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(Omelia del 07.04.2024 – seconda Domenica di Pasqua)

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Una domenica fin troppo carica di messaggi. Dopo l’Ottava di Pasqua la liturgia vuol farci capire che cosa cambia o può cambiare nella vita della comunità cristiana. Lo si coglie già dal titolo della domenica: “in albis depositis” cioè giorno in cui termina la festa degli abiti bianchi della notte battesimale e comincia il tempo dell’agire da battezzati. Dovrebbe accadere per tutti quello che hanno vissuto gli apostoli subito dopo l’apparire di Gesù risorto e vivo: riempiti di Spirito Santo soffiato nel loro cuore la sera di quel giorno nel clima teso e tragico in quel cenacolo, diventano protagonisti di una comunicazione al mondo esterno assolutamente inaspettata.
Cerchiamo di immaginare la situazione di quel punto di svolta. Paralizzati dalla paura di possibili ritorsioni, gli undici sono chiusi, quasi asserragliati, nel locale della cena pasquale; malgrado ciò, il risorto appare in mezzo a loro. Si presenta con il normale saluto di pace e mostra le ferite inferte dalla croce; proprio le ferite diventano il segno che conferma tutto: le predizioni ripetute da lui circa la Passione erano vere insieme a quelle che palavano di una morte di soli tre giorni, l’insegnamento circa la vita donata che salva è la verità riproposta, la porta stretta suggerita come unico accesso alla giustificazione è confermata.
Ecco una prima indicazione per noi: rivivere la Pasqua nei riti celebrativi del triduo, ci ha portato ad accogliere i fatti ricordati come cuore della fede? Ci ha convinti che l’essere cristiani vuol dire riconoscere Gesù come pienezza d’amore che ci chiede di stare nel mondo come lui ha fatto, con il suo stesso riferimento al Padre e con la sua stessa dedizione all’umano?
Non sappiamo nulla di che cosa sia accaduto nei giorni seguiti alla prima apparizione del risorto; dopo una settimana, racconta Giovanni nel vangelo, troviamo ancora la stessa situazione con la sola differenza della presenza di Tomaso assente la volta precedente. La porta del cenacolo è ancora chiusa, come a dire che ci vuole un po’ per aprirsi verso il mondo; infatti, malgrado il soffio dello Spirito, fa paura quello che li aspetta là fuori. Stesso problema che anche noi viviamo, stessa paura; non tanto quella di poter essere maltrattati e perseguitati, almeno qui da noi, ma quella che ti attanaglia nel vedere così ferito il tessuto umano da guerre, povertà, ingiustizie, distorsione dell’informazione; e il non saper come affrontare e cosa poter fare aldilà e oltre la preghiera.
Mi colpisce il fatto che Gesù, subito dopo aver mostrato le ferite, donando lo Spirito, consegna il mandato del perdono (oggi domenica della misericordia), mandato che io vedo più che come un potere, come un dovere! L’esercizio del perdono ha portato quel manipolo di pescatori, sprovveduti culturalmente ma forti di tre anni di comunione di vita con Gesù (che grande momento formativo), a generare cambiamenti e produrre modelli sociali innovativi; senza contare che non avevano peraltro nessuna remora a dire in faccia gli errori praticati contro Gesù e contro la vita. Purtroppo per noi non è così: magari perdoniamo, spesso denunciamo il male presente, ma non siamo iniziatori di nuovi stili di vita.
La complessità di quanto ci circonda è evidente e, se esaminiamo le differenze fra i vari gruppi sociali, c’è da rimanere sconvolti. È sempre stato così, si dirà; vero, ma quanto più si esaspera la corsa alla conquista dei mercati tanto più si perpetua la distanza fra i soggetti coinvolti. Che posto avrà, a partire dalla stessa Milano, nella città del prossimo futuro l’attenzione alla persona? Si parla di una cintura verde che la circonderà; ma non c’è solo la questione energetica e la riduzione degli inquinanti: mi chiedo per quale motivo le ampie e famose aree dismesse dopo la fine dell’epoca delle grandi fabbriche, non sono diventate boschi e foreste anziché nuovi poli commerciali e perché non trasformare in realtà abitative le numerose vecchie cascine agricole desuete per togliere dalla precarietà della strada tanta gente?
Qualcuno mi può domandare che cosa c’entri questo discorso con Gesù che si mostra vivo agli apostoli: rispondo che sulla scorta della fede, nel passato, monaci e frati hanno realizzato centri di rinascita vitale molto concreti, e che possiamo dimostrare di credere e dire “mio Signore e mio Dio” come Tomaso, quando siamo capaci di trasmettere al mondo l’aria fresca dello Spirito ricevuto che “fa fiorire i deserti” e richiama a difendersi dalla divinizzazione dei mercati; riascoltate Paolo: “in lui, in Gesù e non altrove, abita corporalmente la pienezza della divinità”.

