DESK E MEDIE

(Omelia del 21.08.2022 – Undicesima Domenica dopo Pentecoste)

Alcune parabole del vangelo sono proprie solo di Luca; e sono molto forti. Luca non è cresciuto in un contesto giudaico. Ha conosciuto Gesù ascoltando Paolo; prima aveva fatto studi di medicina nella nativa Antiochia e proprio nella sua città aveva ricevuto l’annuncio della buona novella. Sicuramente avrà scandagliato i ricordi dei primi discepoli dai quali raccolse quelle parabole che gli altri evangelisti non riportano: quella ora ascoltata del riccone e di Lazzaro, come anche quelle del samaritano e del figlio prodigo (detta anche del padre misericordioso).
La celeberrima storia del ricco epulone (che significa gaudente, ghiottone, crapulone) e del povero Lazzaro conclude un capitolo (il 16°) tutto imperniato sul tema dell’uso dei beni, tema centrale anche la scorsa domenica.
Anzitutto essa vuol essere un attacco alla mentalità dei farisei: Luca dice che erano “attaccati al denaro” (anzi, letteralmente, si dovrebbe tradurre “amici del denaro”).
Loro guardavano con sufficienza quel maestro di pauperismo, si facevano beffe di lui e lo consideravano un povero sciocco. Invece Gesù non lo è affatto e la sua lezione, proposta con la parabola, è categorica ed efficace.
Forse anche noi che oggi ascoltiamo questo vangelo, siamo fatti della stessa pasta dei farisei? Siamo anche noi “amici del denaro” come i destinatari della parabola? Parliamone. Siamo talora infastiditi dal richiamo alla solidarietà verso i Lazzari del nostro tempo; guardiamo la gente che dorme per strada o che chiede l’elemosina come fastidiosi disturbatori della nostro quieto vivere. Senza volerci spingere verso uno sterile senso di colpa per il nostro benessere e per l’altrui miseria, potremmo almeno riflettere sui perché di quanto accade. Non giova dire che ricchi e poveri esistono dalla preistoria e che nulla mai cambierà; Gesù precisa con estrema chiarezza la mancata adesione al regno che si concretizza anche nel rifiuto verso il povero Lazzaro porta al fallimento. La vita finisce miseramente; la scena delle sofferenze del ricco diventerà nei versi di Dante il famoso esito del contrappasso. Stiamo assistendo alle terribili conseguenze dei nuovi Achab che fanno guerre e vediamo come neanche loro hanno felicità duratura nella potenza economica. Tutta quella ricchezza del cosiddetto mondo occidentale soffre di provvisorietà e conferma la lettura della situazione messa in parabola da Gesù. Il Papa Francesco in visita ai nativi di alcune regioni canadesi si è trovato di fronte a una grande scritta che diceva “Cancella la dottrina della Scoperta”: era la concezione confermata da bolle pontificie che autorizzava la conquista di terre, la colonizzazione forzata e la schiavizzazione dei nativi; forse le gerarchie ecclesiastiche dell’epoca non leggevano le parabole e avevano aderito alla scuola dei predatori. Mentre il Papa condanna tutto ciò, il mondo continua su quella triste strada in forme diverse e le tragiche conseguenze della cultura della conquista, sia essa di terre o di mercati, appaiono in tutta la loro devastante realtà ai nostri occhi attoniti.
Un solo argine va allestito per fronteggiare la violenza del fiume in piena: è la chiamata al dialogo; non sono le armi, non la competizione: la vera non violenza non è star lontano dai conflitti (come avviene nella storia del buon samaritano da parte del sacerdote e del levita che voltano via gli sguardi), ma lavorare per avvicinare le parti divise e belligeranti.
C’è un segnale importante nella parabola: il ricco è anonimo, il povero ha un nome. Spiega il Borgonovo, biblista e arciprete del nostro Duomo: “La scelta di lasciare l’uomo ricco «sine nomine» è di grande suggestione. Se Lazzaro è ʾēl ʿāzar «Dio viene in aiuto», il ricco non ha neanche la dignità del nome: «nella prosperità l’uomo non comprende: assomiglia a una bestia che muore» (Sal 49,13. 21)”. Ai nostri giorni le parti si invertono: le “firme” (anche il brand) sono la declinazione della ricchezza, i poveri hanno perso il nome e sono semplicemente persone di strada, neri, richiedenti asilo, rifugiati. D’ora in avanti almeno li chiameremo Lazzaro.

