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(Omelia del 09.04.2023 – Domenica di Pasqua)

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“Donna perché piangi? Chi cerchi?”. Queste sono le prime domande che nascono in cuore nella Pasqua di quel lontano giorno e nelle nostre pasque di oggi. L’interrogativo del cuore umano aveva aperto l’incontro dei primi uomini chiamati da Gesù a stare con lui: “Che cercate?”. Gesù lo chiedeva ad Andrea il quale rispose con quell’espressione che denuncia l’insufficienza di quel che sappiamo: “Dove abiti?”. Abbiamo percepito qualcosa di straordinario ma non è tutto quel che ci serve per andare avanti. Il discepolo era semplicemente all’inizio di una ricerca. Diversa la situazione di Maria al sepolcro, come si vede bene dalla sua risposta: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Sapeva benissimo chi cercava; il suo Signore è colui che l’aveva salvata da una vita di dolorosi sbagli e che le aveva regalato la bellezza di un vivere altro. Gli occhi non vedono in quel giardiniere il suo signore, perché sono occhi stanchi dal pianto e dall’insonnia; ma l’orecchio del cuore è pronto a raccogliere le note del suo nome cantato dalla voce del Maestro. E tutto ha inizio: bisogna farlo sapere che Gesù è vivo per sempre e che il suo sposare l’uomo è vittoria su tutto.

Giusta è la scelta di questo vangelo per la messa del mattino di Pasqua. Esso viene incontro agli stessi sentimenti che ci hanno attraversato nella prima giornata del triduo sacro, quella della cena ultima conclusasi sul Calvario. Anche noi siamo stati colti dal pianto di fronte alle trame del tradimento e dalla sua decisa volontà di non scendere dal patibolo da parte del Signore. Credevamo di aver trovato la risposta a tutto, proprio come ci dicono i due delusissimi discepoli che tornano a casa verso Emmaus. Eravamo pronti a partecipare ad una incoronazione di un re che si era reso degno di tale titolo in soli tre anni di bene profuso a valanga con parole e azioni mai viste prima. Non avevamo capito che sulla croce Dio sale per stare con noi. Egli entra nella morte perché nella morte entra ogni figlio suo e perciò nella morte può incontrare tutti i suoi figli. Chiunque di noi, se potesse, scenderebbe in fretta dalla croce. Solo il nostro Dio, Gesù di Nazareth, non scende dalla croce. La croce è il luogo dove il nostro Dio si innamora di ogni uomo. San Giovanni della Croce diceva: Il monte Calvario è il monte dell’amore. Ogni amore, che non nasce sul Calvario, è superficiale e pericoloso.

E però viene da chiederci: Dio mio, tu hai voluto essere libero di accettare il dolore, ma perché anche a noi che non lo vogliamo dovremmo fare lo stesso? Padre Turoldo diceva: Accettare il dolore è cosa eroica perché il dolore è davvero disumano. Disumani quei volti sfigurati dagli stenti della fame, della vita di strada, dal non saper come fare il giorno dopo, vicino e lontano da noi. Sarebbe davvero cosa buona e giusta contemplare il mistero della Passione di Cristo, nei volti di tutti questi fratelli e sorelle.

Vista così, la croce è la scoperta del vero volto di Dio. Tutto diverso da quello che avevamo immaginato: quello che avrebbe fatto giustizia di ogni ingiustizia e che avrebbe cancellato ogni disperazione umana. Dio diverso anche da quello descritto come insensibile e quasi crudele, nel mandare a morte Gesù; è vero che non ha fermato gli accusatori e i giudici umani corrotti e falsi, ma non è stato Lui ad armare la loro mano di martello e chiodi.

Gesù ha offerto tutto sé stesso per testimoniare che Dio è con noi; per questo si è chiamato Emanuele. Gesù non è venuto tra di noi per spiegarci il dolore, ma per riempirlo della sua presenza. Lasciando vuoto il suo sepolcro, ci assicura che la vita è per sempre e che, se vissuta come la sua, è capace di svuotare anche tutti i nostri sepolcri.

Il perché del pianto di Maria e il motivo del suo cercare continua ad essere presente nelle nostre lacrime e nella nostra ricerca. Questa Pasqua tormentata da enormi interrogativi non lasciamo che sia sminuita nella sua lezione profonda di amore donato e non trascuriamo l’appello ad orientarci verso la conversione nella direzione di quel modello che neppure la croce ha sconfitto.

