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(Omelia del 06.11.2022 – Solennità di Cristo Re)

Si chiude l’anno del calendario liturgico con la solenne proclamazione di Gesù come il re dell’universo. Lasciamo stare le ragioni storiche che indussero Pio XI ad introdurre questa festa: ci porterebbero fuori tema; era la risposta al tentativo degli inizi del novecento di mettere la Chiesa e i cristiani fuori dai giochi della società politica e sociale attraverso laicismo e secolarismo, ma era anche la risposta a chi voleva usare la religione per altri scopi.
Purtroppo non ci appare una scelta felice quella di mettere in testa a Cristo la corona di un monarca; infatti a noi la regalità fa venire alla mente le immagini appena viste del funerale della regina Elisabetta. Non c’entra nulla con la vita, le parole e i gesti del Signore. Il potere non è la cifra per definire la statura del Figlio dell’uomo, come ama chiamarsi Gesù. Cerchiamo di capire il senso di questo vangelo odierno, ultimo insegnamento di Gesù prima della sua Passione. Che cos’è questo che sembra essere un giudizio finale dell’umanità? Benedetti e maledetti, salvati e cancellati, liberi o incatenati per sempre; il racconto giunge come conclusione di una serie di tre parabole: le dieci ragazze e l’olio che manca, i talenti affidati e il talento nascosto ed ora le situazioni della vita quotidiana come la malattia, la povertà, l’esclusione, la fame, la solitudine. La domanda è: che cosa conta? Che cosa fa la differenza così che si possa dire che la vita è giusta e riuscita? Anzitutto dobbiamo dire che non siamo di fronte ad una rappresentazione teatrale del giudizio finale. Poi va detto che il fuoco eterno e la vita eterna non sono l’inferno e il paradiso; qui si parla di vite sciupate e di esistenze positive. Che cosa fa la differenza? È l’atteggiamento verso i fratelli più piccoli, come li chiama Gesù; quelli cioè che si trovano in una condizione di insufficienza. Sono loro l’elemento che determina benedizione o maledizione. Guardiamo allora la distanza fra la mentalità evangelica e quella oggi più diffusa; le decisioni, anche le ultime delle politiche nazionali e non, vanno sotto il segno del garantire sicurezza; una società sicura, una società controllata, monitorata, limitata, che ha come strumenti la telecamera, la spiata e il bastone. Quanto più si spaventa la gente mostrando quanto pericoloso è vivere oggi, tanto più si arriva a irregimentare tutto. Ma il circolo è vizioso perché se si propaganda il possedere come obiettivo più alto e si sprona al consumismo (presto avremo black friday e il babbo natale dei regali) si scatenano tutti i peggiori modi per arrivarci. La differenza nelle parole di Gesù non è la sicurezza; l’olio mancante delle cinque ragazze stolte e la moneta sotterrata sono la conseguenza della rifiutata fraternità. La differenza è la logica della prossimità e non della distanza. Fratelli tutti dice Francesco papa, non è un refrain qualsiasi ma la vera profezia di cui il mondo abbisogna. Questo è benedizione; l’amore: non qualcosa di eroico o di eccezionale, ma nelle cose più normali come condividere il pane, il vestito, la presenza, insomma quelle che da bambini al catechismo ci insegnavano come le 7 opere di misericordia, quelle stupendamente rappresentate da Caravaggio nella famosissima pala dell’altare della chiesa del Pio Monte di Napoli. Oggi, festa del re Gesù, ci viene detto che ciò che rende la vita un po’ più bella, un po’ più vivibile non è la sicurezza ma la condivisione.
Eppure troppo spesso pensiamo che non sia quella la vera via: infatti nel testo si sottolinea la nostra sorpresa e diciamo “ma quando mai” abbiamo o non abbiamo fatto? La normalità non è quella del giudicare e quindi dividere; unire, creare comunione, produrre progetti di semplicità e di essenzialità. Qualcuno fra noi ricorderà i tempi in cui a scuola quando il maestro doveva uscire di classe per qualche motivo, metteva un alunno alla lavagna e gli diceva: “Dividi con una riga e scriverai di qui buoni e di lì cattivi, che poi ci penso io quando arrivo”. Gesù non seleziona ma prende atto delle nostre scelte.
Un ultimo pensiero che ultimamente mi ritorna spesso. L’assenza delle opere di amore non è tanto presente nelle nostre confessioni; più spesso chiediamo perdono per le messe non ascoltate o per le preghiere non dette. È come se vivessimo in un ambiente prefabbricato, ma non con pareti di cartongesso che può essere rotto in un attimo, ma con muri di gomma che tornano sempre al loro stato e non sono soggetti a modifica.
Qualcosa di rivoluzionario insegna e propone il vangelo; Gesù entra re in Sion sull’asino e non a cavallo, fugge quando gli vogliono dare il titolo regale e una volta davanti a Pilato spiega che sì ha un regno ma non di questo mondo, dove la parola mondo indica uno stampo e non un tempo.

