DESK E MEDIE
(Omelia del 01.09.2024 – prima Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)
Guardo Giovanni Battista sulla riva del fiume, il Giordano; sta invitando la folla a entrare nell’acqua. Mi vengono in mente le immagini del grande fiume, il Gange; gli si attribuiscono poteri benefici. Penso ai numerosi santuari mariani dove l’acqua è veicolo di grazie speciali. Cuore della natura, l’acqua, è all’origine della vita e per questo assume tante declinazioni legate alla spiritualità, alla religione e all’esperienza degli uomini.
Oggi poi si celebra la giornata del creato: “Spera e agisci con il creato”, questo il titolo che introduce alla diciannovesima edizione della giornata. Va ricordato anche come in varie parti d’Italia si svolgono manifestazioni e convegni per tutto il mese di settembre fino al 4 ottobre festa di San Francesco d’Assisi, giorno conclusivo delle varie iniziative.
Nel suo messaggio, il Papa mostra tutta la sua preoccupazione per il gemito della terra martoriata da troppe ferite; in questa fase sembrano prevalere logiche distruttive con un uso distruttivo delle risorse e con il proliferare dei conflitti armati. Tuttavia l’appello a non lasciare in disparte la speranza è molto pressante: “La terra geme e manifesta inquietudine e sofferenza, insieme ad anelito e desiderio. Il gemito esprime fiducia in Dio e affidamento alla sua compagnia affettuosa ed esigente, in vista della realizzazione del suo disegno, che è gioia, amore e pace nello Spirito Santo. Tutta la creazione è coinvolta in questo processo di una nuova nascita e, gemendo, attende la liberazione: si tratta di una crescita nascosta che matura, quasi granello di senape che diventa albero grande o lievito nella pasta.”
Torniamo però a Giovanni Battista; una serie di domeniche dopo il 29 agosto prendono il nome dal suo martirio. Che cosa ha dettato la scelta della liturgia? Ci eravamo lasciati con i discorsi di Gesù sulla missione evangelizzatrice; i discepoli erano stati formati ed istruiti sul da farsi, dopo di che si tratta di misurarsi sul come è stato praticato il mandato missionario. La cosa è importante perché non riguarda solo l’epoca apostolica, ma anche la nostra e noi tutti; ci ripetevamo le scorse domeniche che anche per noi la missione nasce con il Battesimo.
Il Vangelo che ora abbiamo ascoltato mostra alcuni punti importanti e a partire da essi verifichiamo la nostra vita personale.
Operare per il Regno non è esclusiva di qualcuno; tutti a servizio di Gesù via verità e vita: il Battista lo dice chiaro ai suoi seguaci che gelosamente vorrebbero il primato. Così quella che molto spesso si riscontra come faziosità nelle comunità ecclesiali è duramente liquidata dalle parole del profeta.
Un secondo dato riguarda la parola martire: nella lingua greca, martire non è la vittima dei carnefici; significa precisamente “testimone” cioè colui che offre con la propria vita la visibilità di un messaggio essenziale per il bene dell’umanità. Quale evidenza del vangelo la mia vita trasmette e impersona? La nostra è comunità testimoniale?
Inoltre, una caratteristica del testimone sarà l’evitare di affermare sè stesso invece che il vangelo: è bene che io “sparisca” (o diminuisca) perché “appaia” Gesù Salvatore. Il Battista indica la via dell’umiltà e del servizio. Egli dice, cioè, che il riferimento non è il singolo predicatore o annunciatore: questi è puro strumento transitorio, ma conta invece l’annunciato o colui che è “predicato”, passi la parola, perché viene dall’alto e porta il cielo in terra. Una attenzione da avere in particolare oggi in un momento storico in cui le figure rivestite d’autorità dalla gente sembrano dei plenipotenziari che riportano tutto sul sé. Agire inversamente vuol dire cadere nell’errore deprecato anche nella lettura del profeta Isaia: “questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me”. Fenomeno che si incontra in ogni epoca nell’ambito religioso è proprio questo vivere e praticare esteriormente i contenuti di questa o quella tradizione, così come si indossa un abito o una divisa identificativa, mentre i veri obiettivi sono tutt’altro.
Ultimo pensiero suggerito da Giovanni Battista: lui si definisce amico dello sposo che gioisce della sua presenza; non ha usato titoli speciali come quelli dei potenti della terra. Ha spesso schiaffeggiato con le sue invettive i capi che si incensano da soli con la loro posizione di potere. Che bello questo sottolineare la parola amico, amicizia. Un Dio per amico verrebbe da dire. Sì perché si tratta di un amico straordinario, specifica Giovanni: “Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza”.
Gesù ha voluto chiamare i suoi discepoli amici; non è cosa da poco se pensiamo che normalmente la figura del seguace era presentata come quella del servo. Per noi essere testimoni, vorrà dire manifestare questa amicizia.