 

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(Omelia del 09.04.2023 – Domenica di Pasqua)

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“Donna perché piangi? Chi cerchi?”. Queste sono le prime domande che nascono in cuore nella Pasqua di quel lontano giorno e nelle nostre pasque di oggi. L’interrogativo del cuore umano aveva aperto l’incontro dei primi uomini chiamati da Gesù a stare con lui: “Che cercate?”. Gesù lo chiedeva ad Andrea il quale rispose con quell’espressione che denuncia l’insufficienza di quel che sappiamo: “Dove abiti?”. Abbiamo percepito qualcosa di straordinario ma non è tutto quel che ci serve per andare avanti. Il discepolo era semplicemente all’inizio di una ricerca. Diversa la situazione di Maria al sepolcro, come si vede bene dalla sua risposta: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. Sapeva benissimo chi cercava; il suo Signore è colui che l’aveva salvata da una vita di dolorosi sbagli e che le aveva regalato la bellezza di un vivere altro. Gli occhi non vedono in quel giardiniere il suo signore, perché sono occhi stanchi dal pianto e dall’insonnia; ma l’orecchio del cuore è pronto a raccogliere le note del suo nome cantato dalla voce del Maestro. E tutto ha inizio: bisogna farlo sapere che Gesù è vivo per sempre e che il suo sposare l’uomo è vittoria su tutto.

Giusta è la scelta di questo vangelo per la messa del mattino di Pasqua. Esso viene incontro agli stessi sentimenti che ci hanno attraversato nella prima giornata del triduo sacro, quella della cena ultima conclusasi sul Calvario. Anche noi siamo stati colti dal pianto di fronte alle trame del tradimento e dalla sua decisa volontà di non scendere dal patibolo da parte del Signore. Credevamo di aver trovato la risposta a tutto, proprio come ci dicono i due delusissimi discepoli che tornano a casa verso Emmaus. Eravamo pronti a partecipare ad una incoronazione di un re che si era reso degno di tale titolo in soli tre anni di bene profuso a valanga con parole e azioni mai viste prima. Non avevamo capito che sulla croce Dio sale per stare con noi. Egli entra nella morte perché nella morte entra ogni figlio suo e perciò nella morte può incontrare tutti i suoi figli. Chiunque di noi, se potesse, scenderebbe in fretta dalla croce. Solo il nostro Dio, Gesù di Nazareth, non scende dalla croce. La croce è il luogo dove il nostro Dio si innamora di ogni uomo. San Giovanni della Croce diceva: Il monte Calvario è il monte dell’amore. Ogni amore, che non nasce sul Calvario, è superficiale e pericoloso.

E però viene da chiederci: Dio mio, tu hai voluto essere libero di accettare il dolore, ma perché anche a noi che non lo vogliamo dovremmo fare lo stesso? Padre Turoldo diceva: Accettare il dolore è cosa eroica perché il dolore è davvero disumano. Disumani quei volti sfigurati dagli stenti della fame, della vita di strada, dal non saper come fare il giorno dopo, vicino e lontano da noi. Sarebbe davvero cosa buona e giusta contemplare il mistero della Passione di Cristo, nei volti di tutti questi fratelli e sorelle.

Vista così, la croce è la scoperta del vero volto di Dio. Tutto diverso da quello che avevamo immaginato: quello che avrebbe fatto giustizia di ogni ingiustizia e che avrebbe cancellato ogni disperazione umana. Dio diverso anche da quello descritto come insensibile e quasi crudele, nel mandare a morte Gesù; è vero che non ha fermato gli accusatori e i giudici umani corrotti e falsi, ma non è stato Lui ad armare la loro mano di martello e chiodi.

Gesù ha offerto tutto sé stesso per testimoniare che Dio è con noi; per questo si è chiamato Emanuele. Gesù non è venuto tra di noi per spiegarci il dolore, ma per riempirlo della sua presenza. Lasciando vuoto il suo sepolcro, ci assicura che la vita è per sempre e che, se vissuta come la sua, è capace di svuotare anche tutti i nostri sepolcri.

Il perché del pianto di Maria e il motivo del suo cercare continua ad essere presente nelle nostre lacrime e nella nostra ricerca. Questa Pasqua tormentata da enormi interrogativi non lasciamo che sia sminuita nella sua lezione profonda di amore donato e non trascuriamo l’appello ad orientarci verso la conversione nella direzione di quel modello che neppure la croce ha sconfitto.

 

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