DESK E MEDIE

Omelia del 21.06.2026 – quarta Domenica dopo Pentecoste

Letture >

 

Le parole sono dentro un cammino, anche quelle di Luca che oggi abbiamo ascoltato. Gesù fa riferimento a Noè, ai giorni dell’arca, così sposando un giorno lontano che sconfina nella stagione dei miti a un giorno vicino, presente, quello del Figlio dell’uomo, uno accosto all’altro. Generazioni che non si rendono conto di ciò che sta accadendo.
Ma da dove e per che cosa il riferimento di Gesù all’umanità ai tempi di Noè? I miei forse sono abbagli.
Gesù è in direzione Gerusalemme e sta attraversando Samaria e Galilea. Gli arriva da distanza il grido di dieci lebbrosi. Il tempo di dire loro di presentarsi per la guarigione ai sacerdoti e mentre vanno, eccoli guariti. Uno all’istante inverte il cammino: subito, quasi non resistesse al desiderio di ringraziare. Era un Samaritano. Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
Era come se Gesù non perdesse occasione, una che è una, per mettere a confronto la fede a volte scolorita degli appartenenti alla casa e la fede, brivido di cuore, di quelli fuori casa. Accadde anche quel giorno, quasi un invito a guardare fuori dalla porta. Immagino ci rimanessero male quelli di dentro. E quel giorno – chissà se fu per questo – quelli di casa gli posero il problema del regno di Dio. I farisei gli domandarono: “Quando verrà il regno di Dio?”. Egli rispose loro: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!”.
Questo il problema: a forza di immaginare, fraintendendo, un regno fondamentalmente politico, come occasione di capovolgimenti di potere e di dominio, passava sotto traccia, nella disattenzione dei più, che il regno – in modo per niente esibito e lontano da ogni ostentazione – già stava accadendo, e non se ne accorgevano. Il regno di Dio era per le strade e le case. Regno di Dio era la stretta al cuore e la compassione del Figlio dell’Uomo per quei dieci lebbrosi, che si erano alleati per sfuggire a disperazione e solitudine, cui una società li aveva destinati.
“Il regno di Dio” diceva “è in mezzo a voi”. Era l’occasione, l’occasione da non perdere, come l’arca ai tempi di Noè e del diluvio. Come dicesse: “Uno vi sta disegnando l’arca della salvezza: che non è chiudersi in se stessi, pensare solo a se stessi, alla fin fine ’ stare bene noi’. Così la vita la si perde”. Diceva: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva». Se spezzi il guscio ti sembra di perdere, ma c’è la fragranza di ciò che vi è nascosto; se rompi come Maria di Betania il vaso d’alabastro con profumo di nardo, alcuni grideranno a una perdita insensata, ma tu mantieni vivo il profumo del regno di Dio, della relazione; se apri l’uscio di casa a uno straniero, ti può prendere un sussulto di apprensione, ma tieni vivo il colore dell’umanità che è ospitare e nutrire.
Le parole di Gesù suonano come un paradosso: “chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva”. Paradossali, ma, se indugi a pensare, ti accorgi che è il cuore del problema: fanno luce sulla questione, perché la vita non si tratta solo di tenerla stretta, ma di tenerla viva. Non può forse accaderci di essere sì ancora in vita, ma senza sussulti, senza orizzonti? Un cuore blindato che cuore è? Un paese presidiato che paese è? Un mondo di pochi che mondo è? Sono il segno del regno di Dio, o l’affossamento del regno di Dio? L’egoismo è apparente guadagno, ma è affossamento della vita.
Passava per le strade, passava il regno di Dio, guardare lui era come capire da dove cominciare, disegnava orizzonti. E gli orizzonti di Dio a volte capovolgono i nostri. Mettono in primo piano la giustizia, l’attenzione agli ultimi: lo fa la politica? Lo facciamo noi?.

Forse hanno colpito anche voi oggi le parole del salmo:
Dio è con la stirpe del giusto.
Voi volete umiliare le speranze del povero, ma il Signore è il suo rifugio.
Se lavoriamo o no per mantenete viva la vita, potremmo verificarlo ripercorrendo i frutti dello Spirito che oggi la lettera ai Galati ci ricordava in un rincorrersi come di parole sorelle. Riascoltiamo: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge”.
Faccio ritorno, ma fugace – per lasciare spazio a una poesia – a Noè. Mi rimane in cuore l’immagine di Noè che perde vita, perde anni – secondo una antica tradizione, 120 anni – a sbrecciare assi e accorparle e se le sentiva sulla pelle le parole di derisione dei contemporanei con marchio di essere giudicato più o meno folle. E tutto, pensate, per mantenere viva la vita. Costruiamo arche noi arche e barche per tutti, costruiamo il regno di Dio.
Vi lascio, purtroppo decurtandola, con la poesia “Nell’arca” di Wislawa Szymborska:

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due, scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.
Per riguardo ai bambini che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.
Anche qui non c’è altro finale che si addice.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini: e
levate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

MOBILE

Omelia del 21.06.2026 – quarta Domenica dopo Pentecoste

Letture >

 