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(Omelia del 06.11.2022 – Solennità di Cristo Re)

Si chiude l’anno del calendario liturgico con la solenne proclamazione di Gesù come il re dell’universo. Lasciamo stare le ragioni storiche che indussero Pio XI ad introdurre questa festa: ci porterebbero fuori tema; era la risposta al tentativo degli inizi del novecento di mettere la Chiesa e i cristiani fuori dai giochi della società politica e sociale attraverso laicismo e secolarismo, ma era anche la risposta a chi voleva usare la religione per altri scopi.
Purtroppo non ci appare una scelta felice quella di mettere in testa a Cristo la corona di un monarca; infatti a noi la regalità fa venire alla mente le immagini appena viste del funerale della regina Elisabetta. Non c’entra nulla con la vita, le parole e i gesti del Signore. Il potere non è la cifra per definire la statura del Figlio dell’uomo, come ama chiamarsi Gesù. Cerchiamo di capire il senso di questo vangelo odierno, ultimo insegnamento di Gesù prima della sua Passione. Che cos’è questo che sembra essere un giudizio finale dell’umanità? Benedetti e maledetti, salvati e cancellati, liberi o incatenati per sempre; il racconto giunge come conclusione di una serie di tre parabole: le dieci ragazze e l’olio che manca, i talenti affidati e il talento nascosto ed ora le situazioni della vita quotidiana come la malattia, la povertà, l’esclusione, la fame, la solitudine. La domanda è: che cosa conta? Che cosa fa la differenza così che si possa dire che la vita è giusta e riuscita? Anzitutto dobbiamo dire che non siamo di fronte ad una rappresentazione teatrale del giudizio finale. Poi va detto che il fuoco eterno e la vita eterna non sono l’inferno e il paradiso; qui si parla di vite sciupate e di esistenze positive. Che cosa fa la differenza? È l’atteggiamento verso i fratelli più piccoli, come li chiama Gesù; quelli cioè che si trovano in una condizione di insufficienza. Sono loro l’elemento che determina benedizione o maledizione. Guardiamo allora la distanza fra la mentalità evangelica e quella oggi più diffusa; le decisioni, anche le ultime delle politiche nazionali e non, vanno sotto il segno del garantire sicurezza; una società sicura, una società controllata, monitorata, limitata, che ha come strumenti la telecamera, la spiata e il bastone. Quanto più si spaventa la gente mostrando quanto pericoloso è vivere oggi, tanto più si arriva a irregimentare tutto. Ma il circolo è vizioso perché se si propaganda il possedere come obiettivo più alto e si sprona al consumismo (presto avremo black friday e il babbo natale dei regali) si scatenano tutti i peggiori modi per arrivarci. La differenza nelle parole di Gesù non è la sicurezza; l’olio mancante delle cinque ragazze stolte e la moneta sotterrata sono la conseguenza della rifiutata fraternità. La differenza è la logica della prossimità e non della distanza. Fratelli tutti dice Francesco papa, non è un refrain qualsiasi ma la vera profezia di cui il mondo abbisogna. Questo è benedizione; l’amore: non qualcosa di eroico o di eccezionale, ma nelle cose più normali come condividere il pane, il vestito, la presenza, insomma quelle che da bambini al catechismo ci insegnavano come le 7 opere di misericordia, quelle stupendamente rappresentate da Caravaggio nella famosissima pala dell’altare della chiesa del Pio Monte di Napoli. Oggi, festa del re Gesù, ci viene detto che ciò che rende la vita un po’ più bella, un po’ più vivibile non è la sicurezza ma la condivisione.
Eppure troppo spesso pensiamo che non sia quella la vera via: infatti nel testo si sottolinea la nostra sorpresa e diciamo “ma quando mai” abbiamo o non abbiamo fatto? La normalità non è quella del giudicare e quindi dividere; unire, creare comunione, produrre progetti di semplicità e di essenzialità. Qualcuno fra noi ricorderà i tempi in cui a scuola quando il maestro doveva uscire di classe per qualche motivo, metteva un alunno alla lavagna e gli diceva: “Dividi con una riga e scriverai di qui buoni e di lì cattivi, che poi ci penso io quando arrivo”. Gesù non seleziona ma prende atto delle nostre scelte.
Un ultimo pensiero che ultimamente mi ritorna spesso. L’assenza delle opere di amore non è tanto presente nelle nostre confessioni; più spesso chiediamo perdono per le messe non ascoltate o per le preghiere non dette. È come se vivessimo in un ambiente prefabbricato, ma non con pareti di cartongesso che può essere rotto in un attimo, ma con muri di gomma che tornano sempre al loro stato e non sono soggetti a modifica.
Qualcosa di rivoluzionario insegna e propone il vangelo; Gesù entra re in Sion sull’asino e non a cavallo, fugge quando gli vogliono dare il titolo regale e una volta davanti a Pilato spiega che sì ha un regno ma non di questo mondo, dove la parola mondo indica uno stampo e non un tempo.

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