portatore e garante di una illuminata convivenza sociale attraverso l’amministrazione della giustizia intesa come soluzione dei conflitti, resta un monito ed un esempio valido per ogni epoca. Indubbiamente la cruna dell’ago se è passaggio già difficile per una corda grossa, figuriamoci per il cammello; fuori di metafora: non si dà piena realizzazione della vita quando gli obiettivi sono scadenti e materiali. Lo stesso Salomone, quando il suo regno si era ormai fatto molto potente e consolidato, aveva ceduto al fascino delle cose lasciandosi portare a spasso dai troppi piaceri comprati con le sue ricchezze; poco alla volta, il suo io era diventato il bene supremo e la sapienza sempre meno frequentata. Il notabile di cui ci parla Luca ha un problema analogo: che fine faccio, sembra pensare, se abbandono i beni che rendono apprezzabile ai miei occhi la mia esistenza?
C’è una sorta di simbiosi fra l’io e le cose possedute che rendono difficile il conseguimento del Regno di Dio. Quando leggiamo o sentiamo la parola Regno di Dio, che cosa ci viene da immaginare? Il Paradiso, pensa il nostro cuore credente; un’entità sconosciuta e poco comprensibile pensa invece il nostro io dubbioso. In realtà esso è anzitutto la presenza di Gesù tra noi che accompagna l’inizio di un nuovo tempo perché si faccia un nuovo mondo.
È indispensabile rimeditare e rimettere al centro dei nostri progetti questa prospettiva del Regno di Dio; il nostro tempo vive asfitticamente compresso fra lo spasmo verso il successo economico e l’anelito del benessere personale esclusivo e assoluto. La via tracciata dal vangelo e che oggi appare come l’unica capace di trattenerci sull’orlo del baratro sta proprio nel riscrivere la geografia della distribuzione dei beni della terra e nel ritrovamento dell’altro come indispensabile compagno dell’impegnativo ma gioioso cammino.
Dice Gesù, “Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt. 11,12): significa che l’impegno del discepolo esige coerenza e determinazione; l’involuzione individualistica dei nostri giorni suppone la presenza di strategie guidate da potenze mondane e deteriori che sembrano alimentarsi sacrificando innumerevoli vite umane.

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(Omelia del 14.08.2022 – Decima Domenica dopo Pentecoste)

Tutti e tre gli evangelisti sinottici raccontano del quesito su come meritare la vita beata o eterna; lo fanno però introducendo personaggi differenti: l’interlocutore di Gesù infatti, in Marco è “un tale” non qualificato, in Matteo è un giovane possidente, mentre in Luca il brano letto oggi parla di un capo detto anche notabile. L’insegnamento dei tre vangeli è identico ma in Luca c’è una sottolineatura particolare legata a quanto riportato poco prima in cui dice: “Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi…. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?”
La parabola narrava di quella povera donna vedova che chiedeva giustizia al giudice che proprio non voleva darle retta; l’insistenza cocciuta della donna alla fine avrà la meglio ma Gesù teme che una dedizione totale attraverso la preghiera col tempo si perderà e gli uomini non ne saranno forse più capaci. Il problema è il legame del cuore a qualcosa che impedisce la totale diponibilità per il Regno del Signore, le ricchezze in particolare; tutto questo capitolo di Luca sviluppa il tema definito come “abbandono di tutto per il Regno”.
Emerge la figura di Salomone, colui che diventa emblema dell’uomo perfetto interprete del pensiero divino così che Dio dice a lui: «uno come te non ci fu prima di te, né dopo di te sorgerà uno come te». La preghiera del re era stata la domanda di sapienza e non di potenza, un cuore attento e non superficiale, un discernimento profondo per gestire una giustizia giusta e non inficiata dall’interesse personale. La propensione di Salomone di farsi portatore e garante di una illuminata convivenza sociale attraverso l’amministrazione della giustizia intesa come soluzione dei conflitti, resta un monito ed un esempio valido per ogni epoca. Indubbiamente la cruna dell’ago se è passaggio già difficile per una corda grossa, figuriamoci per il cammello; fuori di metafora: non si dà piena realizzazione della vita quando gli obiettivi sono scadenti e materiali. Lo stesso Salomone, quando il suo regno si era ormai fatto molto potente e consolidato, aveva ceduto al fascino delle cose lasciandosi portare a spasso dai troppi piaceri comprati con le sue ricchezze; poco alla volta, il suo io era diventato il bene supremo e la sapienza sempre meno frequentata. Il notabile di cui ci parla Luca ha un problema analogo: che fine faccio, sembra pensare, se abbandono i beni che rendono apprezzabile ai miei occhi la mia esistenza?
C’è una sorta di simbiosi fra l’io e le cose possedute che rendono difficile il conseguimento del Regno di Dio. Quando leggiamo o sentiamo la parola Regno di Dio, che cosa ci viene da immaginare? Il Paradiso, pensa il nostro cuore credente; un’entità sconosciuta e poco comprensibile pensa invece il nostro io dubbioso. In realtà esso è anzitutto la presenza di Gesù tra noi che accompagna l’inizio di un nuovo tempo perché si faccia un nuovo mondo.
È indispensabile rimeditare e rimettere al centro dei nostri progetti questa prospettiva del Regno di Dio; il nostro tempo vive asfitticamente compresso fra lo spasmo verso il successo economico e l’anelito del benessere personale esclusivo e assoluto. La via tracciata dal vangelo e che oggi appare come l’unica capace di trattenerci sull’orlo del baratro sta proprio nel riscrivere la geografia della distribuzione dei beni della terra e nel ritrovamento dell’altro come indispensabile compagno dell’impegnativo ma gioioso cammino.
Dice Gesù, “Il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt. 11,12): significa che l’impegno del discepolo esige coerenza e determinazione; l’involuzione individualistica dei nostri giorni suppone la presenza di strategie guidate da potenze mondane e deteriori che sembrano alimentarsi sacrificando innumerevoli vite umane.

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