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(Omelia del 01.09.2024 – prima Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore)
Guardo Giovanni Battista sulla riva del fiume, il Giordano; sta invitando la folla a entrare nell’acqua. Mi vengono in mente le immagini del grande fiume, il Gange; gli si attribuiscono poteri benefici. Penso ai numerosi santuari mariani dove l’acqua è veicolo di grazie speciali. Cuore della natura, l’acqua, è all’origine della vita e per questo assume tante declinazioni legate alla spiritualità, alla religione e all’esperienza degli uomini.
Oggi poi si celebra la giornata del creato: “Spera e agisci con il creato”, questo il titolo che introduce alla diciannovesima edizione della giornata. Va ricordato anche come in varie parti d’Italia si svolgono manifestazioni e convegni per tutto il mese di settembre fino al 4 ottobre festa di San Francesco d’Assisi, giorno conclusivo delle varie iniziative.
Nel suo messaggio, il Papa mostra tutta la sua preoccupazione per il gemito della terra martoriata da troppe ferite; in questa fase sembrano prevalere logiche distruttive con un uso distruttivo delle risorse e con il proliferare dei conflitti armati. Tuttavia l’appello a non lasciare in disparte la speranza è molto pressante: “La terra geme e manifesta inquietudine e sofferenza, insieme ad anelito e desiderio. Il gemito esprime fiducia in Dio e affidamento alla sua compagnia affettuosa ed esigente, in vista della realizzazione del suo disegno, che è gioia, amore e pace nello Spirito Santo. Tutta la creazione è coinvolta in questo processo di una nuova nascita e, gemendo, attende la liberazione: si tratta di una crescita nascosta che matura, quasi granello di senape che diventa albero grande o lievito nella pasta.”
Torniamo però a Giovanni Battista; una serie di domeniche dopo il 29 agosto prendono il nome dal suo martirio. Che cosa ha dettato la scelta della liturgia? Ci eravamo lasciati con i discorsi di Gesù sulla missione evangelizzatrice; i discepoli erano stati formati ed istruiti sul da farsi, dopo di che si tratta di misurarsi sul come è stato praticato il mandato missionario. La cosa è importante perché non riguarda solo l’epoca apostolica, ma anche la nostra e noi tutti; ci ripetevamo le scorse domeniche che anche per noi la missione nasce con il Battesimo.
Il Vangelo che ora abbiamo ascoltato mostra alcuni punti importanti e a partire da essi verifichiamo la nostra vita personale.
Operare per il Regno non è esclusiva di qualcuno; tutti a servizio di Gesù via verità e vita: il Battista lo dice chiaro ai suoi seguaci che gelosamente vorrebbero il primato. Così quella che molto spesso si riscontra come faziosità nelle comunità ecclesiali è duramente liquidata dalle parole del profeta.
Un secondo dato riguarda la parola martire: nella lingua greca, martire non è la vittima dei carnefici; significa precisamente “testimone” cioè colui che offre con la propria vita la visibilità di un messaggio essenziale per il bene dell’umanità. Quale evidenza del vangelo la mia vita trasmette e impersona? La nostra è comunità testimoniale?
Inoltre, una caratteristica del testimone sarà l’evitare di affermare sè stesso invece che il vangelo: è bene che io “sparisca” (o diminuisca) perché “appaia” Gesù Salvatore. Il Battista indica la via dell’umiltà e del servizio. Egli dice, cioè, che il riferimento non è il singolo predicatore o annunciatore: questi è puro strumento transitorio, ma conta invece l’annunciato o colui che è “predicato”, passi la parola, perché viene dall’alto e porta il cielo in terra. Una attenzione da avere in particolare oggi in un momento storico in cui le figure rivestite d’autorità dalla gente sembrano dei plenipotenziari che riportano tutto sul sé. Agire inversamente vuol dire cadere nell’errore deprecato anche nella lettura del profeta Isaia: “questo popolo si avvicina a me solo con la sua bocca e mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me”. Fenomeno che si incontra in ogni epoca nell’ambito religioso è proprio questo vivere e praticare esteriormente i contenuti di questa o quella tradizione, così come si indossa un abito o una divisa identificativa, mentre i veri obiettivi sono tutt’altro.
Ultimo pensiero suggerito da Giovanni Battista: lui si definisce amico dello sposo che gioisce della sua presenza; non ha usato titoli speciali come quelli dei potenti della terra. Ha spesso schiaffeggiato con le sue invettive i capi che si incensano da soli con la loro posizione di potere. Che bello questo sottolineare la parola amico, amicizia. Un Dio per amico verrebbe da dire. Sì perché si tratta di un amico straordinario, specifica Giovanni: “Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza”.
Gesù ha voluto chiamare i suoi discepoli amici; non è cosa da poco se pensiamo che normalmente la figura del seguace era presentata come quella del servo. Per noi essere testimoni, vorrà dire manifestare questa amicizia.







