DESK E MEDIE

(Omelia del 19.06.2022 – Seconda Domenica dopo Pentecoste)

Il bisogno del cibo e del vestito nasce col nostro venire alla luce; si nasce nudi ed affamati. Esigenze primarie e ineliminabili. L’Eden, il giardino pensato da Dio per l’uomo è l’unica condizione che può prescindere dal vestito e dal cibo. Infatti è durata un attimo e la si ritroverà alla fine, oltre la terra.
Gesù interviene in argomento e il suo insegnamento è come sempre deciso e preciso. La nostra traduzione dice “non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete”. Detta così, sembrerebbe un invito al disimpegno; sono inutili problemi quelli per i quali ci affliggiamo, ma non è così. Sappiamo che la miseria, cioè l’assenza di cibo e vestito, è qualcosa di assai preoccupante: impossibile non farci caso! Cosa voleva allora dirci Gesù: sarebbe inaccettabile un’interpretazione delle parole di Gesù come la squalifica del vivere terreno. Sarebbe anacronistico ed errato optare per un disprezzo dei beni materiali e degli strumenti per generarli. Il sottinteso delle parole di Gesù è un altro: quando la corsa al cibo e al vestito diventano il tuo primo interesse, a quel punto non sei più un uomo libero a servizio di un progetto qualificante che nella creazione ti era stato messo fra le mani. Diventi un servitore di un sistema che prima o poi ti schiaccerà. Lo aveva appena detto Gesù: il brano di vangelo odierno va letto infatti a cominciare dal versetto che lo precede: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Dio e ricchezza, spirito e materia. Non è bello stare sempre su questi dualismi: bene e male, luce e tenebre; il mondo contiene e mescola un po’ tutto, ma bisogna mettere in ordine le cose. Dunque la suggerita “non preoccupazione” è da intendersi in modo più pregnante: non affidate tutto il vostro cercare al demone del successo materiale. E qui siamo di fronte alla caratteristica troppo diffusa dell’umanità di oggi: è l’affannarsi, il quotidiano tarlo del nostro vivere. Il ricorso al denaro come scelta rassicurante è pensiero comune; quante volte sentiamo dire: “se vincessi alla lotteria, avrei risolto tutti i miei problemi”. Viviamo tempi difficili, siamo onesti; le incertezze economiche di tantissime persone e la friabilità della ricchezza detenuta dalla classe media in via di estinzione, spiegano il pesante livello raggiunto dall’affannarsi. In più siamo in tempo di guerra in Europa e nel mondo: i pericoli che si profilano all’orizzonte, visibili anche senza telescopi, acuiscono la rincorsa verso qualcosa che ti salvi materialmente; si procede anche senza troppo badare per il sottile, seguaci di un’etica che ha smarrito il rispetto dell’altro. Siamo di fronte a quanto Gesù predice: l’amore per il potere ti mangia vivo se tu non insegui il potere dell’amore.
Dunque: il richiamo di Gesù ai gigli del campo e agli uccelli del cielo non è di certo la proclamazione di un manifesto ecologico e neppure un’isterica reazione all’invasività del prodotto del progresso. Anzi è un alto invito a rifiutare l’esasperazione dell’agire, la frenesia del guadagnare, la brutalità nell’approccio alla natura, e invece a promuovere con determinazione l’armonia uomo/cosmo incrinata dall’egoismo della produzione e dalla superficialità e volgarità consumistica.
Gente di poca fede, dice il Signore: crediamo alla Provvidenza? In tempi come i nostri si fa fatica: che provvido è il Dio che lascia i bambini nelle cantine ucraine per settimane e mesi? Ma è proprio dei tempi difficili la necessità si credere alla Provvidenza e pensare che Dio non si ferma perché noi siamo come siamo.

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(Omelia del 19.06.2022 – Seconda Domenica dopo Pentecoste)

Il bisogno del cibo e del vestito nasce col nostro venire alla luce; si nasce nudi ed affamati. Esigenze primarie e ineliminabili. L’Eden, il giardino pensato da Dio per l’uomo è l’unica condizione che può prescindere dal vestito e dal cibo. Infatti è durata un attimo e la si ritroverà alla fine, oltre la terra.
Gesù interviene in argomento e il suo insegnamento è come sempre deciso e preciso. La nostra traduzione dice “non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete”. Detta così, sembrerebbe un invito al disimpegno; sono inutili problemi quelli per i quali ci affliggiamo, ma non è così. Sappiamo che la miseria, cioè l’assenza di cibo e vestito, è qualcosa di assai preoccupante: impossibile non farci caso! Cosa voleva allora dirci Gesù: sarebbe inaccettabile un’interpretazione delle parole di Gesù come la squalifica del vivere terreno. Sarebbe anacronistico ed errato optare per un disprezzo dei beni materiali e degli strumenti per generarli. Il sottinteso delle parole di Gesù è un altro: quando la corsa al cibo e al vestito diventano il tuo primo interesse, a quel punto non sei più un uomo libero a servizio di un progetto qualificante che nella creazione ti era stato messo fra le mani. Diventi un servitore di un sistema che prima o poi ti schiaccerà. Lo aveva appena detto Gesù: il brano di vangelo odierno va letto infatti a cominciare dal versetto che lo precede: “Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Dio e ricchezza, spirito e materia. Non è bello stare sempre su questi dualismi: bene e male, luce e tenebre; il mondo contiene e mescola un po’ tutto, ma bisogna mettere in ordine le cose. Dunque la suggerita “non preoccupazione” è da intendersi in modo più pregnante: non affidate tutto il vostro cercare al demone del successo materiale. E qui siamo di fronte alla caratteristica troppo diffusa dell’umanità di oggi: è l’affannarsi, il quotidiano tarlo del nostro vivere. Il ricorso al denaro come scelta rassicurante è pensiero comune; quante volte sentiamo dire: “se vincessi alla lotteria, avrei risolto tutti i miei problemi”. Viviamo tempi difficili, siamo onesti; le incertezze economiche di tantissime persone e la friabilità della ricchezza detenuta dalla classe media in via di estinzione, spiegano il pesante livello raggiunto dall’affannarsi. In più siamo in tempo di guerra in Europa e nel mondo: i pericoli che si profilano all’orizzonte, visibili anche senza telescopi, acuiscono la rincorsa verso qualcosa che ti salvi materialmente; si procede anche senza troppo badare per il sottile, seguaci di un’etica che ha smarrito il rispetto dell’altro. Siamo di fronte a quanto Gesù predice: l’amore per il potere ti mangia vivo se tu non insegui il potere dell’amore.
Dunque: il richiamo di Gesù ai gigli del campo e agli uccelli del cielo non è di certo la proclamazione di un manifesto ecologico e neppure un’isterica reazione all’invasività del prodotto del progresso. Anzi è un alto invito a rifiutare l’esasperazione dell’agire, la frenesia del guadagnare, la brutalità nell’approccio alla natura, e invece a promuovere con determinazione l’armonia uomo/cosmo incrinata dall’egoismo della produzione e dalla superficialità e volgarità consumistica.
Gente di poca fede, dice il Signore: crediamo alla Provvidenza? In tempi come i nostri si fa fatica: che provvido è il Dio che lascia i bambini nelle cantine ucraine per settimane e mesi? Ma è proprio dei tempi difficili la necessità si credere alla Provvidenza e pensare che Dio non si ferma perché noi siamo come siamo.

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