Le parole sono dentro un cammino, anche quelle di Luca che oggi abbiamo ascoltato. Gesù fa riferimento a Noè, ai giorni dell’arca, così sposando un giorno lontano che sconfina nella stagione dei miti a un giorno vicino, presente, quello del Figlio dell’uomo, uno accosto all’altro. Generazioni che non si rendono conto di ciò che sta accadendo.
Ma da dove e per che cosa il riferimento di Gesù all’umanità ai tempi di Noè? I miei forse sono abbagli.
Gesù è in direzione Gerusalemme e sta attraversando Samaria e Galilea. Gli arriva da distanza il grido di dieci lebbrosi. Il tempo di dire loro di presentarsi per la guarigione ai sacerdoti e mentre vanno, eccoli guariti. Uno all’istante inverte il cammino: subito, quasi non resistesse al desiderio di ringraziare. Era un Samaritano. Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
Era come se Gesù non perdesse occasione, una che è una, per mettere a confronto la fede a volte scolorita degli appartenenti alla casa e la fede, brivido di cuore, di quelli fuori casa. Accadde anche quel giorno, quasi un invito a guardare fuori dalla porta. Immagino ci rimanessero male quelli di dentro. E quel giorno – chissà se fu per questo – quelli di casa gli posero il problema del regno di Dio. I farisei gli domandarono: “Quando verrà il regno di Dio?”. Egli rispose loro: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: “Eccolo qui”, oppure: “Eccolo là”. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!”.
Questo il problema: a forza di immaginare, fraintendendo, un regno fondamentalmente politico, come occasione di capovolgimenti di potere e di dominio, passava sotto traccia, nella disattenzione dei più, che il regno – in modo per niente esibito e lontano da ogni ostentazione – già stava accadendo, e non se ne accorgevano. Il regno di Dio era per le strade e le case. Regno di Dio era la stretta al cuore e la compassione del Figlio dell’Uomo per quei dieci lebbrosi, che si erano alleati per sfuggire a disperazione e solitudine, cui una società li aveva destinati.
“Il regno di Dio” diceva “è in mezzo a voi”. Era l’occasione, l’occasione da non perdere, come l’arca ai tempi di Noè e del diluvio. Come dicesse: “Uno vi sta disegnando l’arca della salvezza: che non è chiudersi in se stessi, pensare solo a se stessi, alla fin fine ’ stare bene noi’. Così la vita la si perde”. Diceva: “Chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva». Se spezzi il guscio ti sembra di perdere, ma c’è la fragranza di ciò che vi è nascosto; se rompi come Maria di Betania il vaso d’alabastro con profumo di nardo, alcuni grideranno a una perdita insensata, ma tu mantieni vivo il profumo del regno di Dio, della relazione; se apri l’uscio di casa a uno straniero, ti può prendere un sussulto di apprensione, ma tieni vivo il colore dell’umanità che è ospitare e nutrire.
Le parole di Gesù suonano come un paradosso: “chi cercherà di salvare la propria vita, la perderà; ma chi la perderà, la manterrà viva”. Paradossali, ma, se indugi a pensare, ti accorgi che è il cuore del problema: fanno luce sulla questione, perché la vita non si tratta solo di tenerla stretta, ma di tenerla viva. Non può forse accaderci di essere sì ancora in vita, ma senza sussulti, senza orizzonti? Un cuore blindato che cuore è? Un paese presidiato che paese è? Un mondo di pochi che mondo è? Sono il segno del regno di Dio, o l’affossamento del regno di Dio? L’egoismo è apparente guadagno, ma è affossamento della vita.
Passava per le strade, passava il regno di Dio, guardare lui era come capire da dove cominciare, disegnava orizzonti. E gli orizzonti di Dio a volte capovolgono i nostri. Mettono in primo piano la giustizia, l’attenzione agli ultimi: lo fa la politica? Lo facciamo noi?.

Forse hanno colpito anche voi oggi le parole del salmo:
Dio è con la stirpe del giusto.
Voi volete umiliare le speranze del povero, ma il Signore è il suo rifugio.
Se lavoriamo o no per mantenete viva la vita, potremmo verificarlo ripercorrendo i frutti dello Spirito che oggi la lettera ai Galati ci ricordava in un rincorrersi come di parole sorelle. Riascoltiamo: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge”.
Faccio ritorno, ma fugace – per lasciare spazio a una poesia – a Noè. Mi rimane in cuore l’immagine di Noè che perde vita, perde anni – secondo una antica tradizione, 120 anni – a sbrecciare assi e accorparle e se le sentiva sulla pelle le parole di derisione dei contemporanei con marchio di essere giudicato più o meno folle. E tutto, pensate, per mantenere viva la vita. Costruiamo arche noi arche e barche per tutti, costruiamo il regno di Dio.
Vi lascio, purtroppo decurtandola, con la poesia “Nell’arca” di Wislawa Szymborska:

A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
Nell’arca: piani per il lontano futuro,
gioia per le differenze,
ammirazione per i migliori,
scelta non limitata a uno dei due, scrupoli antiquati,
tempo per riflettere,
e tu, fede che tutto ciò
un giorno potrà ancora servire.
Per riguardo ai bambini che continuiamo ad essere,
le favole sono a lieto fine.
Anche qui non c’è altro finale che si addice.
Smetterà di piovere,
caleranno le onde,
nel cielo rischiarato
si apriranno le nuvole
e saranno di nuovo
come si addiceva alle nuvole sugli uomini: e
levate e leggere
nel loro somigliare
a isole felici,
pecorelle,
cavolfiori
e pannolini
– che si asciugano al sole.

Vai alla pagina dell'autore

tutte le pubblicazioni