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(Omelia del 07.04.2024 – seconda Domenica di Pasqua)

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Una domenica fin troppo carica di messaggi. Dopo l’Ottava di Pasqua la liturgia vuol farci capire che cosa cambia o può cambiare nella vita della comunità cristiana. Lo si coglie già dal titolo della domenica: “in albis depositis” cioè giorno in cui termina la festa degli abiti bianchi della notte battesimale e comincia il tempo dell’agire da battezzati. Dovrebbe accadere per tutti quello che hanno vissuto gli apostoli subito dopo l’apparire di Gesù risorto e vivo: riempiti di Spirito Santo soffiato nel loro cuore la sera di quel giorno nel clima teso e tragico in quel cenacolo, diventano protagonisti di una comunicazione al mondo esterno assolutamente inaspettata.
Cerchiamo di immaginare la situazione di quel punto di svolta. Paralizzati dalla paura di possibili ritorsioni, gli undici sono chiusi, quasi asserragliati, nel locale della cena pasquale; malgrado ciò, il risorto appare in mezzo a loro. Si presenta con il normale saluto di pace e mostra le ferite inferte dalla croce; proprio le ferite diventano il segno che conferma tutto: le predizioni ripetute da lui circa la Passione erano vere insieme a quelle che palavano di una morte di soli tre giorni, l’insegnamento circa la vita donata che salva è la verità riproposta, la porta stretta suggerita come unico accesso alla giustificazione è confermata.
Ecco una prima indicazione per noi: rivivere la Pasqua nei riti celebrativi del triduo, ci ha portato ad accogliere i fatti ricordati come cuore della fede? Ci ha convinti che l’essere cristiani vuol dire riconoscere Gesù come pienezza d’amore che ci chiede di stare nel mondo come lui ha fatto, con il suo stesso riferimento al Padre e con la sua stessa dedizione all’umano?
Non sappiamo nulla di che cosa sia accaduto nei giorni seguiti alla prima apparizione del risorto; dopo una settimana, racconta Giovanni nel vangelo, troviamo ancora la stessa situazione con la sola differenza della presenza di Tomaso assente la volta precedente. La porta del cenacolo è ancora chiusa, come a dire che ci vuole un po’ per aprirsi verso il mondo; infatti, malgrado il soffio dello Spirito, fa paura quello che li aspetta là fuori. Stesso problema che anche noi viviamo, stessa paura; non tanto quella di poter essere maltrattati e perseguitati, almeno qui da noi, ma quella che ti attanaglia nel vedere così ferito il tessuto umano da guerre, povertà, ingiustizie, distorsione dell’informazione; e il non saper come affrontare e cosa poter fare aldilà e oltre la preghiera.
Mi colpisce il fatto che Gesù, subito dopo aver mostrato le ferite, donando lo Spirito, consegna il mandato del perdono (oggi domenica della misericordia), mandato che io vedo più che come un potere, come un dovere! L’esercizio del perdono ha portato quel manipolo di pescatori, sprovveduti culturalmente ma forti di tre anni di comunione di vita con Gesù (che grande momento formativo), a generare cambiamenti e produrre modelli sociali innovativi; senza contare che non avevano peraltro nessuna remora a dire in faccia gli errori praticati contro Gesù e contro la vita. Purtroppo per noi non è così: magari perdoniamo, spesso denunciamo il male presente, ma non siamo iniziatori di nuovi stili di vita.
La complessità di quanto ci circonda è evidente e, se esaminiamo le differenze fra i vari gruppi sociali, c’è da rimanere sconvolti. È sempre stato così, si dirà; vero, ma quanto più si esaspera la corsa alla conquista dei mercati tanto più si perpetua la distanza fra i soggetti coinvolti. Che posto avrà, a partire dalla stessa Milano, nella città del prossimo futuro l’attenzione alla persona? Si parla di una cintura verde che la circonderà; ma non c’è solo la questione energetica e la riduzione degli inquinanti: mi chiedo per quale motivo le ampie e famose aree dismesse dopo la fine dell’epoca delle grandi fabbriche, non sono diventate boschi e foreste anziché nuovi poli commerciali e perché non trasformare in realtà abitative le numerose vecchie cascine agricole desuete per togliere dalla precarietà della strada tanta gente?
Qualcuno mi può domandare che cosa c’entri questo discorso con Gesù che si mostra vivo agli apostoli: rispondo che sulla scorta della fede, nel passato, monaci e frati hanno realizzato centri di rinascita vitale molto concreti, e che possiamo dimostrare di credere e dire “mio Signore e mio Dio” come Tomaso, quando siamo capaci di trasmettere al mondo l’aria fresca dello Spirito ricevuto che “fa fiorire i deserti” e richiama a difendersi dalla divinizzazione dei mercati; riascoltate Paolo: “in lui, in Gesù e non altrove, abita corporalmente la pienezza della divinità”.

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