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(Omelia del 21.08.2022 – Undicesima Domenica dopo Pentecoste)

Alcune parabole del vangelo sono proprie solo di Luca; e sono molto forti. Luca non è cresciuto in un contesto giudaico. Ha conosciuto Gesù ascoltando Paolo; prima aveva fatto studi di medicina nella nativa Antiochia e proprio nella sua città aveva ricevuto l’annuncio della buona novella. Sicuramente avrà scandagliato i ricordi dei primi discepoli dai quali raccolse quelle parabole che gli altri evangelisti non riportano: quella ora ascoltata del riccone e di Lazzaro, come anche quelle del samaritano e del figlio prodigo (detta anche del padre misericordioso).
La celeberrima storia del ricco epulone (che significa gaudente, ghiottone, crapulone) e del povero Lazzaro conclude un capitolo (il 16°) tutto imperniato sul tema dell’uso dei beni, tema centrale anche la scorsa domenica.
Anzitutto essa vuol essere un attacco alla mentalità dei farisei: Luca dice che erano “attaccati al denaro” (anzi, letteralmente, si dovrebbe tradurre “amici del denaro”).
Loro guardavano con sufficienza quel maestro di pauperismo, si facevano beffe di lui e lo consideravano un povero sciocco. Invece Gesù non lo è affatto e la sua lezione, proposta con la parabola, è categorica ed efficace.
Forse anche noi che oggi ascoltiamo questo vangelo, siamo fatti della stessa pasta dei farisei? Siamo anche noi “amici del denaro” come i destinatari della parabola? Parliamone. Siamo talora infastiditi dal richiamo alla solidarietà verso i Lazzari del nostro tempo; guardiamo la gente che dorme per strada o che chiede l’elemosina come fastidiosi disturbatori della nostro quieto vivere. Senza volerci spingere verso uno sterile senso di colpa per il nostro benessere e per l’altrui miseria, potremmo almeno riflettere sui perché di quanto accade. Non giova dire che ricchi e poveri esistono dalla preistoria e che nulla mai cambierà; Gesù precisa con estrema chiarezza la mancata adesione al regno che si concretizza anche nel rifiuto verso il povero Lazzaro porta al fallimento. La vita finisce miseramente; la scena delle sofferenze del ricco diventerà nei versi di Dante il famoso esito del contrappasso. Stiamo assistendo alle terribili conseguenze dei nuovi Achab che fanno guerre e vediamo come neanche loro hanno felicità duratura nella potenza economica. Tutta quella ricchezza del cosiddetto mondo occidentale soffre di provvisorietà e conferma la lettura della situazione messa in parabola da Gesù. Il Papa Francesco in visita ai nativi di alcune regioni canadesi si è trovato di fronte a una grande scritta che diceva “Cancella la dottrina della Scoperta”: era la concezione confermata da bolle pontificie che autorizzava la conquista di terre, la colonizzazione forzata e la schiavizzazione dei nativi; forse le gerarchie ecclesiastiche dell’epoca non leggevano le parabole e avevano aderito alla scuola dei predatori. Mentre il Papa condanna tutto ciò, il mondo continua su quella triste strada in forme diverse e le tragiche conseguenze della cultura della conquista, sia essa di terre o di mercati, appaiono in tutta la loro devastante realtà ai nostri occhi attoniti.
Un solo argine va allestito per fronteggiare la violenza del fiume in piena: è la chiamata al dialogo; non sono le armi, non la competizione: la vera non violenza non è star lontano dai conflitti (come avviene nella storia del buon samaritano da parte del sacerdote e del levita che voltano via gli sguardi), ma lavorare per avvicinare le parti divise e belligeranti.
C’è un segnale importante nella parabola: il ricco è anonimo, il povero ha un nome. Spiega il Borgonovo, biblista e arciprete del nostro Duomo: “La scelta di lasciare l’uomo ricco «sine nomine» è di grande suggestione. Se Lazzaro è ʾēl ʿāzar «Dio viene in aiuto», il ricco non ha neanche la dignità del nome: «nella prosperità l’uomo non comprende: assomiglia a una bestia che muore» (Sal 49,13. 21)”. Ai nostri giorni le parti si invertono: le “firme” (anche il brand) sono la declinazione della ricchezza, i poveri hanno perso il nome e sono semplicemente persone di strada, neri, richiedenti asilo, rifugiati. D’ora in avanti almeno li chiameremo Lazzaro.

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